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24 ottobre 2013

Diverso da chi? Cronaca di un'amicizia.






Immagine presa dal web



Ci ho pensato e ripensato. Cominciavo il post e poi lo cancellavo. Tutto perchè non so fino a che punto questa storia molto personale, possa interessarvi. Però alla fine ho deciso che ne avrei parlato. Forse più per me e lui, ora che c'è da scrivere la parola fine.

Se ci sono amici nella nostra vita siamo fortunati. Però a volte abbiamo la cattiva abitudine  di etichettarli. Il mio amico di colore, il mio amico americano, il mio amico disabile, il mio amico gay. Ma è quando si abusa di un aggettivo per individuarli che mi salta la mosca al naso. Gli ultimi due esempi che ho fatto sono quelli che mi infastidiscono di più. Perchè noto una punta di compiacimento nella voce di chi si affretta a dirlo che mi rende idrofoba. Negli anni 2.0 l'ipocrisia nasce dal puntualizzare la "diversità" dicendo  che la si comprende e facendone un intercalare costante del proprio dialogo;  per molti questo vuol dire solo una cosa: essere alla moda. Esattamente come negli anni '60 si diceva che si avevano amici di colore, negli anno '80 amici eroinomani, negli anni '90 amici ebrei, evviva gli amici  dituttounpò! 
Ora, BASTA.
Minchiate. Io non dico che ho amici gay e lesbiche, o di colore o stranieri, così come non dico che ho amici etero. Cazzo ho amici, punto e basta.

La sottile differenza tra l'aprire la bocca e dare fiato e il riflettere su quanto c'è attorno a noi che ci piace, amiamo e rispettiamo, è tutta qui.
Nello sguardo profondamente pieno d'amore che incrocio quando vedo le mie amiche del piano di sotto sorridersi, ad esempio.
Quando stringo forte la mano ad un mio amico che so sta passando le pene dell'inferno per un amore che lo sta distruggendo,  non mi importa sapere se è uomo o donna il destinatario di tale passione; penso solo al suo dolore e a trovare le parole per confortarlo. E non sempre mi riesce.

Stasera parlo di Massimo. Di quello che ho imparato sull'amicizia grazie a lui.

