04 aprile 2020

SABATO DI POESIA: DOV'È AMORE E SAPIENZA







Dov’è amore e sapienza,
ivi non è timore
né ignoranza.
Dove è pazienza e umiltà,
ivi non è ira
né turbamento.
Dove è povertà con letizia,
ivi non è cupidigia
né avarizia.
Dove è quiete e meditazione,
ivi non è affanno
né dissipazione.
Dove è il timore del Signore
A custodire la sua casa,
ivi il nemico
non può trovare via d’entrata.
Dove è misericordia e discrezione,
ivi non è superfluità
né durezza.

(San Francesco d'Assisi)



Nacque ad Assisi nel 1181 e morì ad Assisi nel 1226.
L'uomo che ha dedicato la sua vita alla fraternità, alla povertà, all'umiltà. Troppo grande allora, così attuale oggi. Comunque inarrivabile.

A Francesco D'Assisi ho dedicato alcuni post qui  qui e qui.


02 aprile 2020

LETTERA DI UN'INFERMIERA AL RESTO DEL MONDO



Lo so, è un post lungo. Ma prendetevi cinque minuti e leggetelo. Penso che molti di voi avranno letto a mezzo stampa la notizia della lettera che un'infermiera dell'Ospedale di San Luigi di Orbassano ha inviato al sindaco di Volvera.Lui l'ha pubblicata sulla sua pagina Facebook. Dice tutto su questo tempo terribile. Io sono rimasta in silenzio e ho avuto un momento di emozione intensa. Chissà quando ne verremo fuori. Spero  che saremo molto più ricchi. Dentro.

