Come ogni anno, finite le feste cominciano i saldi invernali. E tradizionalmente, ci si ritrova con in mano l'elenco degli acquisti che avevamo posticipato nella loro attesa.
In linea di massima, per quel che mi riguarda, non ho mai sofferto di questa frenesia, a volte gradevole a volte meno. Se vedo qualcosa che mi interessa durante l'anno a meno che non si tratti di un oggetto dal costo considerevole, lo compro. Come la maggior parte delle donne, c'è sempre qualcosa di nuovo nel mio guardaroba. Inoltre, amando i colori e gli accessori, li abbino sull'onda delle tendenze della stagione.
Arrivano e saldi e magari, se le finanze lo consentono, mi tolgo qualche piccolo capriccio approfittando degli sconti.
Quest'anno, ho preso un paio di tronchetti neri con una catena dorata al centro che avevo adocchiato già a novembre in un negozio del centro. Ho aspettato e sono stata premiata acquistandoli con il 50% di sconto. Saldi veri perché hanno mantenuto il valore originario che avevo visto in vetrina all'inizio della stagione e su quello hanno applicato poi la promozione.
Devo dire che non mi è mai capitato di prendere delle cantonate. Ma forse perché non mi butto a capofitto e acquisto solo quel che mi interessa per davvero non lasciandomi trascinare dal momento.
E voi? Fate come me, puntate un capo e aspettate i ribassi o comprate spinti dallo sconto cose che magari non vi servono? Vi è mai capitato di acquistare qualcosa di cui poi vi siete pentiti? Avete riportato la merce al negozio e riavuto indietro i soldi oppure avete dovuto prendere altro?
Altra ricetta della tradizione napoletana che amo fare spesso e volentieri perché è un piatto unico nutriente che non ha grosse difficoltà nel procedimento. Si mangia volentieri anche freddo e ben coperto in frigo dura qualche giorno.
La passione dei napoletani per questo piatto è antica. Loro addirittura lo chiamano gatò piegando il francese al "francesismo" napoletano😎 Pare che ne fosse ghiotta la regina Maria Carolina d'Asburgo, moglie di Ferdinando di Borbone re di Napoli. I cuochi di corte trasformarono lo sformato di patate francese nella prelibatezza che è arrivata fino a noi.
Ed ecco a voi:
Ingredienti: dosi per 4/6 persone
Un chilogrammo di patate;
300 grammi di mozzarella (fiordilatte)/ provola bianca;
150 grammi di salame Napoli/ prosciutto cotto;
2 uova;
burro;
latte;
parmigiano;
sale/pepe;
noce moscata;
rosmarino;
Procedimento
Lessare le patate in abbondante acqua. Toglierle appena cotte e spellarle ancora calde. Passare nel passapatate almeno due volte così il composto resterà più compatto e morbido. In una terrina unire alle uova, la mozzarella tagliata a dadini, il salame o il prosciutto cotto, il parmigiano, il latte, il burro, sale, pepe e un pizzico di noce moscata.
Foto privata
A parte imburrare bene una tortiera soprattutto attorno ai bordi. Spolverare con pane grattugiato e unire il composto livellando bene. Un altra spolverata di pane grattugiato sopra e qualche ricciolo di burro. Decorare con un rametto di rosmarino.
Infornare a 180° in forno caldo preriscaldato. Far cuocere per circa 30/45 minuti. A cottura ultimata lasciare raffreddare fuori dal forno per circa un'ora. Mai mangiare il gatau caldo, perde di gusto e di fragranza.
Foto privata
Una meraviglia di piatto unico. Io la preferisco nella versione più leggera con il prosciutto cotto. Ma la tradizione partenopea impone più carattere al gusto, per cui salame Napoli e provola! Uso abbinare con un vino bianco frizzante: un prosecchino Valdobbiadene andrà benissimo.
Oggi riprendo una delle mie rubriche più gettonate. Le ricette della tradizione culinaria campana. La variabile è che si tratta di ricette di famiglia, tramandate da quasi un secolo.
L'idea è scaturita da QUESTO POST, tra i miei più letti dell'anno, in cui parlavo di amore e cibo. Per me imprescindibili, perché, non si cucina se non c'è passione. E non c'è passione che la cucina non riesca a celebrare.
