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23 novembre 2020

CRONACA: IL TERREMOTO DEL 23 NOVEMBRE 1980

 

Sono passati quarant'anni esatti da quella orribile sera del 23 novembre 1980.Una tragedia che sconvolse tutto il sud e in particolare la terra di mio padre: L'IRPINIA. Ogni volta che torno con il pensiero a quell'attimo lunghissimo (poco più di un minuto) che cambiò in maniera irreparabile anche la mia vita, il dolore ritorna come un boomerang. E il pensiero va a quei morti, più di tremila, tra i quali cugini, zii, amici d'infanzia. Novemila feriti,  oltre 280.000 sfollati. Tanti ritardi nei soccorsi.

Vi ripropongo su questa pagina, un mio racconto che fu pubblicato su Vanity Fair Italia e che nacque su ispirazione di un Insieme raccontiamo di Patricia Moll.



"Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò..."

Il mio seguito:

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato, culla delle vacanze estive, era rimasto al suo posto.




Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web 



La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 

Le care case del centro storico, costruite con i risparmi e i sacrifici di chi era andato via giovanissimo per lavorare all’estero. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.

Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.

La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.

Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.

Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto, l'istantanea della tragedia.



Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980


Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.

Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri e ai quaderni per inventare  nuove storie.

Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.




Conza Scalo - il regno della mia infanzia,  dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia  provata dal padre e lo zio  nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 

Allora e oggi.

Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio. Alle mie estati.
A Conza della Campania.
All’Irpinia.



Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, ai  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 
Ad oggi che ho trovato la forza di raccontare. 



Voi cosa ricordate  di quel giorno? Ne avete mai sentito parlare?

30 ottobre 2016

INSIEME RACCONTIAMO 14, CON DEDICA.






Non se ne parla di mancare al nuovo appuntamento del bellissimo meme ideato da Patricia Moll.
E spero che mi perdonerà per l'inattesa virata che darò  alla sua iniziativa con il mio post.Ma oggi non sarei riuscita a scrivere nulla di diverso.
Come di consueto si parte dal suo incipit:



"Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò..."

Il mio seguito:

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato culla delle vacanze estive, era rimasto al suo posto.




Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web 



La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 

Le care case del centro storico, costruite con i risparmi di chi era andato via giovanissimo a lavorare all’estero, con tanti sacrifici. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.

Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.

La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.

Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.

Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto l'istantanea della tragedia.



Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980


Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.

Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri e ai quaderni per inventare  nuove storie.

Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.




Conza Scalo - il regno della mia infanzia dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia del padre e dello zio provata nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 

Allora e oggi.

Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio. Alle mie estati.
A Conza della Campania.
All’Irpinia.


Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, a tutti  i  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 
Ad oggi che ho avuto la forza di raccontare. 

29 maggio 2012

L'EMILIA CHE NON SI ARRENDE: L'AZIENDA AGRICOLA CASUMARO

Domenica è stata una giornata speciale.
Una bella mattina piena di sole in cui abbiamo percorso la strada che da Milano ci ha portato in terra d'Emilia.
In provincia di Modena e precisamente in località Solara a Bomporto.

L'intenzione è quella di  raggiungere una delle realtà produttive emiliane duramente colpite dal terremoto.
Qualche giorno fa, l'azienda di cui vi sto parlando, che produce latticini ed in particolare, Parmigiano Reggiano, attraverso il suo sito di cui vi lascio il link:http://www.aziendacasumaro.altervista.org/index.htm
ha fatto il punto sulla situazione drammatica del suo territorio dopo il terremoto che ha distrutto capannoni, attrezzature e la produzione finale, sia quella già pronta per essere venduta, che quella prossima alla stagionatura.


L'esterno dell'azienda

A causa del sisma del 20 maggio, nel deposito di stagionatura dei Casumaro, sono crollate le lunghe file dove riposavano le forme di formaggio in attesa di concludere il ciclo.


