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25 aprile 2023

[MEMORIA] Il 25 aprile negli occhi di Martino

 

La prima videochiamata del mattino è arrivata da papà e mamma. E nel salutarmi mio padre mi ha detto:

"oggi è la Festa della Liberazione, è una bellissima giornata."

E i suoi occhi erano gli stessi di oltre settant'anni fa, quando in una mattina di primavera vide gli alleati arrivare nel suo paese. Li aspettava con gioia e con il cuore fiero. Aveva dodici anni e poco tempo prima aveva rischiato di morire per mano di un tedesco che voleva portargli via il cane, mentre alla rinfusa le forze armate tedesche abbandonavano quella regione, L'Irpinia, dove i partigiani, riparati dalle montagne, li stavano colpendo senza tregua. E loro, i bambini, li aiutavano come potevano.

Quella storia ve l'ho già raccontata, il piccolo e  fedele amico fu ucciso dal tedesco con un colpo alla testa ed era la fine che avrebbe fatto  mio padre, se mia nonna Maria non si fosse opposta con la fierezza che le ricordo e che è un po' la mia, frapponendosi tra lui e il bambino. A quel punto il militare non ebbe più il coraggio di sparare, ma da vigliacco quale era, spostò l'arma e colpì il cane. Mia nonna mi diceva che per anni ha ricordato la risata querula di quell'uomo, che risalendo sul suo mezzo e voltandole le spalle le disse qualcosa in tedesco, che lei non capì.

E la memoria rimane viva e accesa. Nei ricordi di tutta la nostra famiglia. Speriamo non muoia mai, visti i tempi negazionisti e bugiardi.

Buona Festa della Liberazione a tutti voi.



Molto di quel che successe nel meridione durante gli anni più bui dopo l'armistizio dell'8 settembre, è stato lasciato da parte e ingiustamente dimenticato. Se siete interessati a quel che successe in Campania vi rimando  a questo link.

11 novembre 2022

[FAMIGLIA] L'estate di San Martino


Foto privata- vietata la riproduzione 


Un periodo dell'anno che amo molto. Il gioiello dell'autunno che, prima di lasciarci nelle maglie della stagione più fredda (almeno così era una volta) ci regalava sole e temperature più miti in concomitanza della festa di San Martino, il santo generoso. 

21 giugno 2022

19 marzo 2022

[SABATO DI POESIA]Da me puoi imparare di Giovanni Testori. Dedica speciale a mio padre.





Da me la sola passione
puoi imparare.
Dal mondo impara
tutto l’arco del sole
e lo splendore,
la grandezza dei gesti
in che consiste crescere,
impara dalle madri
il silenzio provvido
gentile,
dalle tombe la morte,
e dal morire d’ogni giorno
l’esame impara a svolgere.
Medita quando l’ombra
ti cade d’ogni sera
sulla fronte:
è passato, mio amore,
un altro giorno.

(Per Sempre - Feltrinelli - 1970)


Note biografiche e riflessioni

Giovanni Testori nasce a Novate Milanese nel  1923 e muore a Milano nel 1993.È stato uno scrittore, giornalista, poeta, drammaturgo, sceneggiatore, regista,  critico d'arte e pittore. Sicuramente uno degli intellettuali più importanti del secolo scorso. Alla fine degli anni '70 prese il posto di Pasolini come editorialista del Corriere della Sera e dal 1978 divenne responsabile della pagina artistica. La sua poesia sembra provenire da un mondo più lontano rispetto a quello cui apparteneva e a cui era legatissimo.  La poesia di oggi mi ha fatto pensare a mio padre, l'uomo che mi ha insegnato, tra le tante cose, l'importanza delle passioni. E nel giorno della Festa del Papà, gliela dedico. Con immenso amore.

Buona festa a tutti i papà. Quelli che lo sono per aver donato la vita e  quelli che lo sono nel cuore.


20 marzo 2021

[SABATO DI POESIA] IL FERROVIERE CONTADINO DI MARIELLA ESSECI

 

Foto privata vietata la riproduzione

Da quella scaletta che prendevi  di corsa,

ci hai abituato a salutare il mondo

quello che scorreva sempre più veloce di noi.


Ci hai spinto a non rimanere in sosta,

ma a correre con quanto fiato avevamo in gola

per abbracciare vita e sogni.


Il fischio con il quale salutavi le partenze

dava ritmo al tempo e ai sorrisi

quelli belli e luminosi con cui ci accogli


E molti erano i giorni delle tue assenze

in cui la vita sembrava sospesa

e l'attesa l'unica virgola determinante


E tra i chilometri percorsi e il vento

hai trovato il posto dove appoggiare gli anni

quelli che contengono esperienza


Nell'orto di Dio, dove poni l'accento

rinasce la vita ogni giorno

grazie alle tue mani


E mai mi basteranno le parole

per ringraziarti 

perché il mio cuore è tuo

caro papà


(Mariella Esseci - le mie poesie - 2020)


Note biografiche sull'autore.

