AVEVO SAPUTO QUEL GIORNO CHE LA SCRITTURA ERA CAMPO APERTO, VIA D'USCITA.
(ERRI DE LUCA - IL PIU' E IL MENO)

12 aprile 2017

UNA FOTO E... #2° PUNTATA.



Ed eccoci al secondo mercoledì del mese.
Come suggerito da OFELIADEVILLE  che in questo suo POST ha lanciato una bella iniziativa.





Ogni secondo mercoledì del mese possiamo pubblicare un post da arricchire con una foto a cui abbinare  un video, una poesia o  dei versi. Su cui magari, riflettere insieme.


Dedico questo post a Sylvia Plath, una delle mie poetesse preferite.
Dal suo diario personale uno stralcio di vita, aggrovigliata e confusa. Lei ci racconta il suo sentirsi inadeguata come insegnante e come donna, nella maniera più semplice possibile. La sua tristezza e la sua grandezza. 
Niente di così diverso da noi e dai nostri limiti quotidiani.
Ci ho abbinato una foto che ho scattato in Veneto, l'estate scorsa. Che fatica arrivare fin lassù, mi sembrava impossibile. Che fatica essere donna; a volte è così complicato. Sylvia si arrese. La maggior parte di noi invece,  pur combattendo, ce la fa.
Forza.




Le Tre Cime di Lavaredo ( foto di Mariellaesseci)




Domenica 9 febbraio 1958 - Smith College 

"Mi rimetto in pari: adesso ogni sera devo recuperare gusto, tatto, vista dal mucchio di spazzatura della giornata. Questa vita svanirebbe in una nuvola se non mi ci aggrappassi tenendola stretta finché ancora riesco a ricordare uno spasmo di gloria. Assediata dai libri e lezioni: ore di lavoro. Chi sono io? Una matricola universitaria che si rimpinza di storia sentendosi priva di identità, di pace? Ruminerò come una mucca: quella vita soltanto, niente prima della mia nascita. Le finestre sussultano e vibrano nelle cornici: tremo congelata, il gelo della tomba contro il semplice tepore della mia carne. Come ho fatto a diventare questo grosso essere finito, con questa spanna di ossa allungate di braccia e gambe? E la pelle irregolare, sfregiata? Ricordo l’ adolescenza pesante e malmessa e i colori del ricordo mi ritornano in una sintesi abbozzata: le superiori, le medie, le elementari, i campeggi e le capanne di felci con Betsy, l’ impiccagione di Johanna. Devo ricordare, ricordare roba che è già scrittura, estratta dai ricordi di una vita… <<Prendi una cosa e ficcaci dentro la testa>> dice Ted proprio ora, ma mi stanco e mi porto il latte caldo a letto e leggo ancora Hawthorne. Ho le labbra secche, screpolate, me le mordo a sangue. Ho sognato che avevo lunghi baffi dolorosi sulle dita della mano destra, ma ho controllato e ho visto le mani bianche e senza nemmeno l’ ombra di una striscia rossa di sangue incrostato."

(fonte: Diari - Sylvia Plath - Adelphi)

07 aprile 2017

FABIO LASTRUCCI: DA ZERO A INFINITO.






Autore: FABIO LASTRUCCI
Titolo: DA ZERO E INFINITO
Edizioni: CS Libri
Collana: Alia Arcipelago vol.4
Pagine: 172
Formato: Solo digitale
Prezzo ebook: 2,99











Fabio Lastrucci è arrivato sulla coda di una cometa. Da qualche parte lì dal buio dell'universo parallelo che ci narra.

Ho letto tutti i racconti del suo libro soffermandomi sulle parole e le inquietudini umane che ne caratterizzano ogni capitolo.
So che è un autore di valore con la passione per la fantascienza e per i fumetti. E questo è un campo in cui non sono ferratissima a meno che non ripensi al mio passato di amante di H.P. Hovercraft e lettrice di fumetti arrivando al  mio preferito in assoluto: L'Eternauta.
Avevano parlato molto bene di lui in un  paio di post gli amici Glò e Michele sul loro blog La nostra libreria e mi ero prefissata di leggerlo appena mi fosse stato possibile.
Ed eccomi qui a parlarvi del suo lavoro.


IL LIBRO.
Sono quindici racconti, tutti aventi come oggetto il fantastico.
E mi sono trovata catapultata nel suo mondo in cui, l'universo che conosciamo, ci appare in una prospettiva del tutto diversa. Divertente, triste, allucinata, a volte senza speranza ma in grado di farci parecchio riflettere.
Via via che andavo avanti nella lettura ho trovato tante cose che mi hanno colpito e che ho amato.
La città di Napoli, ad esempio, luogo in cui è nato  di cui è  evidente un imprinting talmente forte da riuscire a fare capolino spesso e volentieri. Cosa che trovo assolutamente positiva.

Nel racconto Loro ho passeggiato con i protagonisti, bevuto il caffè migliore del mondo, mi sono incuriosita come davanti ad uno schermo in cui trasmettevano un film anni '50. E  mi sono trovata a fare il tifo per il popolo napoletano che salvava il mondo da un invasione aliena. Una grande rivincita.

