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13 aprile 2020

QUALCOSA DA IMPARARE



"NON AVEVO ANCORA VISSUTO ABBASTANZA PER AVERE ABBASTANZA ESPERIENZA E ANCHE OGGI CHE VI PARLO, LO SO CHE UNO HA UN BEL VANTARSI, GLI RESTA SEMPRE QUALCOSA DA IMPARARE."

(Romain Gary - La vita davanti a sé)




Qualche giorno fa ho perso uno zio a cui volevo molto bene. Zio Alberto.
Era un uomo eccezionale, amante della scrittura e dell'ironia. Un intellettuale nel senso più alto del termine, scrittore, giornalista, fine  umorista. Da bambina, il suo studio era per me  un luogo incredibile e stupefacente,  come la Batcaverna. Ci entravo con timore e meraviglia, non volevo mai uscirne. In tutti questi anni è stato  un punto di riferimento assoluto per ogni componente della sua famiglia. Ci ha insegnato ad essere sempre curiosi; a fare domande e a  cercare risposte. A non accontentarci mai. A non scendere a compromessi, a scoprire, osservare, a non farci condizionare dalle apparenze. A non avere pregiudizi, a restare sempre accesi. Ad avere sempre voglia di imparare.

E la voglia di imparare accompagna la mia vita, testardamente, tenacemente. Come quella di molti di noi. Se non ci fosse, nella maggior parte delle persone, l'impulso universale di accrescere la conoscenza,di migliorarsi,  come sarebbe inutile il vivere, piatto, debole e anonimo. 

Non credete anche voi?









Impronte di zio Alberto  sul mio blog.



02 luglio 2016

THE RIVER: 36 ANNI DI BOSS.






The River - Bruce Springsteen - 1980



Bando alle ciance è il mio quinto concerto del Boss.
L'occasione, questa volta, è celebrare con un tour mondiale un album che potrei definire SEMPLICEMENTE EPICO.
Erano anni difficili, e questo ragazzone del New Jersey  cominciava a diventare famoso. Pubblicò il suo quinto lavoro (si dice) proponendo brani che aveva "scartato" da quello precedente. Lui stesso lo aveva definito "buono ma non abbastanza grande". Già. Raggiunse per la prima volta nella sua storia, la vetta della classifica USA.
Un album dai due volti, con due anime che si contrappongono: una dolce e malinconica con ballate struggenti (Two Hearts) e una dal rock possente (Indipendence Day).

Io lo scoprii qualche anno più tardi, nel 1985, quando arrivai a Milano. In precedenza avevo ascoltato qualcosa e mi ero innamorata di "Hungry Heart".
Con il mio walkman della Sony e le cuffiette alle orecchie, giravo per la mia città preferita ascoltando e riascoltando la cassetta.
Persi il mitico concerto del 1985, non riuscii a convincere mio padre. Poi, non ne ho mancato più nemmeno uno.
La sua musica come una scossa elettrica, arrivava a scompigliarmi vita e sentimenti.
Si ficcò risolutamente lì dove sarebbe rimasta fino ad oggi. Al centro.

Dell'album poi, ho la versione CD ma cosa più potente è il vinile originale, preso ad un banchetto dell'usato e trovato per caso. O per destino.
A dirla tutta ho anche il cofanetto uscito lo scorso anno per celebrare i 35 anni. E' stato un regalo bellissimo. Anche se, l'album resta il dono fortuito più gradito.


Lo sapete, sono una nostalgica, e mentre mi preparo leggendomi la scaletta del tour e riascoltando vari pezzi, vi domando:
cosa stavate facendo nel 1980? Ve lo ricordate?
Io ero una ragazzetta magra come un chiodo e con una "capoccia" così di capelli ricci e dal cuore indomito.
Cacchio, a parte i capelli che ora so domare, sono rimasta uguale.
Per fortuna e per destino.






13 ottobre 2014

Viva le gambe di Julia. E il suo cervello.







Mi piaci Julia.
Da quando vidi Mystic Pizza per la prima volta. Avevamo la stessa età. Lo stesso sorriso (dicevano).
Capelli ribelli e gambe lunghe.

Impastavi la pasta della pizza e ti innamoravi di un fighettino tutto occhi azzurri e nient'altro.
Uno di quelli che arriva in moto e poi dopo quindici anni te lo ritrovi sdraiato sul divano. Ma come si chiamava? Ah sì, Love. Tutto un programma.
Poi passasti a dare dello "stronzo" a Richard Gere. E va bene dissi, ci sta.
Ti aveva preso per una donnina allegra eh.
Tu non baciavi sulle labbra. Eri deontologicamente contraria. Lui ti disse che aveva un sacco di soldi. Mandasti a quel paese la deontologia.
Ma mi fregavi sempre.
Al tuo fianco ho dovuto sopportare malati terminali e maniaci.