Mariella Esseci nasce a Benevento nel 19.. vabbè, nel secolo scorso. Vive nella provincia di Monza e Brianza dal 2000 ma è lombarda d'adozione dal 1985. Lavora come la maggior parte dei suoi concittadini risparmiandosi poco, ma quello è caratteriale, l'ha ereditato dai genitori. Le piace scrivere, prosa e poesia. Ha un blog da oltre dieci anni dove la parola d'ordine è passione. Ne ha tanta, lo si capisce da tutto quello che fa. Abbastanza testarda, quando c'è da sguainare la spada non si tira mai indietro. Ma sa essere molto dolce, quando meno te lo aspetti. La sua scrittura è limpida e scorrevole,  a volte evocativa, riesce ad abbracciare le persone e reputa fondamentali le parole. Nella vita ha un carattere simile a quello di suo padre, si dice sia la sua fotocopia. Ma come lui, riesce a dare conforto anche ai sassi, perché capace di cura e ascolto. Per tutto quello che la riguarda non può far altro che ringraziare la mamma e il papà. A cui oggi, con un giorno di ritardo, dedica il suo sabato di poesia. Amici che mi leggete, vi prego di essere clementi. Non ho mai detto di essere poetessa ma figlia innamorata sì. Quello è per sempre.



02 agosto 2020

2 AGOSTO 1980 - PERCHÈ NON POSSO DIMENTICARE



Oggi sono quarant'anni dalla strage di Bologna. E vi ripropongo un mio vecchio post pubblicato nel 2014. Conoscerete qualcosa di più di me, del mio passato. Io non posso dimenticare, nessuno può e nessuno deve.



"Sappiate che per me non è facile raccontarvi questa storia.
Soprattutto perché non è una storia." (Mariella Esse)

Era bella la stazione di notte. C'erano delle luci gialle che la illuminavano.  E le davano come un aura magica e un po' speciale. Sono tutte belle e un po' misteriose le stazioni in notturna. In quelle grandi con traffico internazionale, vedi lombrichi poco illuminati fermi sui binari, che sono tanti. Vedi i loro numeri e la gente che dorme o che ti osserva, esattamente come stai facendo tu, che sbirci al buio della tua "stanzetta" ciò che accade nella "stanzetta" di fronte. 
C'è chi mangia un panino e chi chiacchiera, perché lungo è il tragitto e tanta la strada ferrata ancora da percorrere.

La stazione bianca mi piaceva sempre tanto. Ci passavo in media un paio di volte l'anno. Andata e ritorno da Milano.
Ero sempre contenta all'andata. Assaporavo le vacanze nella mia città preferita. A casa dello zio.
Premio che arrivava alla fine di ogni stagione scolastica.
Lo aspettavo tutto l'anno. Con frenesia. Stretta com'ero tra le mura antiche e pur bellissime della città di provincia che mi aveva dato in natali. Che amavo ma che non comprendevo.
Consapevole che ci fosse altro. Ad di là di quelle montagne. E di quelle "FORCHE" che avevano piegato i romani.

E l'altro per me era Milano.
L'estate calda e afosa della città mi accoglieva, con tutta la sua altezzosità.
Le strade lunghe e larghe, le guglie del suo duomo. gli alberi dei suoi parchi. Ma anche borghi quasi nascosti alla cui fine c'era l'università, che un giorno mi avrebbe accolto e sopportato, tra le aule vecchie e il porticato del suo giardino. Ricca di opportunità che mai sono state negate ad alcuno. Almeno allora.
Quando tornavo ero sempre triste. Mi sembrava che fosse sempre troppo lungo il tempo da trascorrere prima del mio ritorno.
E i giorni precedenti erano volati. Mi aspettavano il mare e le vacanze. Un mese intero in cui sarei stata con tanti amici con i quali mi rivedevo ogni anno, sulla spiaggia bianca di quel paesino abruzzese che adoravo.
Eppure, quella notte le luci gialle mi immalinconivano. Niente di particolare. Sembrava che tutto fosse sospeso, come quando aspetti qualcosa che non conosci ancora, ma che sai, arriverà.
E poi io di notte non dormivo mai. 
Una paura atavica, che mi aveva trasmesso il mio papà ferroviere. "Sempre un occhio aperto di notte, bambina mia."

Il primo stop era Foggia. Ma non terminava lì il mio viaggio. Mio zio mi accompagnava fino al treno che mi avrebbe riportato a casa. Un abbraccio e il silenzio carico di parole di affetto tra due che si considerano un'altra figlia e un altro padre.

L'arrivo a casa, intorno alle 12,00 del mattino. Mio padre che mi corre incontro e mi abbraccia. Talmente forte che meraviglia me per prima. Lo prendo in giro dicendo "ehi ma son tornata non sto partendo per L'America". Lui che mi accarezza e piange.
Io che lo abbraccio forte ma che non capisco.
E poi a casa. Le immagini dal televisore. Il fumo, le barelle, i teli bianchi sui corpi. I nomi. Non vedo più le luci gialle e la stazione bianca. Vedo solo il dolore, la rabbia. I visi di chi cerca disperatamente qualcuno o qualcosa di quel qualcuno. Le autoambulanze. Un autobus rosso che accoglie i feriti. 
Le domande. I dubbi.
Oggi, dopo oltre trent'anni, non hanno ancora trovato risposta.