Nel racconto La sindrome della locusta è accaduta la stessa cosa. Mi sono identificata in Michela, una dei protagonisti, ragazza letteralmente fuggita dalla sua terra troppo stretta e che ora la riaccoglieva quasi fagocitandola, nello stesso buco anonimo da cui era fuggita. Troppo giovane per comprendere che col tempo, tutto le sarebbe parso molto diverso fino a  farle provare quella stessa malinconia che assale me ogni volta che torno a casa. Ho passeggiato per via Caracciolo, son salita fino a San Martino, ho percorso il Rettifilo e sono arrivata al Vomero. In ogni luogo mi ha catturato l'ironia del racconto e la sua profonda verità. La ragione di quello che ci accade spesso è indipendente dalla nostra volontà. Ed è molto più semplice e banale di ciò che pensiamo.

Nel racconto Il trucchetto di Olindo con saggezza Fabio affronta il tema della diversità. Quanto ancora ci spaventa e quanto sarebbe utile un sorriso in più. Arrivare a capire che ciò che non comprendiamo è qualcosa con la quale alla fine dobbiamo sempre fare i conti.

Nel racconto Ultime notizie dal papero ho riso fino alle lacrime. È stato come tornare bambina e avere la possibilità di dialogare con i miei personaggi dei fumetti preferiti. Ho provato affetto e tenerezza per i protagonisti e anche certezza che non li perderò mai. Perché in realtà, con tutti i loro difetti sono il nostro alter-ego.

Non sono da meno tutti gli altri racconti. Fabio è un autore di rara sensibilità. Il suo approccio con il fantastico è un modo sublime di parlarci di noi, delle nostre debolezze, delle nostre paure e di quanto probabilmente dovremo aspettarci nel prossimo futuro. Non si arrende e ci regala momenti di scrittura sublime. Il tutto con una nota di "malinconia"  e di follia che rende ancor più speciale ciò che ci narra.
Del resto è un artista a 360 gradi. Ho scoperto che è illustratore e  scultore.  
Ha creato l'Associazione Viv'arte, in cui cultura e arte si completano. È chiaro che un autore così debba essere messo sotto "stretta sorveglianza".
Gli ho chiesto di parlarmi del suo futuro e del suo mondo. Ecco cosa mi ha risposto.

- Quali sono i tuoi prossimi progetti?


I lavori più prossimi alla conclusione sono un voluminoso saggio sul weird scritto insieme a Vincenzo Barone Lumaga, scrittore ed esperto di narrativa gotica con cui condivido una rubrica sulle pagine di Rivista Milena. Il secondo obiettivo è il primo sequel del mio fantasy "Il ritorno dell'Arcivento", una saga che prevede quattro libri in tutto. Essendo bulimico di sogni, scrittura e fantasie, comunque ho in cantiere anche un fumetto di sf per una rivista americana, le illustrazioni di una favola riscritta dal regista Fioravante Rea e un'altra favola da costruire insieme, due storie legate alle tradizioni e la cultura del territorio campano. Ci sarebbero altri abbozzi di pubblicazioni future nel cassetto, ma per pudore e scaramanzia preferisco lasciarli ancora in forse...


- Mi parli dell'Associazione Viv'arte di cui sei stato fondatore?


Viv'arte è nata per la fortissima determinazione della mia ex moglie Nadia, presidente e cuore pulsante del gruppo. Insieme a un ristretto numero di soci attivi abbiamo prodotto mostre d'arte e artigianato, reading letterari e di poesia, seminari, il tutto contando sulle nostre forze, senza finanziamenti o grossi supporti logistici da parte delle istituzioni. Purtroppo questa condizione troppo solipsistica ha finito col logorare il gruppo, scompaginandone le fila, Attualmente Viv'arte è tornata in mano alla sua principale curatrice che opera in un altra regione, spero con maggiore fortuna della nostra tribolata città.. 


- Cosa pensi degli autori contemporanei. C'è qualcuno italiano o straniero (o tutti e due) a cui fai riferimento o da cui hai attinto e che ti ha aiutato a crescere dal punto di vista narrativo?


Per ragioni d'interesse personale e professionale, il mio osservatorio è polarizzato soprattutto sulla narrativa fantastica, in particolar modo quella italiana, che seguo con maggiore continuità. A questo proposito, mi sono reso conto con stupore che pur amando molto autori come Vonnegut, Ballard o King il mio immaginario è stato fulminato sulla via di Damasco dalla visionarietà di Dino Buzzati, con il suo bagaglio mitico, il senso del mistero dell'esistenza, l'atemporalità delle ambientazioni e la profonda umanità. Ovviamente, data la statura di Buzzati, mi accontento di giocherellare con le sue tematiche come un eco di pura ammirazione. Su un altro ambito linguistico, mi affascina la prosa poetica di Erri De Luca, per quanto mi rifaccia a modelli più crudi e cronachistici per ricalcarne l'immadiatezza della comunicazione.



Aggiungo una nota in calce.
Voi sapete quel che penso dell'editoria italiana e di come sia difficile per autori bravi e coinvolgenti riuscire a farsi spazio in un mondo in cui possono pubblicare tutti, dalle veline ai calciatori di 23 anni perché la legge di "cassetta" è quella più forte. Mentre i  meritevoli restano al palo.

Leggende metropolitane assicurano che uno scrittore è un grande scrittore  perché utilizza uno stile che lo rende unico. Per me uno scrittore e qualcuno che, con le sue parole, riesce a "farmi arrivare" a lui e a quello che narra. Quasi da poter sentire e vedere usando tutti i suoi sensi.
E'   questo di cui  parlo quando affronto il mondo della letteratura.
Perciò, quando ho di fronte un vero "Autore" non resisto  al desiderio di segnalarvelo. Perché la "lobotomizzazione" abbia termine e si torni a pubblicare libri che ti fanno venire voglia di leggere e leggere ancora.
Da rimanerne entusiasti e con cui riscoprire il piacere della Letteratura. Mi pare l'unico comandamento "libresco" al quale noi appassionati  dovremmo sempre arrenderci.