La prima richiesta ricevuta, con l'imperativo URGENTE, è stata quella di Cristiana Marzocchi del blog LILLADORO, che mi ha chiesto di "iniziarla" al RAGÙ napoletano, nella versione di nonna Carmela. Le ore di cottura sono circa sei. Mia nonna lo preparava il giorno prima per non essere troppo stanca e affaticata la domenica. Vi assicuro che il riposo notturno fa benissimo al suo sapore, provare per credere.
RAGU NAPOLETANO
Ingredienti: dosi per 6/8 persone
1 chilo e mezzo di lacerto; (taglio magro di spalla di bovino indispensabile per il ragù)
1 chilo di puntine di maiale; (da noi si chiamano tracchiulelle)
400 gr di concentrato di pomodoro; (io uso il concentrato Mutti)
200 gr di olio extravergine d'oliva;
200 gr di cipolla bianca tritata;
1 costa di sedano, solo la parte bianca;
300 cl di vino bianco; naturalmente io uso la falanghina delle mie parti.
2 litri di passata di pomodoro; sempre Mutti.
basilico e carote.
Procedimento
mettere in una pentola ovale la carne assieme all'olio, la cipolla e il sedano tritato. Coprire e far cuocere a fuoco bassissimo in modo da rosolare delicatamente la carne. Bisogna stare molto attenti a che la carne non si bruci e che si rosoli da tutti i lati. Dopo un'ora togliere il coperchio e alzare la fiamma. È il momento di aggiungere il vino bianco molto lentamente, in modo che si assorba bene e insaporisca la carne, evaporando piano piano. Subito dopo, va versato qualche cucchiaio di concentrato di pomodoro diluito con un po' d'acqua continuando a girare sugo e carne. Anche questo procedimento è molto lento, di circa un'ora, in modo che il concentrato si assorba bene. Arriva il momento di versare la passata di pomodoro, una carota tagliata a pezzi e il basilico. Si porta a bollore tutto e poi si abbassa il fuoco al minimo. Ho ereditato da mia nonna e da mia mamma, l'abitudine di girare il sugo con il cucchiaio di legno (cucchiarella). Per cui bisogna tenere l'attrezzatura a portata di mano, accanto al fuoco. E qui vi svelo un piccolo segreto, io l'appoggio a parziale apertura del coperchio in modo tale che il vapore fuoriesca dalla pentola e non si trasformi in acqua aumentando di volume il condimento. Inizia il lento pippiare (sobbollire) del ragù. Fuoco bassissimo per evitare che si attacchi al fondo. Bisogna tenere tutto sotto controllo, mai abbandonarlo, una piccola svista e va tutto perso. Poi dopo un'ora si tolgono le puntine, mentre la carne va lasciata cuocere ancora per altrettanto tempo. Il sugo andrà lasciato sul fuoco per l'ora successiva. Poi si spegne tutto e si lascia riposare.
Il giorno dopo, un'ora prima del pranzo, si rimette la carne nella pentola e si lascia riscaldare, sempre a fuoco bassissimo, in modo tale che tutto si insaporisca nuovamente.
A questo punto il ragù è pronto per condire la pasta.
La nostra tradizione prevede i ziti spezzati, ma andrà bene tutto quello che vorrete.
Immagine presa dal web
Altro piccolo segreto. A volte è necessario legare la carne prima di iniziare la cottura, in modo che resti molto compatta. Lo spago andrà tolto a fine cottura. Io la servo tagliata a fette e circondata dalle puntine, con al centro della verdura cotta. Che siano peperoni al forno o friarielli (broccoli napoletani).
Mi piace accompagnare il cibo che metto in tavola con un ottimo vino. Per la pietanza di oggi suggerisco un Aglianico beneventano IGP, nettare profumato della mia terra.
Buon appetito e alla prossima ricetta, in attesa di nuove richieste.
È notizia di ieri che il Caffè di Napoli sia stato candidato a diventare Patrimonio dell'Unesco.
Il governatore della Campania, Vincenzino De Luca, ha trasmesso alla commissione italiana dell'Unesco un dossier con il quale si avvia la procedura di iscrizione alla lista del Patrimonio Culturale Immateriale Unesco.
Sono tornata con il pensiero ad uno dei primi odori che hanno il sapore della mia infanzia, quello della caffettiera di mia nonna Carmela sempre pronta sul gas da cui si sprigionava l'aroma dell'oro nero, indiscusso protagonista delle famiglie campane e non.
