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22 gennaio 2022

[SABATO DI POESIA] La farfalla di Pavel Friedmann



L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!

L’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Friedmann - 1944)

30 gennaio 2020

IL GIORNO DELLA MEMORIA: SONDERKOMMANDO AUSCHWITZ


Traduttore: M. Carli
Prefazione: Walter Veltroni
Collana: Best Bur
Edizione: 1
Anno edizione: 2009
Formato: Tascabile
Pagine: 235 
Prezzo: 10,00











"In genere tagliavo i capelli; mi è anche successo di lavorare nella camera a gas, per dare il cambio a un amico allo stremo delle forze. Il mio lavoro era un po' meno gravoso; accettavo di subentrargli per qualche minuto, il tempo che recuperasse e prendesse un po' di aria fresca. L'inizio era il momento peggiore, quando bisognava estrarre i primi corpi: non avevamo punti d'appoggio. I corpi erano talmente intrecciati, ammassati gli uni sugli altri, le gambe da una parte, la testa dall'altra e il mucchio di cadaveri superava il metro, il metro e mezzo di altezza. Dopo avere svuotato la sala bisognava pulirlo a fondo. I muri e il pavimento erano sporchi; sarebbe stato impossibile far entrare altre persone senza che si spaventassero vedendo le tracce di sangue e di tutto il resto sui muri e per terra. Lavavamo il pavimento, aspettavamo che si asciugasse e ridipingevano i muri con la calce. Il ventilatore continuava a purificare l'aria. Tutto era pronto per l'arrivo di un nuovo gruppo. Anche se le persone, entrando, trovavano il pavimento bagnato, non si insospettivano; avevano detto loro che li stavano mandando nella sala docce per la disinfestazione. Anche le ceneri dovevano essere eliminate per non lasciare traccia, tanto più che alcune ossa, come quelle del bacino, bruciavano male, sia nei forni che nelle fosse. Le ossa venivano frantumate prima di essere mescolate non le ceneri."




Per decenni Sholomo Venezia (1923-2012), ebreo di Salonicco di nazionalità italiana deportato ad Auschwitz nel 1944, ha preferito mantenere il silenzio. Ha tenuto dentro di sé i mostri e i fantasmi, il marchio indelebile della Storia. Ha messo a tacere le voci raggelanti e i colpi della brutalità umana, lasciando che le immagini dell'orrore restassero vivide e mute nella sua mente: capelli tagliati e denti cavati ai cadaveri, corpi inermi trasportati nei forni crematori. Poi, negli ultimi anni della sua vita, ha deciso di raccontare la sua dolorosa esperienza: tra i pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz- Birkenau, una squadra speciale selezionata tra i deportati con l'incarico di far funzionare la spietata macchina di sterminio nazista - non è mai riuscito a dimenticare l'atrocità dei forni e i suoi occhi, cuore e mente sono sempre rimasti incatenati ai campi di concentramento. Dai suoi racconti è nata questa testimonianza lucida e onesta, accolta con interesse per la sua unicità straordinaria e diventata un simbolo della forma più nobile di omaggio alle vittime di ieri: LA MEMORIA.



La forza del ricordo è una forza benefica  e allo stesso tempo disperata. Una forza che, nell'oceano di dolore che sono stati i Lager, appare l'unica oasi di salvezza per la propria identità umiliata, torturata, negata. 
Walter Weltroni

A corollario della settimana dedicata alla Memoria, volevo consigliarvi il libro di Sholomo Venezia, perché attraverso la sua dura esperienza ad Auschwitz, veniamo a conoscenza di una ulteriore barbarie a cui furono costretti: molti dei prigionieri del campo di sterminio, riuscirono a rimanere in vita occupandosi di tutte quelle incombenze pratiche che le SS non volevano svolgere. Una delle più tremende era svuotare e ripulire  le camere a gas prima di far entrare il nuovo gruppo. Cosa che toccò anche a lui e ad altri suoi compagni. 


L'orrore chiamato dall'orrore.


27 gennaio 2019

GIORNATA DELLA MEMORIA: ETTY HILLESUM.