Ciao BOLOGNA.






01 maggio 2020

IL LAVORO E LA GIOIA



Mio padre era un Ferroviere. Per lui non esistevano le feste comandate, lavorava a Natale e Pasqua, Ferragosto e 31 dicembre. Molto spesso, per mantenere la sua famiglia numerosa, oltre al suo turno   ne aggiungeva un secondo perché questo significava soldi in più. Così come gli capitava di sostituire colleghi che preferivano restare a casa nei festivi e allora riprendeva il treno pure la sera della Vigilia di Natale. Nei miei ricordi, il punto fermo era il rumore delle sue chiavi nella toppa. Che fossimo ancora svegli o a letto (io in realtà ben sveglia e con la pila accesa a leggere o scrivere il mio diario) era il momento che si aspettava, perché ci si raggomitolava tutti attorno a lui, se non era troppo stanco, seduto o ancora in piedi ad accoglierci. Papà era il nostro cantastorie. Aveva sempre qualche aneddoto di lavoro o di amicizia su cui farci il resoconto. Magari, qualcuna di quelle avventure era inventata, ma avendo un modo tutto suo di raccontare, era "più vera del vero".
Difficilmente poi, tornava a mani vuote. Dai suoi viaggi, per noi meravigliosi, lui novello Marco Polo, consegnava ai figli doni mirabilanti. Collane preziose a più fili, che le sue figlie provavano davanti lo specchio di nonna Carmela, in previsione di una futura presentazione reale alla Regina d'Inghilterra. Pistole ad acqua per mio fratello che ci avrebbe investito ben bene qualche tempo dopo in riva al mare. Foulard e cappelli per mamma Mimma e le sue figlie. Abbiamo migliaia di foto in cui, tutte noi, indossiamo  copricapi dalle  fogge più improbabili con piglio compiaciuto o un birignao insoddisfatto. 
E poi, da ogni regione attraversata, ci portava in regalo, il prodotto locale tipico.
Dal Molise, tornava con le mozzarelle di Campobasso e il caciocavallo; avevano un sapore speciale, rincorso ancora oggi sul filo dei ricordi.
Dalla Puglia, la pasta fatta in casa, orecchiette in primis, fatte con la semola, il piatto forte di ogni massaia locale. 
Da Napoli, arrivava con la "guantiera" di sfogliatelle. Ricce o frolle, per la gioia dell'intera sua famiglia. E poi, il caffè di una delle torrefazioni più antiche della città che ancora oggi è sinonimo di gusto e perfezione.
Le sue trasferte a volte, lo portavano lontano per mesi interi. Ci scriveva lettere lunghissime (si capisce da chi ho preso eh) o ci telefonava e noi lo aggiornavamo su ogni successo o insuccesso scolastico. Riusciva a tornare a casa solo una volta ogni due settimane. Allora la sua più grande passione era quella di portarci a fare delle gite fuori porta e scattare milioni di fotografie.
Non pensate sia cambiato mio padre, ad ottantasei anni ha ancora la stessa vitalità e verve di allora. Tempra forgiate nella roccia.
In 41 anni di lavoro non ha mai fatto un giorno di malattia. Non ha mai nicchiato o inventato scuse per restare a casa. Con questo esempio, nato dai fatti e non dalle parole, siamo cresciuti come e peggio di lui. Ci ha insegnato a scegliere, se possibile, un lavoro che amiamo, visto che lui,  il suo, lo adorava;  in ogni caso a rispettare il nostro da cui trarre sostentamento e fiducia. Mio padre ci ha insegnato che il lavoro è gioia, è speranza, è futuro. Pure nelle millemila  difficoltà che ha dovuto affrontare ogni giorno e il dolore quotidiano quando era lontano da casa, ha sempre trovato il sorriso per accogliere il senso di esserne testimone. Ed io, oggi più che mai, credo sia una delle pochissime cose per le quali dobbiamo lottare strenuamente.  Il mio pensiero va a chi ha perso il lavoro o  lo ha sospeso e non sa cosa succederà a breve. Al timore di non sapere se potrà ricominciare o dovrà ricostruire. A chi ha paura per la sua famiglia e per i suoi figli. Il mio pensiero va ad ognuno di noi, perché tutti abbiamo sulle spalle il peso dell'incertezza. 
Non ho idea di quel che sarà domani e al momento si naviga a vista. Ho scritto questa riflessione partendo dall'esempio più bello che conosco e arrivando al pensiero di due grandissimi Italiani per i quali il lavoro era gioia e certezza.
Mi auguro di cuore che l'Italia e il suo popolo non restino soli ad affrontare l'alba del nuovo giorno.

