08 dicembre 2020

MUSICA: QUARANTA ANNI SENZA JOHN LENNON

 

Da amante dei Beatles prima e di John Lennon poi, ci ho messo due viaggi a New York prima di trovare la serenità giusta per affrontare il Dakota Building e quello che rappresenta. Uno dei più bei palazzi di Manhattan, situato di fronte a Central Park, al numero 1 della 72nd West. Sembra un castello con gli abbaini e le torrette che spiccano verso il cielo. Un luogo tristemente noto a causa dell'omicidio della più grande star del rock di tutti i tempi, avvenuta l'8 dicembre del 1980.


Dakota Building - foto privata

Vi si arriva con la metro, fermata Wash Square. Distanza dal palazzo che fa angolo  con il parco: solo 5 minuti a piedi. Il passo veloce e  la consueta "strana" abitudine che nasce a NYC: guardare sempre in alto. Sempre su.  Ed ecco, l'ampia entrata con il cancello in ferro battuto visto e rivisto nelle innumerevoli immagini dell'attentato. Una guardia all'ingresso che senza parlare ti invita a fare pure le foto se vuoi ma a tenerti a debita distanza. Io non ce l'ho fatta a scattare. Quelle che vedete sono di mio marito. Sono rimasta attaccata ai cartelli, silenziosa, con il cuore che batteva forte mentre tutto di quella dannata sera di quarant'anni fa, tornava a farsi appena ieri.



Entrata del palazzo - foto privata

Alla fine, col cuore in gola, ho abbandonato mio marito e mi sono diretta all'incrocio con il parco. Ho attraversato senza più guardare indietro, mentre sentivo che più mi allontanavo più la stretta interiore mordeva meno. Non mi sono mai rassegnata e mai mi rassegnerò ad una morte assurda, ad un omicidio compiuto da un ragazzo instabile che da giorni stazionava sotto casa di John con nella testa un'idea folle, avere con lui un rapporto esclusivo. Quel mattino  era riuscito nell'intento di farsi autografare Double Fantasy e a parlarci per un attimo. Cosa abbia fatto poi, fino a sera, non si sa. Sarà rimasto appostato nell'ombra con la pistola nella giacca. Joko e John sono rientrati dalla sala d'incisione molto tardi, avendo anche rinunciato ad andare al concerto del loro amico David Bowie.  Lì è stato un attimo: lo ha chiamato (forse) gli ha puntato la pistola alle spalle  e ha fatto fuoco: cinque colpi, velocemente. Quattro centrarono il bersaglio.  Ore 22,50: la vita di JOHN LENNON cominciava a spegnersi sotto casa. Sarebbe morto al Roosevelt Hospital,  pochissimo tempo dopo. Nello stesso momento in cui, dagli altoparlanti della radio dell'ospedale, si sentivano le note di All My Loving.

Entrata al Strawberry Fields Memorial  - foto privata

Ho raggiunto il Memorial voluto fortemente dalla moglie. Un ampio giardino circondato da alberi  e piante in perfetta armonia. Una oasi meravigliosa dove riflettere silenziosamente e pregare. All'interno del mosaico spesso ci sono fiori freschi e candele accese. Quel giorno era vuoto, allora sono entrata nel centro e mi sono fatta scattare una delle foto che ho più care. Seduta poi al lato, sulle panchine che stazionano intorno, sono rimasta a pregare. Sì pregare, affinché le più belle parole di pace che siano state mai scritte continuino a portare quella  magnifica utopia in giro nel mondo. Arrivando al cuore degli uomini in grado di ascoltarle e farle proprie. 

IMAGINE - foto privata



"Immagina tutte le persone che vivono la vita in pace, tu puoi dire che sono un sognatore, 

ma non sono il solo. Io spero che un giorno tu ti unirai a noi e il mondo sarà come una cosa sola."