Poi.

Il tuo migliore amico decide di sposarsi. Eh beh, si fa così?
Non te ne era mai fregato niente di lui; aveva pensato bene di ripiegare su Cameron.
E tu che fai? Lo ingelosisci con Rupert? Ma sarai mica matta?
Ti pare che qualcuno potrebbe mai crederci che gli piacciono le donne?
Infatti, resti zitella.

E poi ti vedo con le infradito e un golfino azzurro mentre dici a uno stralunato libraio  "sono solo una ragazza che sta chiedendo ad un ragazzo di amarla".
Certo, bella dichiarazione d'amore. Ti potevi sforzare un po' di più.
Uno che legge poeti antichi. Ti avrà preso per un'analfabeta.
E tu insisti. Sei piena di soldi. Ricca, bella e famosa.
E lo conquisti con un quadro. Una capra che suona.
Ah, se lo sapevo prima. Che bastava un disegno di animale domestico.
Che ne ho disegnati di gatti e cani. Ma mica ci sono riuscita a catturare Hugh.

Qualche anno dopo ci riprovasti con Gere. Insomma, quando una si fissa.
E per sposarlo? Ti inginocchi e gli regali delle scarpe da running.
Ma che avete tutti con sta' mania della corsa?

Ti rendesti conto che era meglio impegnarsi. E lavorare come segretaria di avvocato. Che magari vai a scoprire una truffa costata la vita a migliaia di gente e ti becchi pure l'Oscar.
Vero è che è meglio farle le truffe. Si guadagna di più e si lavora con George e Brad. Mica male. Lo sapevo che dovevo fare un altro mestiere.
Ma dopo tutta sta fatica mi cadi in crisi mistica. E parti alla ricerca di te stessa. 
SEEEEEE
Lo so io cosa cercavi tu... James!

Poi l'altra sera mi compari davanti nuovamente. Su di una sedia a rotelle. Fai la dottoressa spaccamaroni. Già, è la parte che ti viene meglio. Non sei mai stata più brava di così. Ma lì, in quel piccolo film capolavoro che si intola The Normal Heart, siete bravi tutti. Tu, Mark e Matt. E tutti gli altri. Ma proprio tutti.
C'è l'amore e quella malattia bastarda che si chiama AIDS. Ce la siamo quasi dimenticata. Ma non è mica scomparsa. Eh no. Che ora bisogna buttarsi sui film per la tv per tornare a parlarne. Non va mica bene.


Ecco,  mi sale un magone fin sopra. Lì tra la gola e gli occhi. E mi si sfracassa il cuore. 

E in mezzo ad una vagonata di problemi e frustrazioni, sei come una visione.
Potrebbe essere pure una dichiarazione d'amore. Fatta da una donna etero ad un'altra etero.
Machissenefrega.

Corri Julia corri. Io tanto ti sto sempre dietro. Tra i capelli qualche filo bianco, proprio come te.
Orgogliosa.
Già.
Donne.
Meraviglia.








15 agosto 2014

La Stazione


La stazione

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.
(Wislawa Szymborska)



Una "PICCOLA POESIA" per augurarvi buon ferragosto.
E a proposito: come state?

13 luglio 2014

Where the streets have no name



Oggi mi va di parlarvi di una delle più belle canzoni scritte da Paul Hewson (Bono Vox) e pubblicata nel 1987 all'interno dell'album degli U2  - THE JOSHUA TREE.

Fu il terzo singolo tratto da quel lavoro, che contribuì enormemente a farli diventare la più grande rock band di tutti i tempi.
(Lasciatemi quel briciolo di fanatismo che mi sembra necessario per celebrare il mio gruppo preferito ahahahah).
Il brano è accompagnato da un video divertente girato sul tetto di un edificio di Los Angeles. Nulla di nuovo a dire il vero visto che era una chiara citazione dell'ultimo concerto  dei Beatles girato live sul tetto della loro casa discografica, la Apple Records, alla fine del percorso comune nel 1969.
L'evento scatenò un delirio nelle strade sottostanti causando non pochi problemi di ordine pubblico.
Fatto oggi? Sarebbe lo stesso!