Grazie Fabio, a rileggerti presto.



NOTE BIBLIOGRAFICHE


Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato con le principali reti televisive nazionali e il Teatro lirico nei laboratori Golem Studio e Metaluna. Nel 1987 disegna il fumetto La guerra di Martìn, su testi di Francesco Silvestri. Come autore teatrale ha scritto lo spettacolo Racconti salati (con F. Rea e F. Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite (tra gli altri) da Il Foglio Letterario, CS_libri, DelosBooks e Dunwich.
Nel 2009 tiene la conferenza Parole immaginate presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Nel 2012 pubblica il saggio I territori del fantastico con le Edizioni Scudo e nel 2015 il saggio Fantacomics con Delos Digital. Tra il 2014/15 pubblica con Dunwich edizioni l'horror L'estate segreta di Babe Hardy, e con Milena Edizioni i romanzi Precariopoli e Il ritorno dell'Arcivento. Collabora con interviste, recensioni e articoli con le riviste «Delos Science Fiction» e «Rivista Milena».
Info e contatti: https://www.facebook.com/fabio.lastrucci/" 

02 aprile 2017

QUELLI DEI BLOG DI VANITY FAIR.


Questo è un post amarcord. Per creare l'atmosfera giusta ho messo su un vecchio disco dei Beatles: Magical Mistery Tour.
Perché i Beatles sono memoria per me e pure il filo conduttore di quasi sette anni meravigliosi passati assieme ad un gruppo di persone che in un un certo qual modo hanno cambiato la mia vita.
I blog di VF hanno capovolto e modificato parecchi dei miei passi. Mi hanno invitato a scrivere per la prima volta al cospetto di gente che non conoscevo, facendomi mettere da parte la mia riservatezza e timidezza, dandomi maggiore sicurezza e consapevolezza, facendo in modo che il me stessa scritto nero su bianco mi facesse meno timore e mi stimolasse a crescere, già, quella maturità che cerchiamo forse per tutta la vita.
Ma la cosa più importante è stato avvicinarmi agli altri, a chi era lontano da me oltre che per le differenze geografiche, anche per il modo di essere e di sentire, per i credo di ogni genere, costruendo quel piacere del confronto che non si è mai più spento.
Tante belle anime, sorrisi, persone che sono entrate a far parte della mia vita. E alcune ci sono rimaste cementando l'amicizia con un percorso di vita che ora è comune. 
Altre, come facile supporre, sono state parte di una strada che inevitabilmente poi, si è divisa dalla mia.
Ma di tutti ho una grande malinconia, perché sembrerà assurdo, visto che ci sono stati anche momenti di battaglia cruenti, ho voluto loro un gran bene.
Quando si passa tanto tempo in luoghi in cui ci si racconta senza schermo e senza bugie è naturale cominciare ad appartenersi a volte nostro malgrado.
Succede quando ci si racconta così tanto e fino in fondo.
I blog di VanityFair.it sono stati questo: la nostra casa virtuale per un tempo che pensavamo potesse essere infinito.
E in una casa che è famiglia, capita di scontrarsi, per diversità di vedute e di scelte, per capriccio a volte, per testardaggine.
Si litiga e si fa pace, ma in fondo non si smette mai di volersi bene.
Tra qualche giorno quella piattaforma virtuale cesserà di esistere, ci sarà un nuovo direttore (anzi direttora) per VF Italia e un restyling del sito cancellerà tutto quello che conosciamo. C'è il dubbio, anche se Luca Dini ha detto che non succederà, di dove andrà a finire tutto quello che abbiamo scritto.
Tocca dire addio alla nostra casa tanto amata.
Ai giornalisti blogger che ci hanno sostenuto, supportato e sopportato, che ci hanno fatto ridere e ci hanno interessato e partecipato assieme ai loro post intelligenti, competenti, sempre motivanti.

Ma in particolare vorrei ringraziare:

Luca Fiorini di blog Retrò, incommensurabile ragazzo modenese imbattibile "crociato" dell'amarcord a cui mi presentai una vita fa con un "doppio wow" che gli piacque tantissimo e che ha fatto in modo che la "bambina yetterdei" potesse dare il meglio e il peggio di sé assieme ai suoi amici con vere e proprie scorribande tenute sul suo blog anche in sua assenza.

Luca Bianchini, che ho conosciuto proprio sulle pagine del suo Pop Up, in un primo tempo non capendo fino in fondo il suo modo di scrivere positivo e poi amandolo perché lui, il ragazzo torinese, è davvero così, la bellissima persona che poi ho avuto la fortuna di conoscere. Ora tutti i suoi libri sono nella mia libreria e mi auguro non smetta mai di farci sognare un mondo migliore.

Matteo Gamba del blog Diario di Adamo, che da giornalista esperto e intelligente quale è  ha saputo trascinare quella massa di inclassificabili commentatori che navigavano un po' a vista nel suo mondo, con servizi e post in cui siamo riusciti a parlare di tutto e a prenderci pure un po' in giro che ci sta.

Francesca Del Rosso del blog Le Chemio avventure di Wondy. Perché lei è. E sarà la persona migliore che ho avuto la fortuna d'incontrare.