«Buonasera sig. Sindaco,lavoro in ospedale, le scrivo perché, da cittadina volverese vorrei descriverle una giornata tipo. Una come tante, in questo periodo. Ma non vorrei descriverle quello che stanno passando i media: numeri, statistiche, decreti e divieti. Vorrei farlo visto dal lato del paziente Covid positivo e degli operatori. Il Covid è molto più che un virus subdolo.Siamo un paese che sa solo lamentarsi per qualsiasi cosa, mai contenti di nulla. Sembra che la quarantena sia un castigo anziché una protezione per ognuno di noi. Se lo riterrà opportuno, potrà condividerlo lei, per sensibilizzare.Che bello essere chiamati angeli, ma chissà se poi lo siamo davvero.È un sabato mattina di una settimana di allerta Covid-19. Finalmente un giorno di riposo dopo tanto lavoro. Finalmente puoi dedicarti alla famiglia. Per te la quarantena non esiste, non esiste il divieto ad uscire e non è mai esistito. Tu devi lavorare, sei preziosa dicono. E invece no, niente riposo. Arriva la chiamata. Si deve andare. C’è bisogno di coprire turni. Il lamento è d’obbligo, non vorresti, ma si fa. Mentre ti prepari, rifletti che marzo non è stato affatto clemente: turni di 12 ore, ferie annullate, riposi ma cosa sono i riposi?Arrivi in ospedale, qualche figura nei corridoi, ma ancora troppa gente in giro. Arrivi al reparto critico, quello dove sono ricoverati i pazienti positivi. Tutto blindato, suoni. Ti apre la collega che è li da ieri sera. Stremata, viso segnato dalla mascherina e gli occhiali, prendi consegna e la congedi. Deve riposare. Suona un campanello. Ti sporgi alla camera interessata, chiedi il motivo della chiamata, rassicuri che presto entrerai, e vai a vestirti. La vestizione è lunga, ci si deve bardare molto bene e non si possono commettere errori di trascuratezza.Entri dalla paziente, la conosci e la saluti. Ha un casco sulla testa, si chiama C-pap. Serve per respirare meglio, non ha molte speranze e il monitor al quale è collegata ne dà conferma. Ma la paziente è cosciente, lucida e orientata nel tempo e nello spazio, ma soprattutto sa che sta per morire. Lo sa, lo percepisce e lo sente. Parli un po’ con lei.Non mangia da giorni. Questa mattina chiede la colazione. Ha un diabete non controllato e vuole due fette biscottate con la marmellata. Sarà certo il diabete il suo peggior nemico ora? E riferisci alla collega di passarteli.Quello sguardo implorante ti uccide. Distogli ogni tanto gli occhi da lei per non morire dentro…Mentre le sistemi i cavi dei parametri vitali, lei ti prende la mano…”Amore, sei mamma?”. “Si, di due ragazzi”.“Allora puoi capire cosa sto provando?”.“Posso provare, ma se vuoi, puoi descrivermelo… ti ascolto”.“Ho quattro figli e sono sempre stati tanto mammoni. Un rapporto bellissimo, anche perché gli ho fatto da madre e da padre, visto che sono rimasta vedova da giovane. Non ho paura di morire, non vorrei solo soffrire. Ma un giorno, uno dei miei figli è venuto a trovarmi e non lo hanno più fatto entrare.. è stato obbligato, non una scelta. Non ho potuto vedere più i nipoti, le nuore nessuno. Io qui, loro a casa.”.“Ma chiamali al telefono e diglielo”.“Si, ma non è la stessa cosa”.“E vabbè, però ti sentono, ti parlano ed è già qualcosa, meglio di niente”.“Li chiamo ogni giorno, li sento che stanno soffrendo perché non possono stare con me fino alla fine”.Entra il medico, la visita e squilla il telefono, è uno dei figli. La paziente gli dice “c’è il medico, te lo passo”. Il medico descrive al figlio la situazione. È davvero critica. Alla signora viene detto che dovrà essere intubata presto e che non ha molto da vivere. Il figlio chiede di poterla vedere per un ultimo, breve saluto. Non è possibile. il Covid non decide su chi posarsi, si insinua su chiunque.Il medico esce dalla stanza e la signora piange disperata. Mentre è ancora al telefono con il figlio, il figlio piange con lei. Lei ha sempre su di te quello sguardo implorante, come volesse chiederti di fare qualcosa e chiedi di passarle il telefono. La signora ha un telefono vecchio, non è anziana, ma nemmeno tecnologica, non puoi avvicinare il telefono all’orecchio, quindi non sai cosa ti risponde il figlio, ma quello sguardo ti ha trapanato e non sei soltanto un operatore, sei mamma, sei figlia.Dici al figlio: “Radunatevi tutti e quattro, ma proteggetevi con le mascherine. Fatelo prima che potete e poi chiamate in video chiamata questo numero”.E gli dai il tuo e vi farò vedere mamma. È poca cosa, ma almeno non sarà una cosa interrotta di netto, e la potrete vedere.Gli dici che sarai li per altre dieci ore e di richiamare più volte se non rispondo subito. Non passa neanche un’ora e la collega dice che dalla borsa sta squillando il tuo telefono. Tu sei sempre vestita e sempre in quella stanza, non sei mai uscita e le chiedi di prendere il cellulare, metterlo in un sacchettino, disinfettarlo e passartelo.Apri la video-chiamata e tutti e quattro i figli lì. La paziente non se lo aspettava ed è felice come una Pasqua e tu con lei. Si parlano un bel po’,  si raccontano, si dicono ti amo e lei desatura spesso perché si sta affaticando, ma sai il destino nefasto, non te la senti di chiedere di chiudere. Già una volta sono stati obbligati a tagliare, ora vuoi che la decisione sia la loro.La chiamata dura circa mezz’ora ed è come se un cerchio si fosse chiuso, quello che doveva essere è stato… lei aveva resistito solo per loro, per vederli, per salutarli. Hai il cuore in mille pezzi. Pensi a te e ai tuoi figli e comprendi tutto..ogni sua preoccupazione.Ti prende la mano, ti dice grazie, veglierò su di te, per quello che hai fatto. E fai fatica a non piangere. La paziente si spegne. Decidi di uscire e lasciare ai colleghi il resto. E vedi che, come le procedure prevedono, la cospargono di disinfettante, la avvolgono in un lenzuolo e la portano in camera mortuaria. Sola..sola..i suoi effetti personali messi in triplice sacco nero andranno inceneriti.È domenica mattina. L’agenzia di pompe funebri è venuta a prendere la salma. Uno solo dei figli presente, a debita distanza. Non l’ha più vista da quella video chiamata. Dà indicazioni all’incaricato e vanno via… la sua macchina svolta a destra, la salma va a sinistra..sola. Non ce la fai, quello è troppo. E se fino ad ora non avevi pianto, ora non ce la fai.A casa apri Facebook. Lamentele ovunque. Vi hanno negato la libertà, il bimbo non può andare più al parco, il cane passeggia troppo in là da casa e non si trova più lievito. Quanta ignoranza, quanti pochi problemi ha la gente, ma su una cosa ancora siamo fortunati: a noi ci saranno state anche negate delle cose, dovremmo anche fare sacrifici, ma almeno noi abbiamo ancora la dignità, un diritto che il Covid-19 ti toglie, senza poterti lamentare. Un diario dalla prima linea, quella umana, del cuore».





