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25 aprile 2023

[MEMORIA] Il 25 aprile negli occhi di Martino

 

La prima videochiamata del mattino è arrivata da papà e mamma. E nel salutarmi mio padre mi ha detto:

"oggi è la Festa della Liberazione, è una bellissima giornata."

E i suoi occhi erano gli stessi di oltre settant'anni fa, quando in una mattina di primavera vide gli alleati arrivare nel suo paese. Li aspettava con gioia e con il cuore fiero. Aveva dodici anni e poco tempo prima aveva rischiato di morire per mano di un tedesco che voleva portargli via il cane, mentre alla rinfusa le forze armate tedesche abbandonavano quella regione, L'Irpinia, dove i partigiani, riparati dalle montagne, li stavano colpendo senza tregua. E loro, i bambini, li aiutavano come potevano.

Quella storia ve l'ho già raccontata, il piccolo e  fedele amico fu ucciso dal tedesco con un colpo alla testa ed era la fine che avrebbe fatto  mio padre, se mia nonna Maria non si fosse opposta con la fierezza che le ricordo e che è un po' la mia, frapponendosi tra lui e il bambino. A quel punto il militare non ebbe più il coraggio di sparare, ma da vigliacco quale era, spostò l'arma e colpì il cane. Mia nonna mi diceva che per anni ha ricordato la risata querula di quell'uomo, che risalendo sul suo mezzo e voltandole le spalle le disse qualcosa in tedesco, che lei non capì.

E la memoria rimane viva e accesa. Nei ricordi di tutta la nostra famiglia. Speriamo non muoia mai, visti i tempi negazionisti e bugiardi.

Buona Festa della Liberazione a tutti voi.



Molto di quel che successe nel meridione durante gli anni più bui dopo l'armistizio dell'8 settembre, è stato lasciato da parte e ingiustamente dimenticato. Se siete interessati a quel che successe in Campania vi rimando  a questo link.

02 novembre 2021

[RICORRENZE] RICORDARE CHI CI HA AMATO

Nonna Carmela mi faceva salire sulla sedia di paglia in cucina quando preparava la pasta fresca di casa. Ed era un tripudio di fusilli, cavatelli, tagliatelle. Senza troppe parole. Ed io ricordo tutto, ogni suo gesto, ogni misura, ogni sapienza. E se oggi cucino come so fare, so che è merito suo e dell'amore di mia madre. Era una donna di sostanza e precisione. Quanto ho imparato da lei.

23 novembre 2020

CRONACA: IL TERREMOTO DEL 23 NOVEMBRE 1980

 

Sono passati quarant'anni esatti da quella orribile sera del 23 novembre 1980.Una tragedia che sconvolse tutto il sud e in particolare la terra di mio padre: L'IRPINIA. Ogni volta che torno con il pensiero a quell'attimo lunghissimo (poco più di un minuto) che cambiò in maniera irreparabile anche la mia vita, il dolore ritorna come un boomerang. E il pensiero va a quei morti, più di tremila, tra i quali cugini, zii, amici d'infanzia. Novemila feriti,  oltre 280.000 sfollati. Tanti ritardi nei soccorsi.

Vi ripropongo su questa pagina, un mio racconto che fu pubblicato su Vanity Fair Italia e che nacque su ispirazione di un Insieme raccontiamo di Patricia Moll.



"Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò..."

Il mio seguito:

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato, culla delle vacanze estive, era rimasto al suo posto.




Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web 



La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 

Le care case del centro storico, costruite con i risparmi e i sacrifici di chi era andato via giovanissimo per lavorare all’estero. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.

Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.

La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.

Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.

Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto, l'istantanea della tragedia.



Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980


Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.

Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri e ai quaderni per inventare  nuove storie.

Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.




Conza Scalo - il regno della mia infanzia,  dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia  provata dal padre e lo zio  nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 

Allora e oggi.

Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio. Alle mie estati.
A Conza della Campania.
All’Irpinia.



Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, ai  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 
Ad oggi che ho trovato la forza di raccontare. 



Voi cosa ricordate  di quel giorno? Ne avete mai sentito parlare?

30 ottobre 2019

LA RICCHEZZA DEL CUORE.