Luca Dini, blog Caro Direttore,  il migliore direttore e giornalista che io abbia conosciuto, sempre corretto e coerente  in tutti questi lunghi anni di condivisione. Ha trasformato la mia rivista preferita in un modello di settimanale che poi, è stato imitato da ogni altra testata giornalistica italiana, inutilmente.
Nessuno è riuscito a superarla. Giornalisti di livello superbo ci hanno raccontato la vita italiana, ci hanno portato con loro nei posti di guerra dimenticati da tutti perché è più comodo non parlarne, mentre loro non hanno mai smesso. Ci hanno fatto leggere pezzi di narrativa eccellenti, e introdotto con semplicità in mondi che noi non avremmo mai potuto conoscere così bene se loro non fossero stati così bravi. Ora lo aspetta la missione di rendere tutte le testate Condé Nast Italia migliori di quello che sono. Sono certa che riuscirà nella sua impresa.
Ma qui, nel mio angolino di mondo, non posso fare altro che dire a lui e a a tutti i suoi collaboratori quanto bene ho loro voluto e continuerò a volere. Come ha detto nel suo ultimo post: IL  BENE NON FINISCE.

Grazie di cuore Luca. 
Grazie di cuore a tutti voi. E agli amici dei blog di VF.

Vi vorrò bene per sempre.

Mariella.









19 marzo 2017

UNA FOTO E...DAL BLOG DI OFELIA DEVILLE.









Partecipo ad un'iniziativa di Ofelia Deville del blog Pride che lei spiega molto bene nel suo post che vi lindo qui sotto.




Pubblico una foto che mi sta particolarmente a cuore e ci abbino una canzone, una frase, una poesia, una breve storia.
Mi pare un meme semplice e bellissimo che può spiegare tanto di noi. A partire da questo fine settimana sarà un post che volendo potremo ripetere ogni  secondo mercoledì del mese.
La mia passione per la fotografia è cosa nota (e chi mi segue su Instagram lo sa bene) quindi coglierò l'occasione per raccontarvi di volta in volta qualcosa di me.
Ringrazio la cara Ofelia per l'idea. E speriamo vi piaccia ciò che scriverò ispirandomi alla foto.








Il mondo intorno a Mariella (foto privata di Mariellaesseci)



La foto proposta l'ho fatta a casa di ritorno dal mio ultimo viaggio negli Stati Uniti. E con chi potevo partire se non con Audrey Hepburn? Colleziono libri, immagini, film, di tutto un po'riguardo lei. Cerco di attingere dal suo stile piccole gocce di bellezza e di eleganza. Non le somiglio neppure alla lontana ma non importa, è sintonia di cuore.
Per quel che riguarda poi le scarpe,  sono un altro paragrafo irrinunciabile della mia vita. Le amo, le colleziono, le uso. Sono iconiche, dicono tutto o la maggior parte delle persone che le indossano. Amo parecchio pure quelle da uomo e non ho mai sbagliato a "catalogare" un uomo partendo dalle sue scarpe. Quella della foto è un po' un simbolo al quale per me era impossibile rinunciare.
"Tapestry" è uno dei miei vinili feticcio. Come raccontavo alla mia amica Nella sul suo blog, l'originale di quel disco che avevo in casa in cassetta, l'ho trovato rovistando in un negozio di vecchi vinili nell'East Village di NYC qualche anno fa. Un gran colpo di culo per una come me che conosce a memoria ogni singolo dell'album.
Il libro. Ho trovato questa versione del romanzo di Anne Bronte nella celeberrima libreria Strand. Quella grande come un intero isolato. Vi immaginate quanto tempo ci sono stata dentro e cosa non mi sono portata via?
Alla base di tutto la cartina. La mia città del cuore. Nessuno al mondo può contenderle il diritto di essere l'inizio e la fine di ogni cosa. Il tempo che scorre la sorprende sempre diversa. La città che non dorme mai, con il continuo rumore di sottofondo di chi sarà sempre più avanti di tutti.

Alla prossima foto.


14 marzo 2017

LA FAMIGLIA AI TEMPI DELLE CORTI DI APPELLO.


Bene, ho il dente avvelenato e so già che quello che sto per scrivere non piacerà a molti. Pazienza.