Buon 1° Maggio a tutti.




"Io credo nel popolo italiano. È un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo. (Sandro Pertini)"


"Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo. (Adriano Olivetti)"





25 aprile 2020

[RACCONTI] SCARPE ROTTE EPPUR BISOGNA ANDAR A CONQUISTAR LA ROSSA PRIMAVERA...


"Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte eppur bisogna andar
a conquistar la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir
a conquistar..."

"Nonna ma che stai cantando?
"Mariè, è una vecchia canzone dei tempi miei"
"Ma che vuole dire scarpe rotte eppur bisogna andar?"
"La cantavano i partigiani ai tempi della guerra e vuol dire che per sconfiggere il nemico e liberare l'Italia bisogna camminare anche con le scarpe scassate e il brutto tempo"
"Ma non è vero nonna, il maestro ci ha insegnato Bella Ciao, è questa la canzone della guerra e dei partigiani."
"Ma tu lo sai chi erano i partigiani?"
"Sì, erano uomini che hanno lottato per liberare la nostra terra dai nazisti."
"E lo sai che c'erano anche molte donne che li aiutavano portando dei messaggi di nascosto? Andavano in bicicletta."
"No che non lo sapevo, e tu ne conoscevi qualcuna?'".
"Io avevo la bicicletta."


Così a 10 anni scoprii che Bella Ciao è diventata l'Inno dei Partigiani negli anni '60 e che, durante la guerra, quegli uomini fischiettavano altre canzoni  per tenere su il morale durante i lunghi periodi in cui erano in missione e preparano gli assalti all'esercito nemico.

"Mamma ma tu ti ricordi il Giorno della Liberazione e dov'eri?"
"Ero sfollata in un paese della provincia di Benevento assieme a tutta la famiglia, ricordo la festa, i camion con gli americani, i balli e i canti, la gente che si abbracciava e rideva, ero piccola però mi ricordo  la cioccolata."

"Papà e tu, te lo ricordi cosa stavi facendo e dov'eri quel giorno?"
"A Campobasso, nel casello dei nonni, ricordo i carri armati e i soldati che scendevano e ci regalavano scatolette. Scatolette di carne, noi non  ne mangiavamo da molto tempo e quella ci sembrò buonissima, aveva un sapore... e pensare che a soli 12 anni ho rischiato di morire per mano di un tedesco."

Stralci di vita e di ricordi legati alla Liberazione tratti dalle cronache familiari, con qualche licenza poetica.



"La Liberazione aveva liberato molte cose. Aveva rotto le gabbie, sentimenti prima incapaci di esprimersi avevano imparato a uscire dal chiuso. Ci si parlava. Si imparava a vivere in libertà." (Marisa Ombra - Libere sempre)

"l'Agnese passò il ponte con la bicicletta a mano. Le sentinelle tedesche del posto di blocco erano dentro la loro nicchia, le fecero cenno con la testa di andare pure avanti.Lei rimontò, riprese a spingere sui pedali. Ricominciava a sentirsi pesare il cuore, grosso e fermo contro lo sforzo del respiro: e aveva molti chilometri prima di arrivare." (Renata Viganò - L'Agnese va a morire)



Il 25 Aprile è memoria, è rispetto, è Patria. Il 25 Aprile sarà sempre ricordato. Perché anche quando chi l'ha vissuto non ci sarà più, noi ne preserveremo la memoria e riporteremo gli eventi.Dopo nonni e genitori, resteranno i figli e i nipoti. Non riusciranno a far scendere l'oblio sulla lotta e sulla riconquista. Sul sangue versato e sul sacrificio. Siamo chi siamo grazie a chi ha corso, lottato, aiutato, protetto e anche ucciso. Siamo chi siamo e nessuno riuscirà a coprire di polvere tutto questo  e a cancellare le lacrime.

Nessuno.


Milva: Fischia il vento urla la bufera - canzone dei Partigiani





Buon 25 Aprile a tutti voi.

17 marzo 2020

GLI ORTI NELLA TERRA DI DIO




"Da bambino, andavo alle elementari ma durante le ferie scolastiche i miei genitori mi inculcarono l'amore per la terra. Imparai e memorizzai il profumo del mondo agricolo, zappando e mietendo il grano, legando le " gregne" e  adagiando poi lo sguardo ai più grandi, al lavoro della trebbia.
Io da piccolo avevo gli occhi e la mente oltre la barriera dell'età, ed ora, come ha detto Lucio Battisti, "mi vieni in mente" ed amo l'infanzia più di me stesso.
Ecco perché vi mando queste foto che non hanno bisogno d'altro per farsi capire; la vita si è poi "evoluta" in modo impensabile, incredibile. Col mio innocuo diploma venuto dalla terra sono andato ad insegnare prima a Milano (p.zza Cordusio) poi ad Arluno nelle scuole medie; italiano,storia, geografia e materie tecniche non per forza attinenti, poi in FaceStandard ed infine ferroviere.
Ma non è finita, ora coltivo gli orti nella terra di Dio, ove la vita va oltre l'infinito. Amen."