E' stato il mio migliore amico. Il compagno dei miei primissimi anni a Milano.La persona che ho avuto accanto durante un periodo abbastanza lungo di confusione, di dolore e di bella follia.Conosciuto per caso, tra tanta gente in discoteca, durante una festa di un amico comune che compiva vent'anni. Ricordo che ero stravaccata su di un divano, cercando di riprendere fiato tra un passaggio disco e l'altro (che bei tempi e che bella musica ahhh).
Mi si avvicina questo tizio, strafigo ma strafigo, alto e moro, occhi di pece liquida. E non sto esagerando ma proprio per nulla, vi assicuro.
Io avevo un amore in corso, niente di eccezionale, insomma cosa che si sarebbe conclusa a breve e in maniera indolore.
Beh, mi chiede se voglio bere qualcosa e accetto. Diamine.
E' facilissimo cominciare a chiacchierare, ci piace il cinema, la musica, viaggiare e ballare da pazzi.
Lui ride ed io pure. Succede così. Cominciamo quella prima notte a raccontarci di tutto, di noi, di vita, di passioni.
Ci accorgiamo che parliamo la stessa identica lingua, amiamo le stesse cose. La pensiamo nell'identico modo.
Ci piace troppo stare insieme. Ovunque. Cinema, teatro, incontri, musei. E tanta tanta disco.
Venerdì,sabato e domenica. Ore e ore a ballare, instancabilmente.
Ma anche ore e ore passate a parlare in  casa mia, nella mia stanza. Io e lui sui cuscini che avevo a terra. Per intere notti. A raccontarci gli amori che si susseguivano. Avevamo rapporti bastardi e infelici. Ma ci piacevano così evidentemente. E la cosa che attendevamo più di ogni altra, erano quelle ore con solo la luce della mia lampada da camera rosso fuoco, ad illuminarci. A reggere le nostre parole, a volta sorde a causa dei groppi in gola e i nostri momenti positivi e quelli negativi. Io che mangiavo chili di cioccolata e fumavo come un'araba fenice. E lui che cercava di togliermi la cioccolata dalle mani e fumava peggio di me.
Nessuna incomprensione, nessun segreto. Mai.
Dicevo che eravamo due anime affini. Leggemmo Goethe insieme. Ridevamo perchè per un periodo avevo un fidanzato rosso di capelli che era una cosa orrida. E lui: ma cazzo Mari (il primo che mi ha chiamato così per questo ci tengo tanto) ma è una roba inguardabile, almeno a letto è bravo?
E io che mi schernivo minimizzando, lo facevo ridere a crepapelle.
Lui c'era. Anche quando all'orizzonte un nuovo amico faceva capolino. Che amico non sarebbe poi stato di sicuro.
Si era accorto subito che era non sarebbe stato per me come gli altri. Cominciavo a volere che uscissimo in tre. Lo aveva già fatto altre volte e lui poi  si divertiva a legnare e  e massacrare  il malcapitato di turno.
Ma Francesco era molto diverso. Lo capì immediatamente.
Fui io che mi staccai all'inizio. Anche se lentamente. La storia diventava sempre più importante. E lui mi lasciò andare. Con tutto l'affetto e l'amore che aveva per me.
Presa dal mio innamoramento quasi non mi accorsi.  Cene, cinema, discoteca. E mi diceva sempre più spesso di no. Aveva un nuovo amore anche lui. Ed io pensavo che come nel mio caso, lo volesse vivere in maniera più esclusiva. Ma era solo il mio cuore che in quel momento non riusciva a trovare lo spazio necessario anche per lui.
Francesco arrivava, prima come amico, poi come amore da tenere nascosto. E lui ascoltò ancora una volta le mie parole, i miei dubbi e la mie paure. Il suo sguardo nel dirmi " guarda che non sarà facile e potresti farti così tanto male che io non riuscirei a tenerti" era un addio. I suoi occhi avevano visto più lontano.
Ci vedemmo sempre meno.
Le mie lacrime per l'amore segreto furono accolte da un'amica. Ma non era lo stesso. Sapevo però che non potevo chiedergli di più. Lui aveva colto la gelosia di Francesco prima di me.
Passò qualche anno e lo rividi. Una sera in un supermercato. Era diverso. Era lontano. Poi mentre mi raccontava la sua vita, i suoi viaggi, l'Africa che aveva scoperto da poco, colsi la solita carezza nella sua voce. Avrei dovuto non lasciarlo più andare via. Ma era troppo complicato. Era troppo difficile. Il mio compagno non sarebbe mai stato pronto.
Lo sapevo.
Sono passati tanti anni. Tempo fa qualcuno mi consigliò di cercarlo. Avevo poche speranze ma ci ho provato. Sono andata sotto casa sua. Ma non ho trovato il cognome sul citofono. Mi sono fatta coraggio, ho chiesto. Ho saputo che è lontano. Dove pensavo. I suoi non ci sono più. Suo fratello, altrove.

Spero sia felice. Spero sia allegro. Spero sia innamorato.Spero si sia costruito quella famiglia che in Italia non avrebbe potuto avere. Allora come oggi. 

Stasera tramite questo post voglio chiedergli scusa. Del mio amore esclusivo, della mia superficialità, del mio abbandono di allora.

Di una cosa sono certa.
Che sull'amore la pensavamo allo stesso modo. Uguale. Condito da stessa passione, stesse lacrime e tormenti. Stessi momenti di alto sfarfallio. Stessi momenti di dolorosa accettazione.
Che importanza avrebbe mai potuto avere il sesso della persona che amavamo nel momento in cui la nostra sofferenza e la nostra felicità si specchiavano ognuna negli occhi dell'altro?

Nessuna. Questo è quello che ho imparato,oltre vent'anni fa. Una lezione sull'uguaglianza che ho fatto mia. E la porto con me. Per vedere il mondo in tutta la sua realtà. Il mondo che ancora non mi piace. Non è ancora capace di specchiarsi negli occhi dell'altro e di riconoscersi uguale. Mi rattrista sapere che siamo ancora fermi. E chissà cosa ci riserverà il futuro. Provo a sperare, però.


 Ti abbraccio forte "Emme", sono sicura che arriverà, lì dove sei.