Sono giorni che sento parlare della sentenza di Corte d'Appello di Torino che ha condannato i due coniugi di Alessandria a non poter riavere la figlia naturale. Il tribunale dopo sette anni dall'inizio della vicenda,  ha ribadito che la bambina è affidabile e che i due genitori se la possono "scordare".
Ora, di questa storia ne ho fin sopra i capelli, perché ritengo che tutto questo clamore attorno all'età anagrafica dei due protagonisti, sia una vera e propria presa per i fondelli. 
Ma andiamo  con ordine e partiamo dall'inizio:
Una famiglia è una famiglia anche quando non si hanno bambini eh, solo che in Italia questo sembra ancora un'eresia. ok, apro e chiudo parentesi che qui c'è materia per altri 200 post.
Bene, dopo avere passato la cinquantina, la signora decide assieme al marito (claro)  di provare nuovamente ad avere un figlio. Motivi plurimi sono alla base della decisione, in sostanza però, affaracci loro.
Riesce a rimanere incinta (fecondazione assistita all'estero) e nasce Viola, nel "lontano" 2010.
Non mi pare niente di diverso da ciò che accade  quotidianamente altrove.
Pochi giorni  dopo la nascita però,  i due vengono accusati di "abbandono" di minore perché per qualche minuto avevano lasciato da sola la bimba in auto mentre le preparavano il biberon. Quindi non stiamo parlando di un genitore che lascia suo figlio per ore chiuso in macchina mentre se ne va a ballare. Però li si accusa subito di inadeguatezza, dovuta alla non tenera età dei due. I servizi sociali intervengono immediatamente e tolgono loro la figlia. Che solerzia, pensando a tutti quei bambini che soffrono in famiglie disagiate tra violenze di ogni genere, dimenticati per mesi.
Certo all'epoca  lui aveva 69 anni, non proprio un giovincello. Avesse avuto una moglie giovane e procace ,gli avrebbero fatto tutti i complimenti per la nascita, altro che togliergli la figlia accusandolo di senilità incombente.
In conclusione, famiglia nuova per Viola e inizio di anni di processi.
I due non si arrendono e ci mancherebbe; una sentenza della Cassazione nello scorso luglio ridà loro una speranza. Sono intanto passati già sei anni.
Arriviamo ad oggi,  con il ribaltamento in Appello di cui parlavo ad inizio post che toglie (almeno per ora) ogni speranza alla coppia e ribadisce il concetto dell'adottabilità della piccola.
Orbene, intanto gli anni sono passati e di sicuro i due non sono ringiovaniti. Diciamo che stiamo parlando del sesso degli angeli.
Secondo la legge italiana, non ci sono limiti all'età anagrafica per avere figli. Altrimenti dovrei fare la lista di tutte quelle coppie e mamme famose che hanno avuto figli ben oltre l'età della signora in questione.
Facciamo qualche nome?
Gianna Nannini, ad esempio. E per di più lei è anche sola, la figlia l'ha avuta da un donatore anonimo e vive serena e beata in Toscana crescendo sua figlia  con gran battiti di mani e apprezzamenti da ogni dove.
Oppure: tutto il clamore per papà ultracinquantenni gay che giustamente, hanno visto riconosciuti tutti i loro diritti e vivono finalmente sereni la loro vita. E qui mi sembra sacrosanto.
Allora devo dedurne questo: una famiglia che ha avuto un figlio non in giovane età, non è in grado di far fronte alla crescita e all'educazione dello stesso figlio?
Perché io tra qualche anno, non essendo più giovane, avrò il cervello in pappa e non sarò più in grado di intendere e di volere e di poter gestire la mia vita come meglio credo fino agli  '80,  se ci arrivo?
Cos'è questa discriminazione? Dobbiamo aspettarci nuovi campi di "internamento" in cui far vegetare le persone che hanno superato una certo limite? Dopo i 65 anni tutti a riposo forzato, in questo mondo dove sempre più spesso chi non è FOREVER YOUNG, è destinato ad un oblio veloce?
E chi non è ricco e famoso e non appare sulle riviste platinate di tutto il mondo, non potrà avere gli stessi diritti degli altri?
E soprattutto, sarà così facile togliere un figlio ad una coppia "colpevole" solo di essere diversa da quello che la nostra società sempre più superficiale impone come standard?
Ma i "diversi" non dovrebbero essere quelli da proteggere dalle discriminazioni e dai pregiudizi come il politicamente corretto stabilisce?
Eccerto, in Italia in realtà c'è solo una legge: quella dei pesi specifici diversi.
E questa storia ne è un esempio lampante.
Io tifo per Viola e pure per la sua famiglia naturale.
Che poi è in sostanza ciò che chi sta decidendo per loro dovrebbe fare, senza far passare secoli tra una sentenza e l'altra e ridando ad una famiglia il sorriso.
Facendo in modo che tra un'aula di tribunale e l'altra vincesse il cuore, l'amore e soprattutto il buon senso.
Lo so che preferite la "fanciulla" (seeeeeee)  che vi parla di libri e vi posta poesie di Alda Merini.  Ma stasera vi beccate "scorrettissima me" con annessi e connessi.





07 marzo 2017

LE DONNE NON HANNO BISOGNO DI MIMOSE.

Ci sono donne…
E poi ci sono le Donne Donne…
E quelle non devi provare a capirle,
perchè sarebbe una battaglia persa in partenza.
Le devi prendere e basta.
Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo il tempo di pensare.
Devi spazzare via con un abbraccio
che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto.
a bassa, bassissima voce. Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo
averle raccontate si tormentano – in una agonia
lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e
bisognose per un piccolo fottutissimo attimo,
vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi
allontanarsi.
Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a
spogliarsi son brave tutte.
Amale indifese e senza trucco, perchè non sai
quanto gli occhi di una donna possono trovare
scudo dietro un velo di mascara.
Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia.
Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse.
Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
(Alda Merini)



Magari sarebbe meglio rispettarle tutti i giorni, le donne
Che di feste e di celebrazioni una volta all'anno, non sappiamo cosa farcene.
Cominciamo da qui.
Dall'amore e dal rispetto.

01 marzo 2017

DI DEBOLEZZE E FACEZIE.



Immagino che tutti voi abbiate delle debolezze o dei piccoli "vizi" sottotraccia. Anche io e ve ne voglio parlare nel post "leggero" di questo inizio mese.

Sono così tante e palesi che non ho mai fatto nulla per nasconderle.
Mi piacciono tanto e mi fanno sentire bene, come quando indosso il mio maglione beige, sformato e comodissimo, ogni volta che ho bisogno di ritrovarmi.
Tipo, sdraiata come una broccola lì sul divano, a leggere un vecchio libro preso al volo dalla mia libreria, mentre ascolto uno dei miei vinili datatissimi.

Le debolezze, sono come l'onda morbida del ricordo. Mi avvolgono e travolgono in qualunque situazione o luogo mi trovi. Allora tanto per ridere ecco una lista meramente provvisoria.