(MartinoEsse)



Ieri sera, assieme ai miei fratelli, ho ricevuto questo whatsapp con foto allegate.
Mio padre, in questi giorni di "cattività" spesso ci racconta le sue passioni e ci parla di lui, del suo passato e della sua vita.
Tra i suoi interessi, di sicuro c'è l'orto che coltiva con perseveranza e successo. Sicuramente gli manca, come gli manchiamo noi figli e nipoti, in  questi giorni complicati.
Allo stesso tempo, il suo scritto è un inno alla gioia, alla vita, al futuro. 
Perché non ci può essere mai un momento in cui diciamo basta e smettiamo di sperare e sognare.
Vi regalo le sue parole, che siano  momento di bellezza e serenità.


30 ottobre 2019

LA RICCHEZZA DEL CUORE.



Foto privata - vietata la riproduzione

Non ricordo bene il momento esatto in cui, vedere persone di una certa età ha dato il via ad un incontenibile senso di tenerezza.  Da quando compresi che, anche io, avrei avuto il viso arricchito dalle rughe e il passo più lento. Ed è successo tanto tempo fa, ero praticamente ancora una ragazzina. GLI ANZIANI. Li amo da quando avevo sei anni e mia nonna Carmela mi faceva salire su di una seggiola per imparare a "tirare" la pasta per le tagliatelle o per i fusilli che, da noi, si arrotolavano con il ferro da calza. Oppure è accaduto durante le mie estati in campagna, quando nonna Maria mi mandava a prendere le uova nel pollaio ancora calde del "culo" delle galline che rapinavo. O quando la sera nonno Antonio mi insegnava a giocare a scopa, anche se contro di lui non vincevo mai, aveva una memoria strepitosa,  ricordava tutte le carte uscite. Ed erano risate incontenibili quando mi rendevo conto che faceva finta di perdere perché io mi ero arrabbiata da morire.  Sono diventata bravissima nei giochi di carte ma mai quanto lui. Ora, quando mi fermo ad osservare i miei genitori, il loro passo sempre più curvo, i loro affanni e mi si chiude il cuore, mi scopro a sorridere tra le lacrime mentre il passo successivo è correre ad abbracciarli  forte. Mi viene in mente tutta la magia dell'infanzia, mentre osservo, durante i miei percorsi quotidiani da pendolare rassegnata, la dolcezza e la stanchezza di membra che hanno vissuto tutto, amato e odiato. Persone che portano con sé l'esperienza che forse noi adulti non acquisteremo mai, perché erano altri tempi, altri modi, altra vita. E sorrido sempre per rassicurarli, a volte li sorprendo smarriti.  Hanno gran voglia di parlare, di raccontarsi. Mi viene naturale partecipare e dire di me, perché sono sempre interessati, ancora curiosi. Sono belli e vorrei regalare loro ancora del tempo. Ma forse, non lo vorrebbero. In uno dei miei viaggi da pendolare, mi è capitato di stringere forte le mani di una nonna che mi raccontava delle sue nipoti e gli occhi le brillavano, o forse era lei che stringeva le mie mentre mi guardava ed io avevo lo sguardo reso opaco dalle lacrime. Chissà se tutto quell'amore che hanno regalato e che regalano ancora, è compreso fino in fondo. Io mi illudo di sì, pur vedendo ogni giorno tante teste giovani chine e rese cieche dalla luce dei cellulari. Mi illudo di sì, se penso a tutto il bagaglio di ricordi e di esperienza che mi porto dietro. Sono così ricca dentro grazie ai miei nonni e ai miei genitori. Di quella ricchezza del cuore che non si può improvvisare. Perché è stata coltivata anno dopo anno, con cura e attenzione. Ce l'hanno regalata loro, coi loro gesti, coi loro sorrisi, con la partecipazione. Ci hanno insegnato la vita, l'amore e il rispetto. Io sono migliore grazie a loro.
Chissà se i ragazzi di oggi ai sorrisi ricevuti  dagli sconosciuti, un po' avanti di età, rispondono con altri sorrisi. Se si fermano ad ascoltare i loro racconti.   Si arricchirebbero con quel mondo d'amore che stiamo perdendo. Prima che sia troppo tardi.









PS: amo la canzone che ho postato. La amo perché dice tutto, illumina tutto, mi riempie gli occhi di lacrime tutte le volte che l'ascolto. Pura poesia. Altro che canzonette.

07 dicembre 2018

TAG: I MIEI NATALI DEL PASSATO.



Voi lo sapete quanto io ami i TAG.Così come amo premi e menzioni.Ma devo dire che forse il più bello nel quale sono stata coinvolta, è l'ultimo nato di casa MOZ O' CLOCK.
Il ragazzo terribile del web, Miki Moz, se ne è inventata un'altra.Una fucina incredibile di idee, la sua.Ma stavolta ha davvero superato se stesso.Almeno per quel che mi riguarda, visto che io ADORO IL NATALE.
Lo amo proprio tanto e questo TAG non avrebbe mai potuto lasciarmi indifferente.
Dirò di più: meno male che mi ha nominato grazie al suo sistema random :-) perchè ci sarei rimasta male a rimanere in un angolo sperando che qualcun altro mi coinvolgesse!