Fonte: La Stampa

31 marzo 2020

I FERRAGNEZ: STORIA DI UNA COPPIA CHE HO RIVALUTATO



Non sono l'unica ad avere spesso pensato che Chiara Ferragni fosse una ragazza che era riuscita a diventare quel che era perché si era trovata al posto giusto nel momento giusto.
E che tutto quello che aveva costruito in questi anni, lo aveva ottenuto anche grazie all'aiuto di tutte le persone che la circondavano e pure ad una gran botta di culo.
E poi, era insopportabile trovarsela ovunque: interviste, copertine di riviste, eventi di moda, Instagram, Twitter, perfino La Notte degli Oscar (vabbè lì aveva solo passeggiato sul tappeto rosso).
Sempre nell'occhio del ciclone, da sola, in compagnia, con mamma, papà e sorelle. 
In un nano secondo trova il fidanzato Fedez, famoso quasi quanto lei, che le fa la proposta di nozze ad un suo concerto e che se la sposa in Puglia con tanto di evento sbandierato su tutti i giornali e telegiornali, praticamente in mondovisione.
E poi la gravidanza, il parto, e il bambino Leon, sempre in diretta social. L'imprenditrice digitale del secolo. 
Una sovraesposizione globale. Ormai l'Italia è conosciuta nel mondo per la pizza, la mafia e la Ferragni.

Cos'e' pazz direbbe mia nonna.

Mai mi sarei aspettata che i Ferragnez mi avrebbero spiazzato, con una mossa semplice e devastante nella sua grandezza:
hanno lanciato tramite social una campagna crowdfunding partendo da una loro donazione di 100.000,00 euro attraverso la piattaforma GoFundMe  per acquistare materiale e attrezzature per la terapia intensiva. In meno di due settimane sono stati raccolti oltre 4 milioni di euro contribuendo alla realizzazione dei due padiglioni specializzati all'esterno dell'ospedale San Raffaele di Segrate.

La campagna è diventata la più grande d'Europa e la sesta al mondo.

Ora sembra che il Codacons li abbia attaccati presentando un esposto all'Antitrust  e chiedendo la sospensione della raccolta e un'indagine, adducendo accuse a proposito di importi gonfiati con un'alta percentuale di commissioni.
Questo ha generato molta confusione, perché alla piattaforma sono stati collegati Fedez e Ferragni, utenti come tutti i donatori e che in realtà, non gestiscono nulla personalmente, visto che quest'ultima è nata diversi anni fa ed ha molte campagne all'attivo.
La coppia si è detta disturbata e sconcertata dall'attacco ricevuto, facendo notare come in realtà si stia provando a distruggere un atto di bontà collettiva importantissimo, quale è la donazione.
Ma al di là di tutto io resto dell'avviso che la bellezza del gesto da parte di persone che sembrano così scollate dalla realtà, dice tutto sui pregiudizi che spesso nutriamo per gli altri. 
Noi vediamo l'immagine patinata, le feste, le luci, i guardaroba firmati. 
E invece, due ragazzi giovani, servendosi proprio della loro popolarità sono riusciti a fare tantissimo per chi sta soffrendo.Senza che nessuno glielo avesse chiesto.
Non gli dedico applausi. Non ne hanno bisogno.