1)il vasetto di Nutella che magari è lì in dispensa intonso da mesi, fino a quando non sento l'irrefrenabile voglia di mangiarne a cucchiaiate mentre guardo un film horror. Dolce e terrore io li abbino così.

2) la lavatrice che dovrei svuotare (o la lavastoviglie tanto è uguale) dopo che ha finito il ciclo, ma ho voglia zero di alzarmi per farlo. E allora apro semplicemente l'oblò e aspetto che "un'anima buona"  lo faccia al posto mio.

3) aprire l'armadio e riconoscere che ormai c'è una tale baraonda tra indumenti e colori sapendo benissimo che rimanderò il riordino ancora una volta all' indomani (quale giorno sia è tutto da stabilire).

4) la fissa di fare attività fisica, iscrizione in palestra compresa. E regolarmente circa un mese dopo, dimenticarmi nell'armadio  la borsa da ginnastica con tutto il contenuto.

5) la mia passione devastante per gli smalti. Ne ho un cestino pieno in bagno. La maggior parte non li uso mai.Visto che preferisco il rosso in tutte le sue sfumature. Perciò tutti i miei blu, neri, marroni, verdi, arancioni e gialli, con cadenza fissa li regalo alla sorella di una mia amica in attesa che le mie nipoti crescano.

6) le mie Barbie. Già sapete di questa mia insana passione, ma non sapete che niente può mettersi tra me e la bambola del momento se decido che sarà mia.

7)sono un'organizzatrice nata, ma fastidiosa e puntigliosa come una zanzara.
Se deciso di fare qualcosa, che sia evento, festa, riunione, gita o vacanza, non ho pace fino a quando non ho preparato tutto quello che ritengo sia necessario. Ma deve essere perfetto. Per ottenere la perfezione sfinisco me e tutti quelli che mi stanno intorno. Alla fine sono un successo, se sfianco il prossimo ci sarà un perché.


8) i cappelli. Ne ho di ogni forma e tessuto. Perfino un colbacco di volpe rossa e una coppola di pitone. Li amo e li accumulo come Paperone faceva con i suoi dollari.

9) t-shirt con paillettes e strass. L'ultimo acquisto da Haribo. Nera e fucsia con le mie caramelle preferite in rilievo all'altezza giusta.

10) le mie polaroid. Ho la mia vecchia macchina e appena posso scatto e scatto. Anni impressi su istantanee che mi accompagnano da tempo immemore. Quelle scattate da ragazzina alla mia famiglia sono le più evocative e rappresentative. Il tempo, in quel quadrato circondato da carta bianca, sembra non essere passato mai.

Ah, qualcuno penserà che in lista mancano le scarpe e le borse. Qui però si tratta delle mie virtù più grandi, visto che smuovo non poco l'economia italiana con i miei acquisti compulsivi!






23 febbraio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 18.








Siamo ad una nuova puntata dell'appuntamento con Insieme raccontiamo, ideato da Patricia Moll. 



Come di consueto partiamo dal suo incipit iniziale e dalla foto che ha scelto come tema.

La foto è questa:







L'incipit di Patricia Moll:

Battisti nelle cuffiette cantava “c’è un treno che parte alle 7,40...”

Forse non erano proprio le 7,40 però il treno era lì, fermo come un cannibale vorace pronto a inghiottire chiunque gli si avvicinasse troppo. Pauroso, eppure invitante.

Doveva smettere di guardarlo e prendere una decisione. Salire o no?

Il mio finale:


Salire, non c'era altra possibilità. E poi osservarsi, riflessa nel finestrino.

Il piumino azzurro in cui si era infagottata, quasi a volersi nascondere.
Il berretto  di lana pesante, lavorato a maglia da sua madre. 
I jeans color notte fonda con quella piccola etichetta rossa quasi indistinguibile, ormai.
E poi le vecchie scarpe da tennis bianche portate anche in pieno inverno.Erano ridotte ad un cencio ma lei non se ne separava mai, soprattutto quando doveva viaggiare.

Un panino ripieno al prosciutto, lasciato a metà sul sedile di velluto.Sul tavolino apribile, il suo walkman azzurro della Sony, con la vecchia cassetta arancione. Quello era il "periodo" Battisti, ascoltato fino allo sfinimento.
Era scesa di corsa dal treno dopo il piccolo incidente. Voleva aprire la bottiglia d'acqua appena comprata ma non aveva con sé l'apribottiglie. Allora aveva provato a stapparla come aveva visto fare a suo padre. Il collo di vetro era partito di colpo e si era procurata un taglio alla mano.
Il sangue fuoriusciva dalla ferita copiosamente, per cui si era precipitata giù per cercare di fermare il fiotto sotto il getto d'acqua della fontanella in stazione.
Il capotreno in servizio le era venuto in aiuto e dopo avere pulito la ferita le aveva fasciato la mano con un fazzoletto di cotone.
Aveva le lacrime agli occhi mentre lo ringraziava.
Sapeva che in realtà non era il dolore fisico quello che la faceva stare così male.
Era qualcosa di più profondo.
La ferita si sarebbe rimarginata col tempo, ma ciò che significava quella partenza invece, non sarebbe passato mai.
Era il 23 dicembre del 1985.
Quello che l'aspettava non era in grado di poterlo vedere chiaramente.
Sapeva che sarebbe stato difficile, con momenti di buio e dolore.
Ma la decisione era presa.
Lì alla fine di quella lunga strada ferrata, c'era il suo futuro.
Ad accoglierla, una città immersa nella nebbia del mattino appena travolta da una nevicata storica.
Avrebbe affondato i piedi in quel mondo nuovo e ovattato. 