11 LUGLIO 1943

"In futuro, quando la mia casa non sarà più un giaciglio di ferro in un luogo circondato dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra il mio letto, così di notte ci sarà la luce ogni volta che lo vorrò. Spesso, nel mio dormiveglia, turbinano pensieri e piccoli racconti, vuoti e trasparenti come bolle di sapone, vorrei poterli catturare su un pezzo di carta.
Quando mi sveglio la mattina mi sento come dentro un bozzolo - è un ricco risveglio, sai! Ma poi comincia a volte una piccola Passione, pensieri e immagini si agitano intorno a me, sono così tangibili e vogliono esser messi sulla carta, ma non c'è nessun posto in cui si possa star seduti con calma, certe volte passo delle ore a cercarlo. Una volta, nel cuore della notte, una gatta randagia è entrata nella nostra baracca, le abbiamo messo una cappelliera sul gabinetto e là ha avuto i suoi piccoli. Certe volte mi sento come un gatto randagio senza cappelliera.
Stanotte è nato il figlio di Jopie. Si chiama Benjamin e dorme nel cassetto di un armadio. Vicino a mio padre hanno messo un malato di mente.
Sai, se qui tu non hai una grande forza interiore, se non guardi alle apparenze come a pittoreschi accessori che non intaccano il grande splendore( non mi viene in mente un'altra parola) che può essere una parte inalienabile della tua anima, - allora è proprio una situazione disperata.  È così, così triste vedere tutte quelle persone abbandonate a se stesse, che perdono il loro ultimo asciugamano, che si arrabattano con scatoline, con scodelle di cibo, bicchieri, pane muffito e biancheria sporca sopra, sotto e di fianco alle loro cuccette, che sono infelici perché altre persone sono spesso sgarbate o urlano loro, ma che a loro volta  urlano con altri e non se ne rendono conto; bambinetti lasciati soli dai genitori deportati, e trascurati dalle madri degli altri bambini: cioè, sono in pena per i propri pulcini, che hanno la diarrea e ogni sorta di malattie grandi e piccole, mentre prima erano sempre stati bene. Dovresti vedere la disperazione apatica e folle di quelle povere madri, sedute accanto al giaciglio dei loro figlioletti che piangono e che non vogliono crescere."

Amici cari, se avete avuto la pazienza di arrivare alla fine della paginetta che ho voluto riportare, sappiate che è stata scritta da Etty Hillesum, qualche settimana prima che morisse nel campo di concentramento di Auschwitz, dove era stata rinchiusa assieme a tutta la sua famiglia.

Il suo Diario 1941-1943 è stato pubblicato nel 1981 ed è scampato fortunosamente alla distruzione, riscuotendo un successo strepitoso, paragonabile a quello che accolse Il Diario di Anne Frank.
Sono otto quaderni scritti con una grafia minutissima e quasi indecifrabile e narrano la storia di una donna di Amsterdam di 27 anni, in un periodo di crescita importante per una persona che matura e si "libera" durante un periodo particolarmente triste e amaro della nostra storia.
Il 3 luglio del 1942 scriveva:
"Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato."
La sua vita attraverso i suoi scritti è talmente franca, intensa e colma di amore  e d'amicizia, che arricchisce chiunque la legga.

Mi pareva fosse importante parlarne oggi. Giornata della Memoria.

Per non dimenticare, mai.

Gli altri miei post dedicati alla Giornata della Memoria:

2018

2017

2016

2015

2014

2013

2012

FOSSOLI


Aggiornamento ore 14.30: mia sorella ha pubblicato un post solo per oggi,dedicato al Giorno della Memoria con la sensibilità che la contraddistingue. lo trovate cliccando qui.

02 maggio 2016

DAL PASSATO NON IMPARIAMO NULLA.







AUSCHWITZ 1 - VERSO L'ENTRATA  (FOTO MS)








AUSCHWITZ 1 - IL CANCELLO D'ENTRATA (FOTO MS)



AUSCHWITZ 1 - IL MURO DELLE FUCILAZIONI (FOTO MS)



AUSCHWITZ 2 BIRKENAU - ENTRATA (FOTO MS)

AUSCHWITZ 2 BIRKENAU - I BINARI (FOTO MS)





AUSCHWITZ 2 BIRKENAU - UN CARRO (FOTO FP)