(IMAGINE - JOHN LENNON)



Etichette: John Lennon


07 dicembre 2020

POSTITIZIE: STORIA DI LUIGIA LA MAESTRA CHE INSEGNA NEGLI OSPEDALI PEDIATRICI

 

CORRIERE DELLA SERA.IT


Luigia Della Femina  è una maestra che da 26 anni insegna ai bimbi ricoverati in ospedale. Ha cominciato a Pavia e ora è al Bambin Gesù di Roma. Quando cominciò pensava si fosse trattato di un errore, doveva essere una scuola e invece fece l'ingresso al San Matteo di Pavia,  reparto leucemici.   Non deve essere stato facile penso che abbia passato momenti di puro terrore ma poi, un passo alla volta, ha riconosciuto tanto di quel coraggio nei bambini in cura, che tutto è diventato più semplice oltre che arricchente. Chissà quanta sofferenza, quanto dolore le sono passati attraverso, quanta determinazione e quanta voglia di vivere.  Strano, non ci pensiamo mai che quei bambini, per molto tempo, non sanno cosa sia andare a scuola. 

Grazie ad insegnanti come Luigia, imparano a leggere e a scrivere e passano dalle nozioni fondamentali a quelle più complesse. Che si tratti di una degenza di poche settimane o molto di più. La maestra ricorda tante storie di bimbi preferendole a lieto fine come quella di un ragazzino down che non voleva farsi toccare da nessuno e  la cui più grande aspirazione era di imparare a suonare la batteria. In ospedale sarebbe stato impossibile e lei riuscì a portarlo in un negozio di musica. Come in un film, si tolse la giacca, prese le bacchette e cominciò a suonare. Ritornato in reparto cominciò a farsi curare.

Cosa posso aggiungere a un esempio di dedizione e di amore così grande. Ricordo  i miei maestri delle elementari; appartenevano ad un'altra epoca ed insegnavano tenendo a distanza le emozioni. Quello che ho imparato da loro è poco. Probabilmente sono stata sfortunata, mi è andata molto meglio alle medie e superiori. Invece i bimbi di Luigia, hanno ricevuto rispetto e amore e hanno donato energia e coraggio. Un meraviglioso scambio appannaggio  di anime superiori.

Aggiornamento: 

questa mattina Daniele Verzetti, ispirato dalla notizia,  ha fatto un regalo alla maestra e al mio blog con la poesia che aggiungo ora:


"UNA MAESTRA SPECIALE"

Mio primo giorno di lavoro
Arrivo davanti al civico dell'istituto
Alzo lo sguardo e sono per un attimo sorpresa
È un ospedale.

Entro dentro
Mi scuso del disturbo
Faccio presente che forse c'è un errore nell'indirizzo
Ma. mi sorridono e mi dicono: "Nessun errore, reparto leucemici, 
Abbiamo bisogno di lei, hanno bisogno di lei, di imparare e d'amore"

Entro
Una morsa al cuore 
La paura e la sofferenza si avvertono nell'aria
O forse sono solo io che provo queste emozioni
Loro in effetti sembrano così piccoli ma coraggiosi.

Passato il primo momento di impasse 
Mi dico che sono bambini come gli altri
Che hanno il diritto di imparare anche poche cose
Anche se il loro tempo per studiare fosse di giorni, mesi 
O solo alcuni anni
E che hanno il diritto di essere come gli altri bambini.

In 26 anni di lavoro 
Ho attraversato un percorso di vita indescrivibile
Ho imparato io dalla loro forza
Ho stretto i denti di fronte al dolore della sofferenza
Espresso non con strazio ma con solo un sorriso più triste
E con tanta loro dignità.

Una strada impervia
Fatta di nuovi alunni
E di defezioni definitive
Ogni volta sofferte come la prima volta
Ogni volta capaci di colmare in parte
Con il loro amore datomi in vita
Il dolore immenso sempre lancinante, sempre immutevole
Anche dopo tutti questi anni
Ma ho vissuto anche tanti momenti di gioia incredibile
Nell'essere riuscita a realizzare dei loro piccoli grandi sogni.

Ho iniziato un mattino di ventisei anni fa
E non ho mai voluto cambiare questa mia missione
Non ho mai voluto perdere questo privilegio regalatomi
Non ho mai voluto insegnare in una scuola "normale"
Il mio posto è qui con loro
Per poter dare tutto quello che è nelle mie possibilità
Donare loro normalità, conoscenza ed amore
Anche solo per provare indegnamente a colmare il gap immenso
Ed il debito d'amore che ho nei loro confronti
Loro che sanno donarmi sorrisi di luce
Quando io sono stanca.

Ventisei anni fa sono entrata in un mondo speciale
E non ne sono più voluta uscire. 