Ma certamente un GRAZIE  oltre al mio rispetto, da oggi in poi.






29 marzo 2020

I VINILI DELLA DOMENICA: NERO A METÀ




La storia nella storia dell'album che ha segnato la maturità artistica di uno dei più grandi cantautori italiani, PINO DANIELE, è quella che vi voglio raccontare oggi, prima di cominciare.

Sul retro del vinile c'è una dedica:
Questo album è dedicato a Mario Musella.

Mario Musella, musicista e cantautore napoletano, era il Nero a Metà che da il titolo all'album. 
Perché fosse soprannominato così è presto detto: era figlio di una napoletana e di un soldato afroamericano arrivato in Italia durante la seconda guerra mondiale.
Nonostante sia morto giovanissimo, a soli 34 anni, nella sua breve carriera ha segnato la musica italiana in qualità di voce solista e bassista con il suo gruppo The Showmen,  lavorando con musicisti del calibro di James Senese e Enzo Avitabile, oltre a Pino Daniele. Fu uno dei primi, negli anni '60, a suonare l'R&B marchiando e nutrendo il jazz napoletano.
Claudio Baglioni disse che: "la sua voce scuoteva, ammaliava entrava dentro." 
Non ho fatto in tempo a conoscerlo. Ma sono arrivata a lui proprio attraverso questo album, incuriosita dalla dedica. Eccolo nella sua interpretazione più famosa di Un'ora sola ti vorrei, con la quale vinse il Cantagiro.

Ora torniamo all'album di Pino. Uscito nel 1980 ha accompagnato con le sue canzoni molti dei momenti emozionanti della mia adolescenza. Che poi Daniele sia uno dei punti cardine della musica di tutta la mia vita, potrebbe essere irrilevante per chi mi legge. Ma tant'è. Assieme a Massimo Troisi, splende potente.

Il giovane cantautore napoletano è reduce dai due album precedenti che lo avevano fatto conoscere a tutto il pubblico italiano. La voce unica, la spettacolare bravura di chitarrista, l'incazzatura perenne nelle sue canzoni, le parolacce, il sound del suo blues che farà scuola, lo hanno già reso un artista da tenere in considerazione. A Napoli è considerato un dio, avendo scritto uno dei manifesti della canzone italiana e napoletana a soli 21 anni: Napul'è.
Sicuro di sé e delle sue grandi potenzialità, nel nuovo lavoro infonde con precisa alchimia e dosi magiche tutta la sua grandezza. Le sue radici napoletane, la sua passione per il jazz e il blues, il dna dei vicoli dove è nato e cresciuto, il respiro del Vesuvio, l'odore del mare. Il mondo della musica nera americana con il quale si è nutrito si fonde perfettamente con il ghetto, le luci e ombre della sua terra.
Un talento esplosivo e disarmante. 
Ogni canzone è una capriola tra le radici di appartenenza e la musica che ama:
da Eduardo De Filippo alla rumba sudamericana. Dalle complessità di brani come "Voglio di più", all'ilarità che  accompagna "A me me piace 'o blues".
Fino ad arrivare alla struggente "Quanno chiove" e al piccolo gioiello che è "Alleria".
Ogni canzone un sospiro. Che sia di amore, dolore, allegria, sofferenza. Tutto è vivo, vitale. Tutto pieno e rotondo, global. Il più internazionale dei nostri grandi artisti. Il più severo, malinconico, deciso e romantico. Con questo lavoro, si e ci spinge sempre più in alto fino a quasi toccare quel cielo azzurro che amava tanto. Quel mare. Quella gente. La mia e la vostra gente. La sua musica, la mia, la nostra. Ed in questi tempi timorosi, in cui tutto sembra incerto e provvisorio, è bene ricordare assieme a lui:




E aspiette che chiove
L'acqua te 'nfonne e va
Tanto l'aria s'adda cagna'





Ora cliccate sui link e perdetevi nella sua musica.




Album: Nero a Metà - Emi Italiana - 1980



LATO A







LATO B








Fonti: Wikipedia - Onda Rock.