Ho fatto questo viaggio perché era da tutta la vita che volevo andare. Per quello che avevo letto, visto, sentito. Attraverso le parole di altri, i volti di altri, il dolore di altri. Tutti gli altri che sembrano sempre così lontani e distanti da noi. Allora come oggi. Ma da quell'orrore non siamo e non saremo mai affrancati. Pur andando, calpestando quell'erba, toccando quelle mura fatte di mattoncini rossi. Così ordinato, così preciso, così pulito. Quando sei dentro ti sembra tutto così irreale, assurdo. E la domanda resta inevasa, perché la risposta non c'è. Non esiste una risposta. Come non esiste colpa per chi, arrivato in quel luogo,  ci mise solo cinquanta minuti per morire. L'ottanta per cento del milione e mezzo di persone che entrarono da quel cancello. Il venti per cento invece,  ebbe un'aspettativa di vita più alta: qualche mese. Da un mese a tre circa, per morire. Fiaccati dagli stenti, dal lavoro durissimo, dalla perdita del dono più prezioso che l'uomo abbia. La sua dignità.
I pochissimi superstiti, quelli che erano vivi per caso, quando il 27 gennaio del 1945, i russi entrarono nei loro campi di lavoro, sopravvissero solo perché, un giovane medico, comprese quale era l'unica strada per guarire il loro fisico. Dando loro pochissimo cibo e consentendo agli organismi ormai privi di forza di riprendersi lentamente, con il tempo. Ci  misero mesi per recuperare qualche chilo. E non tutti ci riuscirono. Per quel che riguarda la condizione di esseri umani, non è bastata tutta la vita. C'è una foto, tristemente famosa, in una delle stanze del museo. Ci sono alcuni bambini al di là del filo spinato, fotografati dopo qualche mese dalla liberazione. Tra loro una bimba bellissima, con un caschetto di capelli neri. Accanto alla foto c'è una sedia vuota. Un paio di volte l'anno, una signora molto anziana si siede esattamente lì. Non parla, ma guarda ogni persona che attraversa la stanza e rimane con il dito puntato verso quella bambina per ore. E' LEI. Che ci ricorda. DI NON DIMENTICARE. Ma noi uomini non abbiamo mai tenuto in considerazione quello che ci ha insegnato la storia. E siamo sempre pronti a tornare all'inferno. Perché è l'inferno il luogo in cui desideriamo andare.

27 gennaio 2013

Oggi 27 gennaio 2013 a Milano :Il luogo del Racconto e del Ricordo





Binario 21

Siamo al freddo da oltre un'ora, in piazza Jacob Safra, Via Ferrante Aporti 3, Milano.
Inaugurazione del Memoriale della Shoah, al BINARIO 21.
Non sono qui a raccontarvi della cerimonia d'inaugurazione, dei politici presenti, delle urla "Buffone Buffone" rivolte a Berlusconi, che arrivano da qualcuno alle mie spalle.
Dei fischi e del grido "Razzista che cazzo ci fai qui" sentiti con le mie orecchie e rivolti a Maroni.
Dei loro sorrisi di plastica e delle dichiarazioni incomprensibili e nauseanti.

Degli applausi alla Camusso e a Pisapia. 
Loro che hanno riposto con sorrisi timidi, dileguandosi tra la folla, senza clamore.

No.

Vorrei parlarvi della lunga fila di persone in attesa di entrare, dalle 10,00 della mattina.
Persone che come me e mio marito hanno aspettato a lungo prima di entrare.
Perchè c'erano loro, le star, prima.
Alle 13,00 aprono le porte.


Memoriale della Shoah-la fila per entrare



Tutti in silenzio, per vedere quanto di storia ci portiamo dentro.
Quanto non abbiamo dimenticato.
Quanto ancora dobbiamo imparare.


Memoriale della Shoah-senza parole


Il binario 21 è sotto la Stazione Centrale di Milano. Lì ben nascosti, si caricavano i carri, che inizialmente servivano per il trasporto di cavalli,di uomini, donne e bambini ebrei. I carri venivano piombati e chiusi, poi attraverso un elevatore, passavano al livello superiore e partivano, destinazione Auschwitz-Birkenau-Monowitz, Fossoli, Bergen-Belsen, con fermate intermedie a Verona e Bolzano.
In due anni dal 1943 al 1945 oltre 700 persone partirono per la deportazione da questo luogo.
Solo 27 furono i sopravvissuti.

Ora lascio che le immagini parlino meglio di me.

Il binario 21 e parte di uno dei carri originali.

L'interno di uno dei vagoni


Binario 21 - L'elevatore




Il Muro del Ricordo - 774 nomi



Una delle targhe che ricordano le date di partenza dei convogli


                                 E ora, restiamo per un momento, in silenzio.