DANIELE VERZETTI ROCKPOETA®



FONTE: CORRIERE DELLA SERA

05 dicembre 2020

SABATO DI POESIA: PASSEGGIATA CON AMOS OZ DI ERRI DE LUCA


Erri De Luca (dal web)



Lungo le mura esterne di Gerusalemme
dove prima del '67 passava il confine
e le armi da fuoco cercavano corpi da abbattere,
andiamo e mi accenna le pietre che pesano piombo.
E' un limpido mattino di febbraio,
non si parla di sangue, invece di acqua.
Racconto il pozzo scavato sul mio campo
la felicità del primo getto sparso sul terreno,
acqua divisa tra gli alberi e l'uso di casa,
poca, dosata e resa, non fare che si sciupi.
Lui ricorda quella per lavarsi i denti,
dopo l'uso raccolta dentro un secchio
serviva per pulire il pavimento
e poi strizzata dallo strofinaccio
si versava sul solco piantato a cipolle.
E così ci fermiamo per fare un sorriso.
Siamo due persone che hanno tenuto da conto le gocce.

(Quartiere di storie naturali - Solo andata - 2005)


Non c'è nulla che io posso aggiungere alla bellezza della sua poesia. Chi ama Erri De Luca vorrebbe passeggiare con lui ovunque, lungo il confine palestinese, come sui sentieri di montagna. Vorrebbe ammirare il mare di Napoli standogli accanto. Vorrebbe guardare le nuvole scorrere sopra la testa con un fugace sorriso. Senza avere bisogno di tante parole perché quelle sono ben incise sul cuore. Ma questa passeggiata in compagnia di due degli autori che amo di più, è come una fotografia nella quale poter far capolino e dire:eccomi anche io ho tenuto da conto le gocce e posso tenervi compagnia. Fatemi posto.


Note bibliografiche sull'autore

Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950.Tra gli ultimi libri pubblicati da Feltrinelli: Il giorno prima della felicità(2009), E disse (2011), Il torto del soldato(2012), La doppia vita dei numeri(2012), Ti sembra il caso?(2013, Storia di Irene(2013), La musica provata(2014), La parola contraria(2015), Il più e il meno(2015), La faccia delle nuvole(2016), La natura esposta(2016), Diavoli custodi(2017), Il giro dell'oca(2018), Impossibile(2019).


ETICHETTE: ERRI DE LUCA

04 dicembre 2020

RECENSIONE: LA DONNA DEGLI ALBERI DI LORENZO MARONE


La donna degli alberi
Editore Feltrinelli
pagine 219
prezzo cartaceo euro 16,00


DAL LIBRO
"Lascio dietro di me le cose che non comprendo, quelle che non posso cambiare, lo sguardo ostile di chi non ti conosce, le bottiglie di plastica, la città piena di assenza, i cellulari che rubano il tempo. Lascio il mondo dei vincenti, di quelli che si sentono tali, il  frastuono  dei loro bolidi, la televisione dei disabili, il menefreghismo assoluto... lascio le cose non destinate a me, ciò che non può farsi meraviglioso, i pesi alle caviglie, vincere battaglie a tutti i costi, avere l'ultima parola... Lascio la mia vita, per costruire un nuovo pezzetto di terra da abitare, da seminare e da far fiorire. Imparo a stare, senza rimpianti, senza voler essere continuamente altrove. Questo è il mio onesto patto da onorare. Il mio piccolo contributo."

SINOSSI
La Donna è sola, in fuga. Lascia la città per tornare  nei boschi della sua infanzia, perché è stanca di cercare amore dove non c'è. Nella sua baita ritrova i profumi della famiglia, i gesti e le abitudini di suo padre. Conosce lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, la Benefattrice. Nessun personaggio del romanzo ha un nome di battesimo, non è NECESSARIO. Ci sono gli animali, come la volpe rossa e curiosa e il gufo reale che bubola sotto il pergolato.  Ci saranno giorni luminosi e altri bui, notti terribili in cui la paura di non farcela a ritrovare se stessa,  torna ad assalirla. Il Monte che la chiama. Attraverserà le stagioni invernali per rinnovarsi mentre la neve si scioglie e la montagna si prepara  al disgelo e a rifiorire. Esattamente come lei.

