Il titolo del post è una frase di Eduardo De Filippo, tratta da una sua poesia dedicata alla cucina.
Ve ne lascio uno stralcio:
Si cucine cumme vogli'i',
io te pavo cumme vuo' tu,
ma si pavo comme vuo' tu,
e nun magno cumme vogli'i'
io te pavo cumme vuo' tu,
ma me nn'esco e nun torno cchiu'!
Ve ne lascio uno stralcio:
Si cucine cumme vogli'i',
io te pavo cumme vuo' tu,
ma si pavo comme vuo' tu,
e nun magno cumme vogli'i'
io te pavo cumme vuo' tu,
ma me nn'esco e nun torno cchiu'!
Grandissimo maestro, poeta, drammaturgo, attore, regista e appassionato di cucina, ma quella povera, antica, dove ogni ingrediente non veniva mai sprecato e i piatti più semplici erano esaltati grazie a pazienza e fantasia.
Spesso nelle sue commedie la cucina era punto focale, la scena centrale.
Ricordate la cucina di Filumena Marturano e quella di Natale in casa Cupiello?
O quella particolarmente cupa di Napoli Milionaria?
Attorno a quei tavoli ci incantava la maestria delle sue parole e l’attenzione al particolare.
E tra un pasto e l’altro si svolgeva gran parte del racconto.
Ogni volta che rivedo una sua commedia penso al mio mondo, e alla mia infanzia.
La cucina per me è armonia, come la musica.
Provo a spiegarvi perché.
Quando mi avvicinai ai fornelli per la prima volta avevo sei anni.
Io sono tra quelle che sanno ancora di cosa si parla quando sentono parlare di “ cucina economica”.
La grande stufa troneggiava nella cucina di casa.
Mia nonna Carmela era il gran cerimoniere, la grande cuoca di casa, la depositaria del regno della conoscenza culinaria.
Nessuno a parte mia madre e lei, conosceva i segreti di quella straordinaria esecutrice.
Quali sportellini aprire, quanto carbone utilizzare per cuocere nei tempi e nel modo giusto quella meraviglia di pranzi che riuscivano a preparare.
Aveva anche un tubo dove passava l’acqua calda che riusciva in parte a riscaldare tutta la casa.
Ben presto però questo tipo di riscaldamento fu sostituito dai termosifoni.
Vorrei potere dedicare ore e migliaia di parole, al ragù napoletano di mia nonna.
Al suo polpettone e alle sue polpette fritte.
Alla pasta fatta in casa.
Al suo Cardone di Natale, specialità beneventana.
Alla sua parmigiana.
Alle paste e fagioli;
Ai tubetti con piselli e provola;
Al riso e patate.
Alla sua minestra di scarola e fagioli.
Ai suoi peperoni ripieni.
Ai suoi friarielli.
Al Gatò.
Alla sua pastiera.
Al suo panettone pasquale.
Al suo Babà.
Ai suoi Struffoli.
Alla sua pizza indimenticabile, ricetta personale segretissima,come tutte le sue, che ci tramandiamo di madre in figlia.
Con la cura e la passione che metteva in tutte le sue cose, è riuscita a trasmettere prima a mia madre e dopo a me e alle mie sorelle, l’amore per la cucina.
Lei cucinava cantando, ecco il collegamento con la musica.
Reginella, O Surdat’ nammurato, Catari', tante canzoni allegre di Carosone, il patrimonio melodico della canzone napoletana l’ho imparato da lei come quello culinario, mentre la guardavo e assorbivo come una spugna le sue mosse e le sue parole quando era nel suo regno.
Aveva una voce splendida, e una memoria prodigiosa.
Ma era anche un carabiniere, nessun uomo a parte il nonno Ugo, poteva entrare in cucina.
Quel nonno che non ho fatto in tempo a conoscere ma che ci ha lasciato tante ricette della tradizione culinaria calabrese, sua terra d'origine, compresa quella del panettone pasquale.
Mio nonno così alto magro ed elegante, che somigliava ad Eduardo.
La nonna era un gendarme è vero, avendo cresciuto 5 figli ma allo stesso tempo aveva una pazienza infinita con i nipoti; ricordo come fosse ieri, il tempo che trascorse con me per insegnarmi a fare la pasta fatta in casa e in particolare i fusilli, con il ferro ritorto che mia madre conserva ancora oggi.
Io che ero tosta, e come una vera e propria zecca ero attaccata alla sua gonna da giorni chiedendole di imparare.
Per giorni mi tenne sulle spine, dicendo “sì sì piccere.. mmo’ u’ facimm…” guardandomi di sbilenco da sotto gli occhiali.
E poi una mattina, mi fece mettere il “grembiale” salire sulla sediolina per permettermi di arrivare all’altezza tavolo e mettendomi in mano il ferro e la pasta, mi disse “pruov’ mmo’!”
E io provai, a lungo, facendo un po’ di pasticci e con la testaccia dura che mi ritrovo alla fine ci riuscii.
Avevo partorito due fusilli sbilenchi ma ricci nel modo giusto, in una marea di pasta rovinata.
Questo che vi ho raccontato è uno dei ricordi della mia infanzia che preferisco.
Questo post è dedicato alla mia nonna materna.
Che, fortuna sua, non ha visto il tempo dei cibi precotti e che ricordo non amava nemmeno il ristorante perché non si fidava di cibi e alimenti che non aveva controllato e scelto lei di persona.
Lei e mia madre mi hanno insegnato l’amore per la cucina e il loro identico rifiuto a tutto quello che è quattro salti in padella e pronto solo da scaldare.
Perché l’amore per la cucina devi averlo nel sangue non te lo puoi inventare, né viene con il tempo.
Il riconoscere solo con il tatto le verdure e gli ingredienti migliori, o dal loro profumo, che aromi usare, come e quanto condire per realizzare quella determinata ricetta, è un dono innato.
Per questo alle mie amiche che non riescono ad apprezzare e a capire fino in fondo questo amore talvolta smodato che ho, ma che apprezzano il mangiare e bene, dico sempre che meglio il cotto e mangiato, che mangiare ciò che è salato e bruciato o cotto in fretta.
Ancora meglio è godere del cibo cucinato con amore insieme alla tua famiglia e agli amici più cari.
Questo è l'insegnamento più importante.
Grazie nonna.
E voglio loro un mondo di bene, perchè sono ben altre le qualità per cui le apprezzo.