E' una canzone nata come un inno all'uguaglianza. Perché tutto nasce dalla reazione che le parole di un amico che gli sta descrivendo Belfast, suscita in lui.
Bono riflette su come spesso in città provi un senso di claustrofobia; sente la voglia di fuggire dalla metropoli e andare in luoghi dove i valori della città e quelli della società non ti soffochino.
"Interessante" storia: a seconda della strada in cui una persona vive, puoi sapere non solo a quale religione appartenga, ma anche quanti soldi guadagna; l'importante è su quale lato della strada si abiti, ad esempio più una casa è situata in alto sulla collina (parametro di riferimento per Belfast) più è costosa e più sei ricco. Più in generale, a seconda della posizione, del nome della strada o del suo lato, sai chi hai di fronte.

Meglio di una dichiarazione dei redditi resa pubblica.


E allora ha scritto una canzone pensando  ad una città con strade senza nome.

Che  è un invito.
A cercare qualcosa di nuovo, senza vincoli o schemi. Universale, che vada bene per ognuno di noi.
E alla luce di quanto succede oggi nel mondo poi, non sarebbe male riuscire a creare qualcosa di così rivoluzionario.
Se solo lo si volesse. Ma i nostri schemi mentali non ce lo consentono.
Troppa importanza hanno i nomi, il luoghi e i lati. E non solo.
Molta di più di quello che in realtà siamo noi.



I wanna run
I want to hide
I wanna tear down the walls
That hold me inside
I wanna reach out
And touch the flame
Where the streets have no name
Ha...ha...ha...
I want to feel
Sunlight on my face
I see the dust cloud disappear
Without a trace
I want to take shelter from the poison rain
Where the streets have no name


Where the streets have no name
Where the streets have no name
We're still building
Then burning down love
Burning down love
And when I go there
I go there with you
It's all I can do

The city's aflood
And our love turns to rust
We're beaten and blown by the wind
Trampled in dust
I'll show you a place
High on a desert plain
Where the streets have no name

(... stiamo ancora costruendo e l'amore sta infiammando, e quando io vado lì, ci vado con te, è tutto quello che posso fare. Le città diluviano e vedo il nostro amore trasformarsi in ruggine, siamo sbattuti e spinti dal vento, ridotti in polvere, ti mostrerò una distesa desertica, dove le strade non hanno nome...)






Nota della blogger: anche la figaggine di Bono in questo video mi risulta universalmente riconosciuta...

19 febbraio 2014

Francesca Del Rosso: Wondy








Il libro di Francesca: WONDY

E' stato un onore per me conoscerti. E  seguirti ogni giorno attraverso il tuo blog. Imparare a volerti bene. Sentire sotto la mia pelle la forza pulsante delle tue parole.
Diventare più forte perchè tu eri forte. Sorridere mentre tratteggiavi su di un foglio di carta il viaggio che volevi fare. Alla fine del tuo percorso di lotta.
Partendo da un'aereoplanino svolazzante per arrivare ad un bicchiere di moijto sotto una palma.
Ma ho dovuto aspettare di leggere il tuo libro per scoprire che avevamo un'eroina in comune.
Avrei dovuto immaginarlo prima: i segnali c'erano tutti.
Da ragazzina anche io sognavo un mantello azzurro e una corona con al centro una stella. Un body rosso  e calzoncini corti stellati. Una cinturona dorata in vita.
Degli stivali col tacco e una giravolta. Un lazo con cui catturare l'uomo dei miei sogni.
Non invulnerabile ma fortissima. La regina delle Amazzoni. 
A me bambinetta timida sempre fuori posto e fuori luogo, quella fanciulla grintosa e coraggiosa assurgeva a mito insuperabile.
Avrei voluto scrivere come Jo March ed essere invincibile come Wonder Woman.
Poi ho sbattuto il naso su di una realtà evidentissima. Non avevo tempra e  capacità io, per ambedue le cose. Soprattutto per la seconda.
Certo, non pretendevo di avere poteri da supereroi ma almeno un pizzico di sicurezza in più e di forza per affrontare sta "vitaccia".ECCHECAVOLO.
La sicurezza me la sono data da sola. La forza invece va ad intermittenza. Non sono una roccia e ogni tanto qualche colpetto dato al momento (GIUSTO E FORSE NO) mi fa barcollare.
Poi mi riprendo, ma con tanta fatica.
Invece tu, tu sei davvero LA ROCCIA. Lo sei stata per tutte noi che ti abbiamo accompagnato, con il nostro bagaglio di affanni e di malanni nei mesi di cure che hai dovuto affrontare. Che alcune di noi ben sapevano di cosa si stava parlando.
Perchè tu c'eri. Sempre.
Ci sei stata con il sorriso e con l'ironia. Anche quando la chemio ti riduceva ad un groviglio di dolore e riuscivi a parlarcene senza perdere la speranza, nemmeno per un attimo.
Dispensavi consigli e liste. Ci facevi sorridere parlando di ghiaccioli al limone e sushi. Ci narravi dell'organizzazione del tuo viaggio post terapia che sognavi. E che poi hai fatto, in Thailandia.
Alla fine è arrivato il libro.
Dove narri del tuo cancro (perchè bisogna nominarlo il bastardo), senza peli sulla lingua.
Wondy c'è dentro, tutta quanta. Con la sua energia e con i suoi momenti di sconforto. Non hai risparmiato nulla. L'umanità e la debolezza. La paura fottuta. E la voglia di farcela.