Prima a tentoni poi sempre più sicura.

Tra le sue mani, tutta vita da vivere.

2017@Mariellaesseci 



PS: Il piccolo segno della ferita è ancora impresso nel palmo della mia mano; quel dolore sordo di fondo, come il fragore di un onda che si infrange sulla spiaggia, mi fa compagnia da oltre trent'anni.


19 febbraio 2017

LA STRADA DEL RITORNO È SEMPRE PIÙ CORTA.




Da quest'anno si cambia.

Scriverò di libri quando mi va, seguendo l'istinto. Potrebbe capitare più volte al mese o solo una. La vecchia rubrica non va in pensione, seguiterò  a selezionare un libro tra quelli letti, dedicandogli un mese.

Gennaio si è aperto in maniera vorace. Sto continuando ad allargare il mio orizzonte su De Giovanni che mi intriga ogni giorno di più. Trasportata dalle due serie e dai protagonisti, il  commissario Ricciardi e l'ispettore Lo Iacono. Allo stesso tempo sono passata attraverso belle biografie come quella  di Vittorio Sabadin su Elisabetta l'ultima regina,  a libri di autori che sono tra i miei preferiti, come Nessuno come Noi di  Luca Bianchini ,che mi ha trasportato indietro nel tempo fino ai miei odiati/amati anni '80. Mi sono lasciata letteralmente affossare dall'ultimo di Philip Roth, Lasciar perdere.E il suo primo romanzo  e  lo si capisce bene, la lettura è stata lenta e noiosa. Ci sono stati momenti in cui ho riconosciuto il grande autore che amo, ma per la maggior parte del tempo mi sono arenata in una miriade di descrizioni farraginose e complessivamente inutili. In cui i dialoghi tra personaggi erano lunghissimi e onestamente superflui, senza riuscire ad individuare  che rarissimamente, la sua lucida e amara ironia. Un romanzo acerbo, che si fa fatica a finire.

Ho incontrato infine il libro di cui voglio parlarvi oggi, dedicato a Gennaio.L'autrice si chiama Valentina Farinaccio. Giornalista di origini molisane alle prese con il suo primo romanzo: La strada del ritorno è sempre più corta.



"Quando metti al mondo un figlio pensi soltanto ad una cosa, che farai in modo che le pene e le paure e le debolezze non lo tocchino mai. E poi scopri che anche i bambini hanno da portare in spalla la loro parte di sofferenza. Che a ciascuno spetta la sua dose di dolore: a una madre, quella sbagliata di perdere un figlio; a una moglie, quella eterna di veder morire un marito; a una figlia, quella ingiusta di crescere senza un padre. In tutti i casi la certezza, imprevista, di tornare soli.
Smisi di guardare e andai fuori.
Piansi."



Il romanzo è ambientato a Campobasso, città di origine dell'autrice. Racconta la vicenda di Vera e della sua famiglia su piani diversi, secondo il punto di vista di tutti i protagonisti. E come succede nel quotidiano, ci si domanda dove sia la verità e quale sia. Non è facile, non lo sarà nella storia e non lo è nella vita reale. A quale voce dare credito?  C'è una forte spinta dovuta alla curiosità di arrivare fino alla fine del romanzo attraverso la parola di tutti per scoprire cosa è successo, mentre il racconto si colora di giallo.

E' stato facile innamorarmi di Vera, dolcissima bambina di cinque anni, con la passione sfacciata per i Beatles e Ringo Starr (così simile alla "piccola yetterdey" della mia infanzia) alle prese con un dolore molto più grande di lei. Lo stesso è successo con Lia, sua madre, che ho visto letteralmente cristallizzarsi attorno alla sua tragedia. Ho amato Giordano, libraio meraviglioso con la passione della scrittura e un libro incompiuto lasciato in eredità.
E tutto intorno il mondo della provincia, così pieno di difetti e pregi da cui fuggire appena possibile per poi ritrovarcisi annegati in un mare d'amore; così grande da poter sopportare tutto: suocere aride ed egoiste, parenti indifferenti, fratelli distanti, sogni irriverenti.Oroscopi e bugie.

La sfida più grande resta la vita. Il quotidiano che ha un senso finché ragione c'è. Poi si comincia a fuggire, senza scrollarsi mai di dosso la felicità fatta di nulla che era lì, raccolta tra quattro mura e forse per questo, invisibile.
La scrittura di Valentina è ironica, luminosa. Ci racconta l'amore con brio a volte inceppandosi in un respiro che respiriamo. Attraverso notti interminabili perse dietro occhi da lasciare aperti perché vedano tutto quello che c'è per non perdersene nemmeno un secondo.
Tra canzoni e tavoli da cucina. Tra perdite e ricongiungimenti. Tra lacrime e rabbia. Tra libri presi uno alla volta e buttati via e altri riconquistati, pagina dopo pagina. 
Un inno all'amore, alla vita e alla letteratura. 
Che sono eterni, molto più di noi.




La strada del ritorno è sempre più corta
Valentina Farinaccio
Editore Mondadori
pagine 216
Euro 18,00


15 febbraio 2017

AL JARREAU: WE'RE IN THIS LOVE TOGETHER.




MIEI VINILI DI AL JARREAU

Qualche giorno fa, si è spento a Los Angeles, il grande musicista Al JARREAU.
Interprete unico, con una voce che riusciva a modulare come un vero e proprio strumento, ha arricchito il nostro panorama musicale per moltissimo tempo. Vincitore di sette Grammy Awards in ben tre categorie diverse: JAZZ, POP, R&B.