COMMENTO
Quasi un mese per leggere un libro. Credo di avere battuto ogni record. Ma non è come pensate. Non è un libro evitabile. È un libro che sospende il tempo e lo riavvolge come per magia. È un libro che racconta una donna come siamo noi, tutte quante. Con consapevolezza di se stessa, con cura. Ti costringe a prestare attenzione ad ogni parola. Dovrei essere abituata alla scrittura di Lorenzo Marone, avendo letto tutti i suoi libri. Ma questa volta è diverso,  speciale.  Molto intima, femminile come mai. In grado di regalarti coraggio e comprensione, abbracciarti con affetto e calore. La donna degli alberi, di cui non conosciamo il nome, ci attrae e conquista. Sarà molto difficile togliersela di dosso, perché in quello specchio, in quella casa nel bosco tra monti e valle, lontano dal resto del mondo, ci siamo noi, ognuna di noi. Vi consiglio una cura salvifica. Un libro che vi passerà attraverso e resterà fisso nel cuore e nella memoria. Un libro che parla di riparazione e di cura. Della forza e del coraggio delle donne che  riescono sempre a trovare in se stesse quel piccolo miracolo che si chiama rinascita. Un libro che consiglio anche agli uomini perché il miracolo del ricostruire per ritrovarsi ci riguarda un po' tutti.


Note bibliografiche dell'autore:

Ha pubblicato La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015; Premio Stresa 2015, Premio Scrivere per amore 2015, Premio Caffè corretto città di Cave 2016, 16 traduzioni all’estero), che ha ispirato un film, La tenerezza, con regia di Gianni Amelio; La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi, 2016; Premio Como 2016), da cui verrà tratto un film omonimo con regia di Marco Mario De Notaris; Magari domani resto (Feltrinelli, 2017; Premio Selezione Bancarella 2017); Un ragazzo normale (Feltrinelli, 2018; Premio Giancarlo Siani 2018); Tutto sarà perfetto (Feltrinelli, 2019) e i saggi Cara Napoli (Feltrinelli, 2018) e Inventario di un cuore in allarme (Einaudi 2020) Collabora con “la Repubblica” di Napoli con una rubrica fissa dal titolo “Granelli”. È tradotto in diciassette paesi.

ETICHETTE: LORENZO MARONE

02 dicembre 2020

POSTITIZIE: EGRO - IL BORGO DOVE I LIBRI SI PRENDONO CON IL PANE



Gli scaffali della Biblioteca di Egro (fonte web)


Pane, amore e fantasia era il titolo di una vecchia commedia con Vittorio de Sica, in questo caso potremmo dire “Pane, libri e fantasia” e  sicuramente di fantasia e di intraprendenza ce n’è voluta a 6 amiche che vivono ad Egro, una piccola frazione che fa parte del comune di Cesara, in Piemonte.

Volendo rianimare i locali del piccolo borgo hanno proposto un’iniziativa culturale che unisce il cibo e la lettura. Come si sa, purtroppo, i borghi si stanno lentamente spopolando e anche ad Egro, lo spazio comunale che una volta ospitava le scuole elementari, ha dovuto chiudere, è diventato un ambulatorio medico, ma anche quello ha dovuto cedere il passo spostandosi in città più grandi e ricche di popolazione.

Così 6 amiche che vivono in paese hanno pensato di dare il via ad una iniziativa per far rivivere i locali comunali e allo stesso tempo creare un luogo dove si potesse scambiarsi cultura e dove i libri fossero alla portata di tutti. Anna, Barbara, Marina, Ornella, Patrizia e Valeria,così si chiamano le sei amiche,  hanno deciso di creare nella loro paese una piccola biblioteca, proprio nei locali comunali che ora sono stati adibiti a spazio in cui il fornaio del comune di Cesara ogni mattina lascia il pane per gli abitanti di Egro, uno spazio che dopo tanti usi ora è stato adibito solamente a punto di ritiro degli alimenti, ma che ora, grazie a loro si è trasformato. 

L’iniziativa della biblioteca insieme al “fornaio” è partita nella prima metà di Settembre e da a tutti gli abitanti la possibilità di ritirare gratuitamente libri da leggere mentre si va a comprare il pane. 

Tra classici e novità,  i libri si possono prendere gratuitamente, riportare e scambiare con altri volumi quando si termina di leggerli, mentre si crea anche uno spazio per fare più di un semplice ritiro, infatti è stato anche pensato uno spazio di condivisione in cui si può fermarsi a leggere, in cui ci si può incontrare, parlare e stare insieme e in cui i bambini possono giocare.

SCAMBIO, CULTURA, AFFETTO E FANTASIA. Evviva le RAGAZZE di EGRO.

ARTICOLO TRATTO DA POSITIZIE.IT

30 novembre 2020

[INTORNO A ME] LA PAZZA LISTA DEI MIEI DESIDERI

 

Ho sempre avuto un'immaginazione molto fervida. Fin da ragazzina ho sognato di realizzare piccoli e grandi desideri, sperando di esaudirli prima o poi. Tutti belli, speciali e un po' folli, esattamente come me.

Allora vi propongo un gioco, facciamo una lista di cinque desideri praticamente impossibili che vorremmo realizzare e li indichiamo qui, cosa ne dite?

Parto con i miei:


5) SALIRE IN CIMA A MACHU PICCHU. Desiderio che coltivo fin da quando ero bambina. Mi agita l'idea di poter avere problemi di respirazione visto che si tratta di arrivare a circa 2400 metri di altezza. Ma non mi fa desistere dall'intento. Al massimo porterò con me una bombola di ossigeno!

DAL WEB

4) FARE SHOPPING SFRENATO SU RODEO DRIVE A L.A. Naturalmente indossando i mitici stivali di vernice che Julia Roberts calzava in Pretty Woman. Sembrerò una vecchia "passeggiatrice" nostalgica, ma si vede di tutto su quella strada. Potrei perfino passare inosservata😆

JULIA ROBERTS DA PRETTY WOMAN

3) CANTARE A SANREMO. Sì ragazzi, un desiderio che accarezzo da quando, poco più che bambinetta, "stracciavo l'anima" alla mia famiglia, col mio piccolo mangiadischi rosso e nero inventando  le parole di Yesterday e esercitandomi con la spazzola davanti allo specchio. Mio marito dice che, se ci fosse stata ancora la Corrida di Corrado sarebbe stata la "dimensione giusta" per me. Ma che ne vuol sapere lui che a Sanremo c'ha cantato davvero😎

Teatro ARISTON (dal web)

 
2) SFILARE PER GIORGIO ARMANI. Per me Re Giorgio è il top del top degli stilisti. Nessuno è come lui. Dire Giorgio Armani è riconoscere l'eleganza assoluta, il fascino inarrivabile. Naturalmente, con il mio fisico da silfide potrei permettermi di indossare senza batter ciglio e soprattutto senza respirare,  qualunque sua creazione. Come la meraviglia  indossata da Julia Roberts nel 2008 (sempre lei) sul red carpet del Gala Met, al fianco dello stilista dei miei sogni. Che poi il bianco sfila o è il nero?😜


JULIA ROBERTS E GIORGIO ARMANI (dal web)


1)VINCERE L'OSCAR PER LA  MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE DELL'ANNO. E qui potete pure ridere fragorosamente ma se sogno di cantare a Sanremo, sfilare per Giorgio Armani, indossare gli stivali di vernice di Pretty Woman, volete che mi fermi ad un passo dal podio? Ecchecavolo, magari me lo consegna pure Michael Fassbender, che faccio, ci rinuncio?


AND THE WINNER IS...



Ora aspetto i vostri, non dico cinque ma almeno uno voglio vederlo scritto nero su bianco nei commenti!

NON ABBIATE REMORE E OSATE!!!


PS: prendete questo post con leggerezza. Fa bene stemperare le preoccupazioni del periodo con il sorriso e qualche risata. Buon inizio settimana.

28 novembre 2020

SABATO DI POESIA: MI ASSOPISCO COSÌ IN PIEDI DI XU LIZHI




XU LIZHI (DAL WEB)



Mi assopisco così, in piedi

I fogli che mi stanno davanti leggermente ingialliscono
Con una penna vi incido neri ineguali.
Sono solo parole di lavoro
reparto, catena di montaggio, macchinario, tesserino, straordinario, stipendio….
Mi hanno addomesticato ben bene.
Non so urlare, non so ribellarmi,
Non so denunciare, non so biasimarmi,
Sopporto lo strenuo, in silenzio.
Quando è iniziata
bramavo solo quella grigia busta paga il 10 del mese
perché mi procurava una tarda consolazione.
Per questo ho dovuto levigarmi gli angoli, levigare le mie parole
rifiutare permessi, malattie, ferie
rifiutare ritardi, ritiri.
Me ne sto fisso alla catena di montaggio, come ferro, le mani come fossero ali
Quanti giorni, quante notti
mi assopisco così, in piedi.



NOTE BIBLIOGRAFICHE

XU LIZHI è stato un poeta cinese. Nato in Cina nel 1990 è morto nel 2014 a Shenzhen. Operaio elettronico  in una fabbrica del polo asiatico dell'informatica. Di lui si conosce pochissimo e l'unica sua raccolta di poesie è stata pubblicata postuma dai suoi amici, dopo il suicidio.  Era un migrante che spostatosi dalla sua terra di origine era arrivato nella grande città e lì aveva trovato lavoro. Costretto ad adattarsi a una condizione lavorativa umiliante, sottoposto a ritmi impossibili,  perché la disciplina della fabbrica tiene tutti  segregati  alla catena di montaggio e nell'impossibilità di avere contatti tra di loro.  Una vita senza possibilità di fuga. Le sue rime sono la conferma che il grande sogno industriale  cinese non esiste per la gente comune, in realtà  è solo un illusione. Si passa dalla speranza di un futuro possibile, alla certezza di essere solo degli schiavi. Attraverso le sue parole si comprende come la delusione sia via via diventata sempre più forte e la denuncia nei confronti di quel mondo che lo ha schiavizzato lo porterà   alla tragica conclusione della sua vita. Un vero e proprio assassinio sociale.



26 novembre 2020

RIFLESSIONI:DOVREI...

Mariellaesseci - riproduzione vietata

 

Sono seduta sul divano, una gamba ciondola nel vuoto, l'altra , accartocciata, è ben incollata alla seduta della chaise lounge. Mi arrotolo un ciuffo di capelli sul dito e intanto guardo la pila di libri davanti a me, facendo finta di concentrarmi sui titoli. 

Un attimo e  mi distrae il tramonto dietro la finestra del balcone. Le nuvole sono rosso fuoco, corrono come bambini al parco, non gli interessa per nulla il silenzio sottostante. Equidistanti da tutto, piano piano abbandonano il colore e scoloriscono. Qualche minuto ancora e non le vedrò più, mentre  la grande villa ottocentesca di fronte si accende di luci bianche artificiali che la fanno sembrare ancora più avulsa dal contesto, la città che si spegne. Non so cosa aspettarmi, ho già descritto i momenti di sconforto dovuti all
'aggravarsi della situazione. Ma oggi non voglio che l'incertezza prenda il sopravvento. Questo anno, se ci pensate, è volato via di corsa come un treno ad alta velocità. E ci ritroviamo attoniti quasi a destinazione senza sapere se, come e quando,  arriveremo in stazione.

Dovrei ma non chiudo gli occhi, voglio tenerli ben aperti: annotare tutto, non perdere un istante. Sentire dentro di me ogni cosa:  la riga che leggerò, la parola che udirò. Il rumore dei miei tacchi,  il profumo che sceglierò, la morbidezza di ogni abito che indosserò. Ogni giorno, tutti i giorni. Sarà ancora attesa, ma la riempirò di vita.











25 novembre 2020

ATTUALITÀ: 25 NOVEMBRE - GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 "Donne piccole come stelle

C'è qualcuno le vuole belle
Donna solo per qualche giorno
Poi ti trattano come un porno
Donne piccole e violentate
Molte quelle delle borgate
Ma quegli uomini sono duri
E quelli godono come muli
Donna come l'acqua di mare
Chi si bagna vuole anche il sole
Chi la vuole per una notte
C'è chi invece la prende a botte
Donna come un mazzo di fiori
Quando è sola ti fanno fuori
Donna, cosa succederà
Quando a casa non tornerà
Donna, fatti saltare addosso
In quella strada nessuno passa
Donna, fatti legare al palo
E le tue mani ti fanno male
Donna che non sente dolore
Quando il freddo gli arriva al cuore
Quello ormai non ha più tempo
E se n'è andato soffiando il vento
Donna come l'acqua di mare
Chi si bagna vuole anche il sole
Chi la vuole per una notte
C'è chi invece la prende a botte"
Enzo Gragnaniello - DONNA - 1989)


La canzone con la quale ho deciso di fare il punto per ricordare la GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE è stata scritta da Enzo Gragnaniello e pubblicata nell'album MARTINI MIA nel 1989. Lo sguardo acuto e sincero dell'autore sulla dolorosa questione mi è sempre piaciuto. Il suo condannare senza appello il dolore delle donne spesso causato da persone del suo stesso sesso la dice lunga sulla sua empatia e sensibilità. Per cui non smetterò mai di ringraziare Enzo per la canzone e Mia Martini per averla mirabilmente interpretata. Lei, che di violenza psicologica morì. La violenza psicologica è ancora più letale di quella fisica perché ammazza l'anima. E Mia Martini non riuscì mai a superare l'onda  del  male che le era arrivata dai pettegolezzi, dalle insinuazioni orrende ricevute dal suo ambiente. Un ambiente malato e subdolo.
"Solo in Italia sei milioni e settecento mila donne tra i 16 e i 70 anni, hanno dichiarato di avere subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o psicologica. Ogni tre giorni una donna viene ammazzata, nella maggior parte dei casi dal marito, dal compagno o dall'ex convivente. Durante la pandemia la situazione si è aggravata e moltissime donne non hanno denunciato le molestia e gli abusi. Le richieste ai centri antiviolenza sono state tremila in tre mesi contro una media mensile di milleseicento registrata negli scorsi anni. Facendo scendere la percentuale delle richieste di aiuti dal 78% al 28%."(Fonte: F)
OGNI ANNO TORNIAMO SULL'ARGOMENTO SENZA CHE NULLA CAMBI E SONO STANCA DI PAROLE. VOGLIO FATTI, VOGLIO CHE LE DONNE POSSANO SENTIRSI FINALMENTE AL SICURO. VOGLIO LA CERTEZZA DELLA PENA. VOGLIO CHE SI PARTA DALL'EDUCAZIONE DEI FIGLI. VOGLIO UNA SOCIETÀ DIVERSA. VOGLIO CHE SE NE PARLI TUTTI I GIORNI FINO A QUANDO LE COSE NON CAMBIERANNO. E VOI? 

RICORDO IL NUMERO  PER DENUNCIARE LE AGGRESSIONI FISICHE E PSICOLOGICHE: 1522 - ANTIVIOLENZA E STALKING

DONNE, NON ABBIATE PAURA. 


NE HO PARLATO ANCHE QUI:



23 novembre 2020

CRONACA: IL TERREMOTO DEL 23 NOVEMBRE 1980

 

Sono passati quarant'anni esatti da quella orribile sera del 23 novembre 1980.Una tragedia che sconvolse tutto il sud e in particolare la terra di mio padre: L'IRPINIA. Ogni volta che torno con il pensiero a quell'attimo lunghissimo (poco più di un minuto) che cambiò in maniera irreparabile anche la mia vita, il dolore ritorna come un boomerang. E il pensiero va a quei morti, più di tremila, tra i quali cugini, zii, amici d'infanzia. Novemila feriti,  oltre 280.000 sfollati. Tanti ritardi nei soccorsi.

Vi ripropongo su questa pagina, un mio racconto che fu pubblicato su Vanity Fair Italia e che nacque su ispirazione di un Insieme raccontiamo di Patricia Moll.



"Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò..."

Il mio seguito:

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato, culla delle vacanze estive, era rimasto al suo posto.




Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web 



La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 

Le care case del centro storico, costruite con i risparmi e i sacrifici di chi era andato via giovanissimo per lavorare all’estero. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.

Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.

La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.

Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.

Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto, l'istantanea della tragedia.



Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980


Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.

Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri e ai quaderni per inventare  nuove storie.

Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.




Conza Scalo - il regno della mia infanzia,  dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia  provata dal padre e lo zio  nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 

Allora e oggi.

Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio. Alle mie estati.
A Conza della Campania.
All’Irpinia.



Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, ai  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 
Ad oggi che ho trovato la forza di raccontare. 



Voi cosa ricordate  di quel giorno? Ne avete mai sentito parlare?