Dal libro:

Ho sentito dentro di me una irremovibile volontà di vincere, e una fermezza senza precedenti. E immobile in silenzio, mi sono fatta una promessa, un giuramento. " Farò tutto quello che è in mio potere. Non mi vergognerò, non mi autocommisererò, non mi farò abbattere da questo male e non mi spezzerò."

C'è chi di fronte a tanto dolore trova risposte all'interno della famiglia. Senza nemmeno accorgersene si chiude a riccio, blinda porte e finestre, spegne il cellulare e non si collega più a web e social network.
Come se così potesse nascondere la sua malattia e quindi non averla. C'è chi ha talmente tanta paura di morire che vuole vivere ogni secondo, minuto, ora dell'esistenza dei propri figli e si fa assorbire completamente da loro estraniandosi dal mondo. Ogni donna reagisce a suo modo e non ce n'è uno giusto e uno sbagliato. Io sono Wondy, una tritasassi, una macchina senza freni e questi sassolini hanno dimostrato, in primis a me stessa, che non mi fermo davanti a niente e nessuno.


E al tuo hastag #wondysonoio bisogna farsi trovare pronte. E rispondere sì Wondy è tutte noi. Un pezzettino di supereroina da tenere stretto al cuore.
Tu ci hai insegnato che, se si riesce a vincerlo(che si spera diavolo), può davvero darci l'opportunità di essere diversi e migliori. 
#WONDYBELLA

PS: e grazie, da parte di quel gruppo di ragazze sui titoli di coda.




Mariella, Francesca (Wondy), Roberta e Giada


Eccoci ieri alla presentazione: Mari, Francesca e Robbi





Francesca alle prese con una dedica






Scheda libro: Francesca Del Rosso - WONDY ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro - Rizzoli Editore

27 gennaio 2014

La strana fortuna di Maurice Grosman





" Per un pomeriggio intero mia madre aveva diligentemente cucito le stelle sui grembiuli di scuola, per le mie tre sorelle, per mio fratello e per me.
Si era seduta vicino alla finestra, nell'unica stanza della nostra abitazione, e noi la guardavamo lavorare, incuriositi.
Cuciva a piccoli punti serrati, precisi, uno dopo l'altro. Tutto quello che mia madre faceva, lo faceva sempre meglio che poteva, con applicazione.
Quelle stelle erano state una vera occasione. Aveva cominciato a parlarne la settimana prima. Prima era stato necessario comprarle, utilizzando i buoni per i tessili, ormai distribuiti con il contagocce in Comune.
L'avevamo sentita lamentarsene con la vicina.
Non c'era nulla da fare. Bisognava comprare le stelle, pagarle e cucirle da sé. In pizzicheria, dove parlava con altre donne del quartiere, alcune dicevano che loro non lo avrebbero fatto, che il marito era contrario. Mia madre invece si sottometteva "la vita è già abbastanza complicata (sospirava) meglio farlo".
Ed ora cuciva, chinando sul lavoro il suo volto, un tempo piuttosto rotondo e pieno, ora sciupato. Era importante che le stelle fossero cucite in modo solido. Si diceva che una stella cucita male potesse procurare guai seri. Tra la stessa e la stoffa del vestito non doveva passare neppure uno spillo!
- Ma a che cosa serve mamma?-  aveva chiesto Berthe.
- A mostrare che si è ebrei- rispondeva.