23 luglio 2012

Fossoli: 27 maggio 2012




Fossoli: l'entrata del campo

L'aria è ferma.
Siamo davanti ad un cancello nel caldo pomeriggio di questa domenica di fine maggio.
Abbiamo seguito delle indicazioni lungo la statale che da Correggio ci ha portato a Carpi.
Ci fermiamo davanti alla piazza di Carpi per chiedere se il campo è molto lontano. Un signore si avvicina e con un bel sorriso ci dice che, continuando sulla strada nel giro di qualche minuto troveremo la deviazione e il cartello che ci indicherà l'entrata.
E' festa a Carpi, dopo la grande paura del terremoto del 20 maggio, la vita sta continuando arrivano molte macchine, parcheggiano e vanno verso la fiera al centro della città.
Vorrei fermarmi ma sono quasi le cinque del pomeriggio e non sappiamo bene gli orari di apertura di Fossoli.
Così rinuncio a fare un giro nel centro storico della città che da lontano mi sembra bellissimo.
Ora mi rendo conto che avrei potuto vederlo per l'ultima volta intatto.



Uno dei viali laterali 



                  Arrivati a destinazione e superato il cancello entriamo, in assoluto silenzio.
                  C'è un viale alberato centrale e ai due lati piccole casette di mattoni rossi, andate in rovina.
                  La maggior parte ha mantenuto in piedi solo le pareti esterne.

Quello che resta dei padiglioni destinati alle truppe

Mi sembra surreale la nostra passeggiata, mentre raggiungiamo il Museo del Deportato che la  Fondazione Fossoli ha creato per mostrare ai visitatori che cosa è stato questo luogo durante la guerra e dopo.



Alloggi dei prigionieri
Nasce come campo di prigionia per gli inglesi nel 1942, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, viene occupato dai nazisti per essere utilizzato come punto di raccordo, visto la posizione strategica, per i prigionieri da inviare verso il nord e verso i campi di concentramento polacchi.
Dalla stazione di Carpi partiranno fino al 1944 i convogli con prigionieri politici e ebrei, ben 5 di questi "carri" arriveranno ad Auschwitz.
Io non ero pronta a scoprire fino in fondo tutto questo e non avevo fatto caso nemmeno alla data o meglio al giorno della nostra visita.

Voi ci credete alle coincidenze vero?

Entriamo nel padiglione e scorriamo le foto che ci parlano dei campi di concentramento italiani del periodo.
Fossoli sarebbe diventato per motivi logistici il più grande.

Ma i campi di prigionia erano molti, visto che la cattiveria dell'uomo colpisce sempre duramente chi ritiene sia il più debole quando vuole affermare la sua potenza.
Non dovete pensare che gli ebrei fossero i primi esseri umani su cui la follia del regime si era fatta devastante, perchè tutto era iniziato prima.
Con gli omosessuali, ad esempio. Il regime fascista si adeguò e istituì il campo di prigionia a San Domino nell'arcipelago delle Tremiti.
Isole Tremiti campo di prigionia per gli omosessuali

                              Oppure le minoranze etniche che venivano deportate ad Agnone.

Agnone era il campo riservato ai Rom e ai Sinti
Avanziamo senza alcuna parola, perchè ci rendiamo perfettamente conto che quanto  leggiamo è più che sufficiente.
Passiamo nella seconda stanza del museo e continuando il nostro giro.
Ci fermiamo ad ogni bacheca, ad ogni targa e raggiungiamo un punto in cui mi fermo, dolorosamente:



Perchè lui, è stato qui. 
Ed esattamente da questo luogo che è partito dopo un breve periodo, per raggiungere il posto in cui il "Lavoro rende liberi".
Lui che non si sarebbe mai più sentito libero e avrebbe fatto in modo con le sue parole di non farci dimenticare mai cosa vogliono dire le parole guerra, sterminio, libertà e soprattutto la parola Uomo.
L'atmosfera che si respirava a Fossoli in quel periodo era comunque molto diversa da quanto immaginiamo.
Fossoli era un campo di prigionia, ma le costrizioni erano per così dire "sopportabili". Il cibo non mancava e loro potevano  incontrarsi, parlare e scambiarsi informazioni.
Sono tenuti sotto controllo ma non subiscono privazioni.
E' qui che Primo Levi conoscerà Alberto dalla Volta con cui poi, condividerà la durezza di Auschwitz.
E da qui che partirà il 22 febbraio del 1944, lui il chimico diventato scrittore.



Targa della memoria

Usciamo al sole, attraversiamo il prato e ci dirigiamo verso quello che rimane degli alloggi dei prigionieri. Una targa lasciata a perenne ricordo ci fa tornare con il pensiero a Gerusalemme posto che è nel nostro cuore e che speriamo di rivedere un giorno, chissà.
E allora leggendo la data sulla targa, mi viene in mente la coincidenza, quel giorno il 27.
Mi rendo conto che non poteva essere che così.




Quello che abbiamo letto e visto ci ha provato. Ci rendiamo conto che abbiamo fatto un altro passo verso la Polonia.
Prima o poi troveremo la forza per andarci.

Ci riusciremo.

Il 9 giugno scorso il campo di Fossoli è stato definito inagibile dopo il terremoto del 29 maggio e chiuso.
Speriamo che presto possa essere riaperto per continuare con il suo esempio a preservare la memoria.

26 gennaio 2012

SE QUESTO E' UN UOMO: 27 GENNAIO 1945



Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

 testo dell'articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria:
« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »


Ecco per iniziare a parlarvi di Primo Levi volevo partire da qui.
Da questo cancello e da questo giorno.
Il cancello che varcò come disse lui per sua "fortuna" solo nel 1944  e del giorno 27 gennaio 1945 in cui capì con il resto dei prigionieri sopravvissuti del campo, di essere libero, continuando a lavorare mentre arrivavano i russi perchè "i vivi sono più esigenti, i morti possono attendere. Ci mettemmo al lavoro come ogni giorno."
Non riesco a stare tranquilla e rilassata mentre vi scrivo di lui, perchè le parole vorrebbero scorrere in fretta, più veloci di come mi si formano dentro, ma rallento perchè ho paura di essere poco chiara.


Il dolore è immenso, tutte le sacrosante volte che riapro quel libro simbolo di una tragedia immane, ne vengo pervasa.


Non riesco a spiegarvi bene cosa mi succede, è un fiume che mi travolge, una piena che mi trasporta con lui, lontano, sul pavimento del suo Block numero 30.
All'inizio del racconto sono  insieme a quelle madri che nella loro ultima sera vegliavano con cura i loro bambini preparando tutto l'occorrente prima di partire verso... chissà?
Perchè se dovessero uccidervi domani con il vostro bambino, voi oggi non gli dareste da mangiare?
Non ho sentito forse la sofferenza cocente  del marchio con in numero 174517 impresso sulla mia pelle con il punteruolo?
Non ho forse bevuto l'acqua putrida credendo che fosse una trappola il cartello che diceva inquinata?
Non ho forse dovuto camminare dritto, e lavorare sempre, raschiarmi tutti i giorni il fango dai miei indumenti, imparato a usare del filo elettrico per chiudere le scarpe, della carta per ripararmi dal freddo, e a proteggere i piedi con degli stracci sporchi?
Ritenermi fortunato se passo dal block al Ka-Be?


CONVIVERE CON UNA FAME ONNIPRESENTE E CONTINUA?
Rubare tutto quello che c'è da rubare per sopravvivere?


Sono anche io un verme vuoto di anima.


Ho passato gli ultimi 10 giorni prima dell'arrivo dei Russi lavorando come prima mentre il rumore dei cannoni si avvicinava sempre più.


Alcune sue parole le lascio qui per voi...


"Ho impiegato tanto tempo poi a tornare a casa."


"Ma non sono riuscito ad odiare.Questo sentimento non mi appartiene."


"Sicuramente non ho perdonato, chi non mi ha dimostrato con i fatti di avere sdradicato dal suo animo e dalla sua coscienza gli orrori del nazismo e del fascismo."


"Io non sono cristiano ma sono disposto a seguire il precetto del perdono al nemico che si pente perchè chi si ravvede cessa di essere un nemico."


Tutto questo, quello che io ho imparato leggendolo e amandolo mi aiuterà a non dimenticare il suo insegnamento, il suo essere uomo per davvero.


Vi suggerisco se ve la sentite, di andare alla Stazione Centrale di Milano e dedicare 5 minuti del vostro tempo visitando il binario 21.
Il binario dal quale partivano le carrozze o dovrei dire i carri bestiame, che portavano gli ebrei italiani alla loro fine, destinazione Auschwitz.


Elie Wiesel nel suo romanzo " La notte" così descrive quei momenti; il suo viaggio così simile a quello di Primo Levi e a quello di tanti altri.
Non era possibile sdraiarsi e neanche sedersi tutti.Decidemmo di sederci a turno. c'era poca aria.
Fortunati coloro che si trovavano vicino a una finestra: vedevano passare il paesaggio in fiore.
Gli oggetti cari che avevamo portato rimasero nel carro e con loro, alla fine, le nostre illusioni.


Questo viaggio dell'orrore  iniziato nel 1943  sarebbero terminato solo nel maggio del 1944.
Venivano chiuse dentro nell'inferno di quei vagoni, circa 600 persone alla volta, che viaggiavano tenute all'oscuro di tutto per 7 giorni.
C'erano adulti, vecchi, bambini, famiglie intere.
Braccati e incarcerati con la sola colpa di essere ebrei.
Arrivati a destinazione la maggior parte di essi venivano immediatamente destinati alle camere a gas o ai forni crematori e uccisi.


E io sento quell'odore e quel fuoco sulla mia pelle.
Colgo l'orrore delle parole che vengono usate per descriverlo da più di 60 anni.


Ad esempio si utilizzano spesso alcuni sostantivi per individuare questo dramma storico che sono inesatti, come nel caso del significato delle parole Olocausto e Shoah che è il seguente:


Olocausto:
dal latino holocaustum, che è il greco holòkauston, da hòlos “tutto” e kaustòs “bruciato”, dal verbo kaìein “bruciare”. Per estensione, Sacrificio, soprattutto della propria vita, ispirato da una dedizione completa al proprio ideale. Questa parola è stata impropriamente adottata per definire lo sterminio degli ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale. Come si capisce dall’etimo, infatti, non definisce correttamente l’evento. Implicherebbe cioè una volontà delle vittime nell’offrirsi in sacrificio per un ideale, cosa ovviamente impensabile. Ecco perché si preferisce l’uso della parola ebraica Shoah.


Shoah:
voce biblica che significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Questo vocabolo venne adottato per la prima volta nella comunità ebraica di Palestina, nel 1938, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli” (Germania, 9-10 novembre 1938). Da allora definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato durante la Seconda guerra mondiale.






Quando quel giorno di aprile del 1987 sentii la notizia che questo uomo immenso era stato trovato morto nella tromba delle scale della sua casa ricordo che, a parte il dolore che provai in quel momento, pensai che la morte sfuggita a lungo, alla fine era stata la compagna di tutta una vita e quel giorno aveva vinto, come avevano vinto i fantasmi del passato mai sconfitti.




Di tutto questo vorrei discutere con voi, confrontarmi con quello che sapete di lui e della Shoah.
Vorrei conoscere il vostro punto di vista sulla questione.


Se vi siete mai posti la domanda che potrebbe succedere ancora e anche a noi visto che nessuno è al riparo da niente.


Se a questo ci pensate mai.






E vorrei consigliarvi alcuni autori israeliani  contemporanei che conosco e apprezzo innanzitutto perchè sono scrittori immensi e poi perchè parlano della loro storia senza inutili pragmatismi, come ad esempio Amos Oz e David Grossman.


Di Amos Oz consiglierei in questo frangente il saggio "Contro il fanatismo" lettura illuminante.
Come dice l'autore "chi sono i buoni chi sono i cattivi?"


Di David Grosmann " La memoria della Shoah"


Poi ancora:
Di Albrecht Goes " Notte inquieta"
racconto di amore e morte nell'Ucraina falciata dalla guerra di Hitler.


Di Maurice Grosman " Una strana fortuna"un ricovero in ospedale  che salva dal suo destino segnato un bambino ebreo.


Di Elie Wiesel "La notte"come Primo Levi ha subito sulla propria pelle le leggi razziali e la deportazione.







Vi lascio in alto sulle pagine il sito del Giorno della Memoria 2012 dove sono riportati tutti gli eventi che verranno proposti in Italia per celebrarlo.



http://www.lager.it/giorno_memoria.html








Tutto questo per Ricordare e soprattutto sperare




                                      CHE NON DEBBA SUCCEDERE MAI PIU'