A qualunque ora del giorno o del pomeriggio e fino alla sera, il caffè era sempre lì, in attesa di gorgogliare e di abbracciare con il suo aroma prima le narici di tutti i presenti e poi di arrivare al gusto e alla soddisfazione. Che ci fosse un problema, qualcosa da festeggiare, un momento di riposo tra le varie faccende quotidiane, tutto era intervallato dai cinque minuti dedicati al principe della famiglia. Da bere sempre e solo seduti, come vuole la tradizione.
La caffettiera di nonna era un'istituzione. Le amiche del quartiere, i parenti, i figli, le nuore e il genero, i nipoti (che potevano solo arricciare il naso per "acchiappare" l'odore ma non berlo) chiunque passasse da casa nostra, sapeva che, avrebbe trovato la porta aperta e il caffè fatto.
Il rito di nonna rimane segreto, o meglio io lo conosco ma essendo affare di famiglia, resta chiuso a chiave nella nostra memoria. Ma è proprio il rito classico che sarà materia di studio ed eventualmente di approvazione.
Che si beva, dolce, amaro, corretto, ristretto, espresso, fa parte del Dna italiano, della nostra cultura. Avendo viaggiato abbastanza, vi posso assicurare che è molto amato anche all'estero.
Con qualche strappo alla regola, come quello americano, che a me pare una brodaglia ma che ha milioni di fan.
I napoletani per celebrarlo hanno persino inventato il famoso "caffè sospeso" perché è diritto di tutti bere una tazzina di caffè anche per chi non ne ha la possibilità.
A me piace ristretto, leggermente zuccherato oppure amaro accompagnato da un cioccolatino fondente. Mi piace berlo al mattino appena sveglia, quando non riesco a spiccicare una parola e l'unico gesto che mi consento è quello di girare lo zucchero fino in fondo alla tazza. E poi in ufficio assieme ai colleghi e dopo pranzo. Difficilmente la sera dopo un certo orario. Soffro di insonnia e preferisco evitare.
E voi, lo amate? Lo bevete? Come e quanto? Preferite la macchinetta tradizionale o le cialde? Avete dei ricordi particolari collegati al rito del caffè?
Nel video del 1977, un giovanissimo Pino Daniele canta nella trasmissione di Enzo Trapani "Concertazione" la sua celebre canzone dedicata al caffè. Una chicca che ho trovato su you tube. Probabilmente la prima apparizione televisiva del grandissimo cantautore partenopeo.
Adesso che siamo in fase 2 toccherà metterci a dieta. Mai come in questi sessanta giorni di clausura, ci siamo sbizzarriti a cucinare o a mangiare o tutti e due😝
Lo abbiamo fatto dai, grandi e piccoli. Nonni e adolescenti, manager e operai. Credo sia stata una delle cose più belle e condivisibili di tutta la quarantena. Sui social impazzavano i tutor più assurdi e avariati ahahah ho letto di pizze dolci o con l'ananas, frittate mirabolanti, perfino la semplice pasta aglio, olio e peperoncino, mitico piatto della cucina italiana, è stata declinata nelle varianti più improbabili.
Ma io non me ne sono tirata fuori, anzi. Amo cucinare e mi riduco a farlo durante il fine settimana o quando ho amici ospiti perché il tempo è tiranno ed io, solitamente, sono fuori casa per circa 12 ore al giorno😏
Per cui mi sono sbizzarrita e complice anche il periodo pasquale, non ho lesinato nulla e cucinato moltissimo. Ma stare ai fornelli mi rende felice e mi sono divertita😉
Ora mio marito "recita vendetta", si è messo a dieta e mi ha proibito tutta una serie di ricette e condimenti. Ma farò la brava e mi atterrò alle nuove regole che assieme a quelle post quarantena rischiano di farmi impazzire.
Ma non sarà stata mica l'unica ad esagerare ai fornelli VERO amici?
Non lasciatemi sola in questa valle di lacrime tra insalate e fettine di pollo alla piastra, su raccontatemi cosa avete mangiato e cosa avete cucinato, intanto io vi lascio un po' di foto dei miei piatti.