24 marzo 2020

HARRY POTTER E LA SUA RICETTA DELLA SERENITÀ



I giorni che ci riflettono dietro un vetro con lo sguardo triste e lontano.
la preoccupazione dipinta sul volto come costante.
Il bollettino nazionale quotidiano che ci tiene aggiornati sull'andamento del virus ogni sera alle 18,00.
L'ansia per quella curva virtuale sempre tendente verso l'alto.
Notizie di conoscenti o persone amiche in quarantena. 
Che sia a casa o ricoverati.
Il dolore sulle labbra degli altri e la televisione sempre, costantemente accesa.
I social, altro bollettino costante di questa guerra in atto.

La bolla invisibile che ci avvolge.

E poi ci sono i lunedì e i martedì sera.
Quasi tre ore in cui, per quella manciata di minuti, molti di noi dimenticano tutti.
Andremo avanti per tutto il mese. Due volte alla settimana con una vera e propria ricetta magica.


Harry Potter


I  libri, nati dalla mente geniale di una mamma disoccupata, J.K Rowling.
I film che, almeno per gli appassionati e sono tanti, ci lasciano in balia di magie e sortilegi, comunità collegiali, amicizie inossidabili, amori che superano il tempo e  lo spazio.
Il buono e il crudele.
La vendetta e il perdono.

Ogni volta che guardo i film della serie, resto attaccata al mio divano, in totale resa.
Rido, mi incazzo, mi commuovo.
Sapete bene che non sono una ragazzina.
Eppure.

Io lo so, che il mondo non può essere cambiato con un colpo di bacchetta magica e che non usciremo benissimo da questo momento affannoso e terribile.
Ma me lo dimentico.
Per qualche ora me lo dimentico.

Harry mi regala la serenità, con la sua bontà, la sua quotidianità, la sua umanità.
Molti di voi non capiranno, ma molti altri mi comprendono perfettamente e annuiscono.
Forse, la nostra anima indebolita dagli ultimi avvenimenti, ne ha bisogno esattamente come di una delle sue pozioni magiche.

Che ci regali, forza, perseveranza, pazienza e intelligenza.
A piccole dosi, tra le pagine dei romanzi e tra le scene dei suoi film.
Una cura perfetta per rattopparci un pochino.




“La felicità può essere trovata, anche nei tempi più bui, se ci si ricorda solo di accendere la luce”.

(Albus Silente - Il prigioniero di Azkaban)




21 marzo 2020

SABATO DI POESIA: SE NON HO ALTRA VOCE...


Se non ho altra voce per sdoppiare
in echi d'altri suoni il mio silenzio,
parlerò, parlerò, finché non esca
la parola nascosta di ciò che penso.

E la dirò, sfinito, tra deviazioni
di freccia che avvelena anche se stessa,
o altro mare addensato di vascelli
dove il braccio annegato ci fa cenno.

E spingerò in fondo una radice
se la pietra miliare la va sbarra,
e lancerò in alto quanto dice
che più albero è il tronco che è più solo.

E lei dirà, parola ora scoperta,
tutti i detti del vivere consueto:
quest'ora che sconforta e che conforta,
il non vedere, il non avere, il quasi essere.


(José Saramago - Le Poesie Possibili - 1981 - traduzione di Fernanda Toriello - Edizioni Feltrinelli)


Note bibliografiche

José Saramago, poeta, nasce ad Azinhaga, Portogallo nel 1922. Morirà a Tias, isole Canarie nel 2010.
È stato narratore, poeta, drammaturgo e giornalista. Premio Nobel per la letteratura nel 1998.
Nelle Poesie Possibili Saramago mette in scena lo spettacolo desolante dei nostri apocalittici tempi: fame e morte, guerra e miseria. Lutti. Scandaglia l'uomo che vaga "appartato, estraneo e camuffato, nel solito corteo cittadino." Una poesia allo stesso tempo umanissima, intrisa di pena e struggimento, che vive di profonda indignazione per le tante vite non vissute, per le occasioni mancate, per le energie sperperate in danno dell'intera umanità. Quanto di più attuale non si poteva.




Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia e oggi, il 21 marzo, nasceva ALDA MERINI.
Ho preferito ricordare così. Di Alda parleranno tutti.