Ma in che cosa consiste il TAG?

1) Elencare tutto ciò che è stato un simbolo dei nostri Natali del passato, in base a i vari macroargomenti forniti;


2) Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento a

https://mikimoz.blogspot.com/2018/11/natali-da-bambini.html

3) elencare cinque blogger nominandoli;



Allora partiamo.



GIOCHI
Assolutamente TOMBOLA. Essendo campana di origine, per me il Natale senza il gioco di famiglia per eccellenza, non avrebbe senso. I ricordi più belli sono quelli legati ai Natali di quando ero piccola ed erano vivi i nonni. Era una grande festa,  casa nostra diventava il centro del mondo. E dopo il pranzo fino a sera inoltrata si giocava tutti insieme, grandi e piccoli. Avevamo la tombola con il canestro di midollino e le caselle che si chiudevano solo con l'aiuto di bucce di mandarino che noi bambini avevamo diviso in minuscoli pezzettini. Era una gran caciara tra genitori, zii e nipoti e si chiacchierava ininterrottamente per ore. Poiché le caselle erano sempre doppie o triple tutto quello che si vinceva si divideva, senza troppe storie. La chicca era lo zio Luciano che conosceva di ogni numero la versione in dialetto napoletano e la ripeteva a voce alta tra le risate di tutti.

FUMETTI
Credo che la mia passione per i fumetti sia nata proprio durante uno dei miei natali del passato. Il numero di Topolino dedicato al Racconto di Natale di Charles Dickens. Quando ti innamori è per sempre.

FILM
Io ho iniziato a leggere a cinque anni partendo dal capolavoro di Louise May Alcott, per cui il Natale è imprescindibile da Piccole Donne. Qualunque versione, da quella del '33 in bianco e nero con Katerine Hepburn o del '49 con Judy Garland, fino a quella  del 1994 con Winona Ryder. Senza dimenticare la più recente, passata sulla Pay Tv quest'anno, che forse è la più fedele all'originale. Insomma, volevo diventare Jo March e sono ancora qui.
Dopo, gli altri due film del cuore sono Il Mago di Oz e Mary Poppins. Riesco pure a canticchiare la maggior parte della colonna sonora con quel filo di voce che ho.

TELEVISIONE

Tutto quel che passa alla tele durante il periodo delle feste. Negli ultimi anni a casa dei nonni è terra di possesso dei miei nipoti. Ma io sono felice di guardare la qualunque abbracciata ai miei tesori, che profumano del dolce e miele degli struffoli di famiglia.

CANZONE

Beh, per una beatlesiana come me, la risposta dovrebbe essere inequivocabile. 
E invece no, la mia canzone di Natale, che da tempo immemore mettiamo in macchina ogni volta che torniamo a casa per le vacanze, è di Chris REA.  DRIVING HOME FOR CHRISTMAS.
Evocativa come nessun'altra.



CIBO

E qui si apre il capitolo mangereccio per la gioia di Moz.
Io arrivo a casa qualche giorno prima di Natale. E mi occupo di quello. La cucina delle feste. Per cui si parte dagli struffoli che si preparano un po' di giorni prima, al cardone o minestra di cardi che a Benevento sono un'istituzione. Nessuna e dico nessuna famiglia, aprirebbe le danze del giorno di Natale senza. Poi ci sono le zeppoline,  panzerotti  fatti di pasta fritta, ripiena di tutto un po'. E  l'insalata di rinforzo, i broccoli di Natale, l'agnello al forno e per far contento papà Martino, l'anguilla o il capitone e il baccalà fritto. Li mangiano solo lui e i suoi generi, ma credetemi non sarebbe possibile immaginare il Natale a casa mia con un menù diverso.Senza dimenticare che, la sera della vigilia, si comincia con  gli spaghetti alle vongole.

LUOGHI
BENEVENTO, LA MIA CITTA'. Sicuramente.
Ma da parecchi anni anche BARLETTA la città di mio marito. Che amo, come tutta la Puglia.

LIBRI

Uno dei ricordi più belli appartiene ad un Natale meraviglioso: quello dei miei cinque anni. Mi regalarono i miei primi libri: PICCOLE DONNE e IL CIRCOLO PICKWICK.
Io penso che da quel momento, la lettura sia entrata a far parte di me e non sia  mai più andata via. Tutto è riconducibile a quella prima frase letta a fatica ma poi rimasta impressa per sempre nella mia mente e nel mio cuore:
-NATALE NON SARÀ NATALE SENZA REGALI-
Anche se, nella versione per bambini la frase era "Un Natale senza regali non è Natale." il mio senso del Natale non appartiene a quello che diceva Jo, mentre brontolava stesa sul tappeto davanti al fuoco, ma a ciò che ho incontrato per la prima volta seduta sulla poltrona di nonna Carmela, LE PAROLE. Quelle che risplendono, come diceva l'altra americana del mio cuore, Emily Dickinson. Una folgorazione destinata a durare tutta la vita.