La vista all'apertura del magazzino


Le foto postate sul sito parlavano da sole del disastro.
E' partita quasi immediatamente una campagna di sensibilizzazione tramite la quale veniva chiesto un aiuto per comprare il formaggio che intanto erano riusciti a salvare nonostante il distastro. E che altrimenti sarebbe andato irrimediabilmente perduto.
Venduto a prezzo di costo, avrebbe aiutato tutte le aziende in difficoltà a cercare di arginare, anche se in minima parte, il disastro.



forme da 40 kg l'una

La Coldiretti Emiliana sul suo sito ha spiegato che circa il 10% della produzione nazionale del formaggio più famoso al mondo è andata distrutta. Circa 300.000 forme di Parmigiano sono irrecuperabili come viene spiegato qui.
A questo punto, anche noi nel nostro piccolo,ci siamo sentiti coinvolti e siamo partiti.
Siamo arrivati quasi ad ora di pranzo. Avevamo raggiunto già Modena in precedenza ed eravamo andati allo spaccio di Coldiretti in Via Vignolese, ma il negozio era chiuso perchè aveva esaurito le scorte di formaggio.
E allora siamo partiti alla volta dell'azienda agricola.
Era tutto chiuso. Abbiamo bussato e ci ha aperto una signora che ci ha spiegato che non avevano più nulla da vendere, saremmo dovuti tornare lunedì, perchè nel pomeriggio avrebbero tirato fuori dal magazzino crollato altre forme di Parmigiano.
L'appello su internet aveva lanciato un tam-tam che anche loro non prevedevano, la richiesta era stata superiore a quanto si aspettavano.
Ho spiegato che venivamo da Milano spinti dall'eco dell'appello internet, e che mi sarebbe piaciuto comprare del formaggio sicuramente, ma anche rendermi conto di quanto era successo. 
La signora allora, mi ha chiesto di aspettare per qualche minuto. 
Così abbiamo fatto e siamo rimasti in attesa.
Ci ha raggiunti il presidente dell'azienda Luciano Dotti che molto cortesemente ci ha accompagnato a visitare l'azienda.

Quando ha aperto le porte del magazzino mostrandoci l'entità del disastro è stato come piombare nel loro incubo. Uomo d'altri tempi il sig. Dotti, mi ha spiegato che l'entità delle loro perdite è di circa 17 milioni di euro. Sono 43.000 le forme di formaggio crollate. Ogni forma equivale a 40 kg. 



altra parte del deposito crollato

Ho fatto delle foto per lasciarvi l'entità visiva perchè io credo che le mie parole non siano sufficienti.
Abbiamo continuato la visita, ci ha mostrato tutta la catena di produzione dalla preparazione, alla fasciatura, alla salatura e infine alla stagionatura.
Il loro lavoro va avanti, ogni giorno continuano a produrre latte e formaggi. Ci sono dieci operai che si occupano della produzione, oltre alla famiglia e domenica, come ogni giorno, erano al lavoro.
Già, si continua a lavorare, si va avanti.
Ci vorranno due mesi, per liberare il magazzino e ripristinarlo. Chissà se saranno stanziati dei fondi, se arriveranno gli aiuti. Ma loro non si sono fermati, questo non è possibile.



la produzione non si ferma

Ho ammirato Dotti, e la famiglia Casumaro, splendido esempio di come sia possibile assorbire botte dure nella vita, piegarsi ma non spezzarsi.
Di come sia dignitoso essere grandi e onesti lavoratori. 



le vasche del latte hanno funzionato domenica  come tutti i giorni

E di come qualunque cosa possa succedere, la dignità consenta di non arrendersi. Mai.
Tra un paio di settimane, contatterò nuovamente questa famiglia coraggiosa, splendido esempio della cultura emiliana orgogliosa del proprio lavoro e della propria terra, per avere notizie sugli sviluppi della loro rinascita.

Quello che ho visto mi ha dato forza.

E voi cosa ne pensate, in una situazione similare le vostre maggiori sicurezze  si scardinerebbero lasciandovi stremati e vinti o avreste comunque la forza di alzare di nuovo la testa per ricominciare?