BIGLIETTI DEI SUOI CONCERTI E L'AUTOGRAFO
Dal 1975 ad oggi non si è mai fermato, pubblicando 60 album e partecipando a quelli  di molti artisti, suoi amici. Tra gli altri: George Benson, Quincy Jones che lo convinse poi a partecipare a Usa For Africa nel 1985. E poi Miles Davis, Michael Petrucciani.
Famosissime le sue rivisitazioni di canzoni celebri: da Your Song di Elton John  a Mas che nada di Jorge Ben a She's leaving home dei Beatles.
Ma in questa serata malinconica vorrei parlarvi attraverso la sua musica del mio incontro con lui e di come negli anni mi abbia reso felice ogni volta che l'ho ascoltato. 
Il primo incontro è con l'album Heart's Horizon nel 1988.
Una rockettara  poco più che ventenne,  all'interno di un negozio di dischi  milanese  allora molto famoso per la sua musica ricercata, sofisticata e indipendente, sente per la prima volta un artista capace di rapirla con la sua voce UNICA. Coinvolta al punto di comprare subito la cassetta e poi quasi distruggerla a forza di sentirla nel suo walkman. 
Volete un assaggio? Ecco One Way.






E poi è stato facile percorrere tutta la sua carriera discografica dalle origini fino al primo album effettivo, Glow datato 1976. 
Il mio brano preferito, Your Song:




Non so dirvi quanti  suoi concerti io abbia visto dal 1988 in poi. Sventatamente molte delle matrici sono rimaste nelle mie vecchie agende oppure chissà in quale scatolone tra un trasloco e l'altro. Ma i suoi dischi no, quelli ce li ho tutti. Devo dire che è una passione condivisa con mio marito che lo ama da molto più tempo di me e ha contribuito a farmelo apprezzare in tutti questi anni. Conservo gelosamente il biglietto del primo concerto datato 7 febbraio 1989.  
Le giornate passavano in modo incantevole se la sua musica mi faceva compagnia a partire dall'inizio. Dalla MATTINA o MORNIN'.




Durante un Umbria Jazz siamo riusciti a farci regalare la scaletta della serata con le annotazioni fatte di suo pugno. Insomma, quasi feticisti. E in tutti questi anni abbiamo cercato di raggiungerlo, ovunque fosse, sempre in primissima fila. Era un piacere ascoltarlo dal vivo, non solo per la meraviglia e per l'incanto che si prova a sentirlo ma per la gioia di cantare che riusciva a trasmettere ad ognuna delle persone presenti. Era una magia, era felicità  e ce lo comunicava. Andando ben oltre il programma della serata, instancabile, meraviglioso artista.
Si andava via pieni di gioia, quasi ubriachi di musica. Negli ultimi anni, quando era evidente la sua maggior fatica nell'affrontare il palco, sempre più indebolito dagli anni e dalla malattia, la gioia si stava tramutando in una sottile malinconia. Sapevamo sarebbe successo presto. Non volevamo lasciarlo andare, troppo grande il suo modo di regalare amore attraverso la musica. E allora questa sera vorrei, attraverso le mie povere parole, riuscire a trovare il modo di ringraziarlo, per la passione che ci ha trasmesso e la felicità che ci ha regalato. 
I suoi concerti li ho sempre visti in piedi e ballando perché era impossibile stare seduti ad ascoltarlo, Fermi mai, soprattutto per l'amore. Perché come diceva lui: SAREMO INSIEME IN QUESTO AMORE PER SEMPRE.

CIAO AL.





12 febbraio 2017

VIETATO MORIRE.



Ricordo quegli occhi pieni di vita
E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia 
Ricordo la notte con poche luci
Ma almeno là fuori non c’erano i lupi
Ricordo il primo giorno di scuola
29 bambini e la maestra Margherita
Tutti mi chiedevano in coro 
Come mai avessi un occhio nero
La tua collana con la pietra magica
Io la stringevo per portarti via di là 
E la paura frantumava i pensieri
Che alle ossa ci pensavano gli altri
E la fatica che hai dovuto fare
Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore
Hai smesso di sognare per farmi sognare
Le tue parole sono adesso una canzone
Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai 
E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai
Figlio mio ricorda
L’uomo che tu diventerai 
Non sarà mai più grande dell’amore che dai
Non ho dimenticato l’istante 
In cui mi sono fatto grande
Per difenderti da quelle mani
Anche se portavo i pantaloncini 
La tua collana con la pietra magica
Io la stringevo per portarti via di là 
Ma la magia era finita
Restava solo da prendere a morsi la vita
Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai 
E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai
Figlio mio ricorda
L’uomo che tu diventerai 
Non sarà mai più grande dell’amore che dai
Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede
Che cosa ti aspettavi da grande, non è tardi per ricominciare
E scegli una strada diversa e ricorda che l’amore non è violenza
Ricorda di disobbedire e ricorda che è vietato morire, vietato morire
Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai 
E ricorda che l’amore non ti spara in faccia mai
Figlio mio ricorda bene che
La vita che avrai
Non sarà mai distante dell’amore che dai.
Ricorda di disobbedire 
Perché è vietato morire.
Ricorda di disobbedire 
Perché è vietato morire.
Perché è vietato morire.
Vietato morire

(ERMAL META - VIETATO MORIRE - FESTIVAL DI SANREMO 2017)




Oltre i soliti fiumi navigabili del Festival di Sanremo, ci sono parole che restano. E canzoni che arrivano come pugni e sono vita, coraggio, speranza.