Maurice è poco più di bimbo a Parigi nel 1942.
Si ammala di tubercolosi ossea ed è costretto a lasciare la sua famiglia per curarsi in un ospedale appena fuori la città.
E' un bimbo sereno, fratelli e amici. Un'infanzia normale. Non comprende molto quello che gli sta capitando attorno e perchè da un giorno all'altro il fatto di essere ebreo di cui era orgogliosissimo diventa motivo di scherno da parte di bambini più grandi di lui. E poi motivo di vergogna.
Non comprende perchè ad un certo punto suo padre non fa più ritorno a casa.
E perchè in ospedale, dopo il suo ricovero, medico ed infermiera gli diranno che in fin dei conti forse la malattia di cui è affetto sarà la sua più grande fortuna. 
Riflette come solo i bambini riescono a fare.

" I ricordi premono, senza dubbio perchè ne ho parlato con i miei nuovi compagni. Rivedo le gare d'Austerlitz, il treno da Parigi a Hendaye. Laggiù, con misura igienica, mi avevano rasato la testa. Avevo mandato una fotografia a casa. La mia mamma mi aveva risposto che trovava avessi un buon aspetto. All'inizio mi aveva scritto parecche volte. Simon e le mie sorelle aggiungevano qualche frase affettuosa alle lettere. Ero molto lontano da loro, ma ero sempre circondato dal loro affetto.
E poi tutto questo era cessato. Era dall'estate che non ricevevo più lettere. Perché? Questa domanda mi tortura. Ogni sera spero. E ogni volta il giorno dopo è la delusione. Resto solo, nel buio, aspettando il momento in cui il sonno finirà per avere la meglio.
Prima c'era un'altra vita.
Prima della guerra, prima della scomparsa di mio padre.
Prima della stella gialla e del calcio all'anca.
Ma era tutto lontano, così lontano ora...".

Le lettere e le visite scompariranno. E il bambino imparerà sulla propria pelle cosa sarà stato della famiglia, del suo passato. 
Cosa è significato per milioni di persone essere ebrei.
Lo abbiamo imparato anche noi.
Lo dobbiamo ricordare sempre. Ogni giorno.

Ogni anno come oggi, il 27 GENNAIO 2014.
Il giorno in cui ad AUSCHWITZ arrivarono i russi. E liberarono quello sparuto gruppo di persone ridotte ad ombre di se stessi che erano sopravvissuti allo sterminio della "razza giudea".
Che non si perdonarono mai di essersi salvati. Quando penso a loro ricordo una frase di un poeta da me molto amato; la immagino esattamente sotto il numero impresso a fuoco sul loro braccio.

LA MORTE SI SCONTA VIVENDO.

Gli italiani che tornarono.

Come Primo Levi che era lì tra di loro e di cui vi ho parlato molte volte, ad esempio qui.

Ed anche qui.

E lo so che tutti gli anni vi stresso con la stessa storia.Con Primo Levi. Ma mi ritorna sempre in mente il suo dolore; quello a cui alla fine si abbandonò.

Vi ho parlato di  un piccolo e importante libro. 
Il racconto di un bambino che è riuscito ad andare oltre il suo dolore. A realizzare la sua vita  e a diventare un importante imprenditore francese. Senza dimenticare.

Anche perché non dobbiamo pensare di essere al riparo. Perché ogni giorno nel mondo avvengono ancora genocidi e ne siamo messi al corrente in maniera immediata tramite internet. Quello che succede altrove potrebbe succedere ancora e molto più vicino a noi.

A volte consiglio quello che ho letto, perché mi piace far partecipi le persone che mi seguono come quelle a cui voglio bene, di piccoli tesori che scopro oramai basandomi solo sul mio istinto. A meno che non conosca l'autore e allora direi che è più facile.
Leggo ciò che mi emoziona, ciò che riesce ad andar oltre le righe e le parole che mi si pongono davanti all'inizio; raggiungendomi come un'istantanea. Diventando preziosi compagni. Leggo perchè ogni libro della mia vita mi ha reso più ricca. Mi ha fatto ridere, emozionare, piangere. A volte mi ha regalato amarezza, a volte gioia. Sempre mi ha insegnato. 

I libri insegnano. I libri vivono. I libri ricordano.
I libri sono la nostra memoria.


E mi vengono in mente le parole di una canzone scritta da Marvin Hamlisch e  che Barbra Streisand, da me considerata la più grande cantante al mondo ha reso cantandole, immortali:


Memories, like the corners of my mind, misty water-colored memories of the way we were. We will remember, whenever will remember the way we were.
Le memorie fanno luce negli angoli della mia mente,scolorita memoria con tenui colori di come eravamo.Noi ricorderemo, ogni volta che ricorderemo come eravamo.









                               
                                        27 Gennaio 2014 - Il Giorno della Memoria