VIDEOGAMES

Moz, ti voglio bene, ma questo argomento, pur con tutta la mia buona volontà, resta fuori dai miei Natali del passato.

LIFE

Credo che, argomento dopo argomento, io abbia già elencato le situazioni di vita che appartengono ai miei Natali passati. A dirla tutta sono anche quelli di adesso. Famiglia, genitori, fratelli e nipoti. Si continua, i bambini sulla poltrona di nonna Mimma hanno gli stessi sorrisi, scartano i regali con la stessa gioia, cantano le stesse meravigliose canzoni di Natale. Ridono e ci ricoprono di baci. Ci rendono felici. Sono il vero e meraviglioso suono di ogni Natale. Quello che accendono nei nostri cuori  e ci scalderà per tutto l'anno che arriverà. Ed è ciò che conta, non credete?

FOTO DI UN NATALE PASSATO

E qui siamo alla nota dolente:  a Milano non ho foto che possano farvi vedere la piccola Mari dei Natali passati. Però c'è qualcos'altro e spero vi piaccia ugualmente. Ci sono cose nella vita che non hanno prezzo. E credo che, se questa lettera è presente ancora oggi nella scatola dei ricordi di mio padre, sia per donare il vero senso ai Natali passati di tutti e a quelli futuri.





Io nomino tutti i miei amici blogger. Che ognuno di voi leggendomi, possa trovare l'ispirazione giusta per fare in modo che questo TAG (scusate se sono ripetitiva ma mi è parso meraviglioso) riscaldi il cuore e faccia brillare gli occhi.

                                      E grazie Miki. 





19 marzo 2018

UN TUFFO NEL MARE.




La memoria è il nostro tesoro. Racchiusi nel profondo della nostra anima come in un scrigno prezioso, ci sono tutti i nostri ricordi.
Belli e brutti, di sereno e tempesta.
Come pioggia improvvisa a volte ci inzuppano tutti senza che sia possibile trovare riparo.
Noi guardiamo in alto e poi proviamo a chiudere gli occhi: ma loro sono lì, impossibile fuggire.

Io li lascio scorrere random perché di tale bellezza vorrei morire.

Le conchiglie sulla spiaggia erano numerose,  passavamo intere mattinate a raccoglierle  e a posarle in quei bei secchielli colorati e splendenti.
Le palette e le formine a fare castelli.
Alcuni venivano su come la cattedrale di Barcellona; guglie improbabili che si allungavano fino al cielo.
E poi, come gioielli li arricchivamo con i tesori trovati al mattino presto lungo la battigia.
I colori più belli, le traslucenze misteriose, la madreperla improbabile.
Felici coinvolgevamo gli adulti che venissero ad applaudire i nostri piccoli sogni da futuri architetti.
Il mondo lo avremmo dovuto cambiare, saremmo bastati noi e la nostra fantasia.
Poi c'era il bagno, al quale anelavamo dal mattino presto.
Le ore della digestione subita come una condanna, ticchettavano lente. La colazione era smaltita intorno alle 11,00 se le nostre mamme erano clementi.
A quell'ora eravamo tutti in fila ad aspettare il via come fossimo alla maratona: in partenza.
Ci lanciavamo con urla ridicole, baruffe accese di schizzi d'acqua. Risate e rincorse goffe.
Tra tutti c'era qualcuno che non aveva ancora provato a lanciarsi senza braccioli.
Il mare in tutta la sua trasparenza poteva nascondere il male a pochi passi dalla spiaggia.
Eravamo combattuti, provare oppure no, la gioia era mista a sgomento. Fare quel passo?
Un papà colse il desiderio e allo stesso tempo il timore e allora prese in braccio il suo tesoro e lo condusse con sè.
Gli altri dietro a fare da sponda.

Per qualche giorno ci furono lezioni di nuoto a cui ci abituammo.
Poi venne il momento del tuffo nel mare, perché si era pronti.
Ingoiammo acqua che fece lacrimare occhi e stringere i polmoni. Ma come nella vita così nel mare la necessità ti fa dimenticare le difficoltà e le paure.
Qualche bracciata allontanò ogni remore. 
Divenimmo provetti pesciolini. Ci furono gare, vinte e perse e ancora tante risate. Tanti tuffi forti di spalle potenti.
Quel papà che decise il momento restò un eroe. Ma era il mio e ne fui persino gelosa.
Cosa che con il tempo non è passata mai. 
Di orgoglio e di amore è questo scritto.
Grazie papà lungo la striscia del tempo la tua bimba ti amerà sempre con forza e controvento.
Buona festa del papà agli eroi quotidiani dei bambini  di tutto mondo.



20 marzo 2016

Papà.