Scrivete anche le ricette se vi va, magari le raccolgo tutte e ci faccio dei post a tema, che ne dite?
Basta che non mi dettiate la ricetta della pizza con ananas e salmone che vi cancello dalla lista degli amici di blog😎
La zona giorno della casa dei miei genitori è composta da due stanze adiacenti:
un soggiorno ampio dove si mangia quotidianamente, collegato con la cucina vera e propria che è
uno spazio quadrato dove mia madre e noi, quando siamo con lei, ci alterniamo per cucinare quello che più amiamo.
Ma il regno della preparazione resta il soggiorno, dove troneggia un tavolo rotondo su cui avvengono i miracoli culinari.
Ed è lì che a turno ognuna di noi sorelle, mamma, e prima di noi, la nonna Carmela, ha preparato il dolce che rappresenta più di ogni altro il Natale: Gli Struffoli.
Secondo la storia, sono arrivati dalla Grecia, dove ancora oggi si preparano e si chiamano “Lukumates”, nome che genericamente indica le ghiottonerie, e la parola Struffoli deriva probabilmente dal greco “Strogguolos” ovvero tondeggiante.
I coloni greci che fondarono Partenope ce li hanno portati e tramandati.
Essendo una ricetta molto semplice per gli ingredienti base, pasta fritta e miele, ho sempre pensato fosse molto antica.
Uno dei dolci più antichi della nostra storia.
Ecco la mia ricetta, a cui ho apportato alcune variazioni rispetto all'originale di mamma e nonna.
per la pasta:
400 gr di farina
4 uova
1 cucchiaino da the di alcool puro
1 piccola noce di burro
1 padella piena di olio extravergine d'oliva
1 cucchiaino di zucchero
1/2 limone grattugiato ( limoni di Sorrento )
a mio gusto grattugiato anche 1/2 arancia di Sicilia, mia variazione
per il condimento
300 gr di miele ( preferisco quello di acacia )
150 gr di zucchero
50 gr di diavolilli ( confettini bianchi )
50 gr di scorzette di arancia candite e cedro se piace ( mia variazione )
1 pizzico di sale
Con gli ingredienti suddetti preparate una pasta di media consistenza e la lasciate riposare coperta da un'insalatiera per un'ora.
Prendetene un pezzo alla volta e lavoratelo rotolandolo sotto le dita fino a formare un bastoncino più sottile di un dito mignolo che taglierete a tocchetti di mezzo centimetro di lunghezza da disporre sul tavolo infarinato;
friggeteli poi, pochi alla volta nella padella con olio a media temperatura finchè non doreranno.
Toglieteli e lasciate sgocciolare su carta assorbente.
In una pentola mettete il miele e lo zucchero con due dita di acqua lasciandoli bollire fino a quando il composto non diventa giallo.
A questo punto il fuoco deve essere diminuito e ci si versano gli struffoli con una parte dei canditi tagliati a piccolissimi dadini.
Mescolate molto bene, in modo che il miele li rivesta completamente.
Versateli poi subito in un piatto rotondo e con le mani leggermente bagnate con acqua fredda formate una ciambella ben compressa con un buco in mezzo.
Subito dopo, spargete i diavolilli e i confettini colorati.
Io aggiungo sopra fettine sottilissime di arancia candita.
La seconda parte è una mia variazione perchè mia mamma preferisce a questo punto condire con il miele
sul piatto di portata senza mescolarli in padella e poi decorarli.
Io ho trovato più comodo il metodo della cottura finale perchè ritengo che il miele si uniformi meglio.
Durano anche più di una settimana, se avrete l'accortezza di coprirli con cellophane.
E sono ancora più buoni con il passar del tempo.
BUON NATALE.........
Naturalmente a modo mio.
IN VERSIONE ROCK E CON IL BOSS!
Cari amici vicini e lontani,
quelli in città e quelli montani,
quelli contenti e quelli divertenti,
state cercando o avete trovato,
dove passare il tempo incantato.
Quello con luci e tanti colori,
quello dotato di dolci sapori.
Avete osato, avete gridato
Avete corso avete amato,
siete partiti e siete tornati,
ma sempre di qui siete passati.
In questo angolo del mondo
Dove tutto gira intorno,
potete guardare e potete sognare,
scrivere e perchè no anche criticare
Vi lascio un piccolo augurio fatto di dolci parole: