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20 giugno 2019

QUANDO SI E' TRISTI.


Quando uno è triste non servono le classifiche, non c’è un tristometro, è inutile dire sto mediamente peggio di te o decisamente meglio di te, si diventa tutti ottusi ed egoisti e la propria tristezza diventa una grande campana in cui ci si chiude, per non ascoltare la tristezza degli altri.
(Stefano Benni)

Odio la tristezza. È un vestito che mi cade male, mi impone di cercare troppo dentro me stessa,  di non osservare oltre, di guardare qualcuno che in quel momento mi piace poco. Mi infastidisce dovermi arrendere all'inevitabile, a quell'ostico grumo di saliva che mi si blocca in gola. Soprattutto mi evoca la resa, ed io non sono una che si arrende facilmente.
Eppure accade, che quel manto mi avvolga, grigio e opaco. Come il cielo avvolto nello smog della Milano che mi piace di meno. Come lo sguardo di un bambino che desidera l'abbraccio sincero della mamma che, tornando a casa la sera, non trova.
Come quel pensiero che vaga cercando il conforto di chi di solito è sempre pronto a sostenerti.
Come la solitudine che arriva compatta nei cuori di chi si sente respinto.
Delude, appassisce.
La tristezza ha quel modo strisciante di arrivarti alle spalle, silenziosa. E quando ti ha rapito è troppo tardi perché tu possa combattere. 
Allora ti tocca lottare ad occhi chiusi, lacrime aperte.
Provare a ritrovare i colori che hai smarrito. 
Quell'interruttore da cercare a tentoni e con sofferenza. Perché dal buio tu possa tornare alla luce e al sorriso.  
E voi, che rapporto avete con la tristezza? La scacciate come una mosca fastidiosa o la cullate fino a quando non va via da sola?