Ieri era la tua festa.
Non amo scrivere di feste e festeggiamenti sul mio blog.
Per cui, sarò breve anche adesso.





Ti stringo la mano, forte eh, forte.
Non la lascio come non la lasciavo da bambina.
Non te la lascio adesso perché adesso più che mai c'è bisogno.
Sono lontana eppur vicina.
Si sta lottando insieme, in questi giorni duri.
Per proteggere, per riparare, per curare, un'anima cara.
Che soffre, che lotta, che risolleva la testa ogni tanto, ma è tanto stanca.
E tu, sei lì. Con le spalle fiaccate, dalla stessa cura che abbatte, che colpisce.
La cura.
Ogni giorno, un passo avanti.
Ogni giorno, le carezziamo la guancia, le teniamo forte il viso, le attutiamo i colpi.
Ogni giorno, ci siamo.
Tu un po' di più.
Tu papà.
Grazie.

(@Mariellaesseci - tutti i diritti riservati)



21 giugno 2013

Vorrei regalarti...




Io e te

Vorrei regalarti un secchiello di pietre colorate.
Simili a quelle collane bellissime che ci portavi al ritorno dai tuoi viaggi e che noi bambine, indossavamo con suprema maestà, dopo averle attorcigliate più e più volte al nostro collo.
E danzavamo poi, davanti allo specchio della camera da letto, convinte di essere delle regine.

Vorrei regalarti acqua pura.
Come quella della fonte di Monticchio dove ci portavi in gita, durante le lunghissime giornate d'estate, che il sole era caldissimo e il fresco dei boschi della Lucania ci riparava. E noi in coda dietro di te, passavamo il pomeriggio a ridere e giocare mentre aspettavamo che arrivasse il turno nostro.
Raccogliere l'acqua fresca e pura e berla quasi tutta d'un fiato.

Vorrei regalarti un treno.
Come i mille treni presi con te. Come le migliaia di chilometri che abbiamo macinato insieme. Tu nella tua divisa da capitano del treno e noi i tuoi figli, orgogliosi di quell'uomo alto e fiero che conosceva tutti e tutto. Le città, i paesi, i ponti, le montagne, il mare.
Le luci della sera che scorrevano velocissime dai finestrini e i tuoi racconti, sempre diversi,che ci lasciano pieni di meraviglia.

Vorrei regalarti una casa di campagna.
Come quella dove sei cresciuto da bambino. Quella in cui anche noi abbiamo vissuto estati indimenticabili. Con il grande camino, la cucina economica e il tavolo di legno massiccio scuro. Con l'orto dietro pieno di fave e pomodori d'estate. E l'albero di ciliegie su cui io mi arrampicai una volta per tentare una rapina e caddi dritta dritta al suolo, rompendomi il braccio.
Una casa che prima il terremoto e poi un lago artificiale ci hanno portato via. Ma non il ricordo.
Il ricordo mai.

Vorrei regalarti una partita.
In cui il tuo Maradona e il mio Zanetti giocano insieme. Perchè sono due argentini e due grandi del calcio. Quel calcio che io amo grazie a te e alla prima partita vista insieme.
Sugli spalti dello stadio di Avellino. Non sono mai diventata tifosa azzurro cielo  io, come volevi tu. Sono di un azzurro tendente al nero e mi vuoi bene lo stesso. Perchè la squadra è come la fede e non si cambia mai.Me lo hai insegnato tu.Però mi dici sempre, meglio che milanista, milanista mai.

Vorrei regalarti giorni felici con i tuoi nipoti.
Ma poi penso che non c'è bisogno. Quelli ci sono e ci saranno.
Migliaia di migliaia di migliaia.

Vorrei regalarti un cuore nuovo.
Perchè il tuo da troppo tempo fa i capricci. E' grande ma tanto stanco. Ogni tanto s'inceppa e lo si ripara. Ma poi penso che, un cuore nuovo non sarebbe il tuo. Quello che ci ha insegnato che nella vita bisogna avere pazienza, rispetto e amore.
Quello che ti spingeva a scrivere poemi alla figlia ribelle. Che a diciotto anni decise che la sua vita non poteva rimanere chiusa in un mondo di provincia troppo piccolo per lei.Soffriva tanto, perchè si sentiva scoppiare la vita dentro. Una figlia che giorno dopo giorno si spegneva.
Tu avesti paura di perderla per sempre. E allora ci fu una lunga lettera scritta ad una sorella che viveva al nord da molto tempo e la preghiera di prenderla con sè. Ce l'accompagnasti tua figlia a Milano, qualche giorno prima di un Natale di oltre venticinque anni fa.
E ce la lasciasti. Con un dolore dentro che non si è spento mai. E' stato l'insegnamento più importante.
Quello che ha cambiato la mia vita e anche la tua.
Il coraggio di lasciare, per donare nuovamente la vita.


Buon compleanno papà.
Auguri per i tuoi primi ottanta anni.
Sei solo un ragazzino.
Perchè con un cuore così si è giovani per sempre.





Stappala dai!