Foto privata - vietata la riproduzione

Non ricordo bene il momento esatto in cui, vedere persone di una certa età ha dato il via ad un incontenibile senso di tenerezza.  Da quando compresi che, anche io, avrei avuto il viso arricchito dalle rughe e il passo più lento. Ed è successo tanto tempo fa, ero praticamente ancora una ragazzina. GLI ANZIANI. Li amo da quando avevo sei anni e mia nonna Carmela mi faceva salire su di una seggiola per imparare a "tirare" la pasta per le tagliatelle o per i fusilli che, da noi, si arrotolavano con il ferro da calza. Oppure è accaduto durante le mie estati in campagna, quando nonna Maria mi mandava a prendere le uova nel pollaio ancora calde del "culo" delle galline che rapinavo. O quando la sera nonno Antonio mi insegnava a giocare a scopa, anche se contro di lui non vincevo mai, aveva una memoria strepitosa,  ricordava tutte le carte uscite. Ed erano risate incontenibili quando mi rendevo conto che faceva finta di perdere perché io mi ero arrabbiata da morire.  Sono diventata bravissima nei giochi di carte ma mai quanto lui. Ora, quando mi fermo ad osservare i miei genitori, il loro passo sempre più curvo, i loro affanni e mi si chiude il cuore, mi scopro a sorridere tra le lacrime mentre il passo successivo è correre ad abbracciarli  forte. Mi viene in mente tutta la magia dell'infanzia, mentre osservo, durante i miei percorsi quotidiani da pendolare rassegnata, la dolcezza e la stanchezza di membra che hanno vissuto tutto, amato e odiato. Persone che portano con sé l'esperienza che forse noi adulti non acquisteremo mai, perché erano altri tempi, altri modi, altra vita. E sorrido sempre per rassicurarli, a volte li sorprendo smarriti.  Hanno gran voglia di parlare, di raccontarsi. Mi viene naturale partecipare e dire di me, perché sono sempre interessati, ancora curiosi. Sono belli e vorrei regalare loro ancora del tempo. Ma forse, non lo vorrebbero. In uno dei miei viaggi da pendolare, mi è capitato di stringere forte le mani di una nonna che mi raccontava delle sue nipoti e gli occhi le brillavano, o forse era lei che stringeva le mie mentre mi guardava ed io avevo lo sguardo reso opaco dalle lacrime. Chissà se tutto quell'amore che hanno regalato e che regalano ancora, è compreso fino in fondo. Io mi illudo di sì, pur vedendo ogni giorno tante teste giovani chine e rese cieche dalla luce dei cellulari. Mi illudo di sì, se penso a tutto il bagaglio di ricordi e di esperienza che mi porto dietro. Sono così ricca dentro grazie ai miei nonni e ai miei genitori. Di quella ricchezza del cuore che non si può improvvisare. Perché è stata coltivata anno dopo anno, con cura e attenzione. Ce l'hanno regalata loro, coi loro gesti, coi loro sorrisi, con la partecipazione. Ci hanno insegnato la vita, l'amore e il rispetto. Io sono migliore grazie a loro.
Chissà se i ragazzi di oggi ai sorrisi ricevuti  dagli sconosciuti, un po' avanti di età, rispondono con altri sorrisi. Se si fermano ad ascoltare i loro racconti.   Si arricchirebbero con quel mondo d'amore che stiamo perdendo. Prima che sia troppo tardi.









PS: amo la canzone che ho postato. La amo perché dice tutto, illumina tutto, mi riempie gli occhi di lacrime tutte le volte che l'ascolto. Pura poesia. Altro che canzonette.

25 gennaio 2015

Lungo la strada ferrata.


In quella casa di campagna lungo la strada ferrata, ci passavamo gran parte delle nostre estati.
Lì tra le montagne e il fiume, alle pendici del paesino natio di mio padre.

Si arrivava a fine giugno. I genitori ci lasciavano al sicuro e respiravano un po'. Alla guida della truppa, i nonni. Anzi, nonna Maria.
Tempra forgiata nell'amianto. Una vera lottatrice.
Durante il giorno eravamo liberi, si scorrazzava in lungo e in largo tutti insieme. Femmine e maschi. I cugini. Figli di tutti i fratelli che si davano appuntamento ogni estate. A dire il vero non è che  noi femminucce fossimo amate alla follia dai cugini maschi. Eravamo le cuginette rompicoglioni. Sempre pronte a mettersi in mezzo e a disturbarli.  C'erano le simpatie e i contrasti. Io ero quella più difficile. Le sorelle e le cugine a turno, avevano in simpatia l'uno o l'altro dei fratelli. Io nessuno; soprattutto amavo rompere le scatole, per cui ero quella meno ben vista. Ne combinavo di ogni. Dispettosa, forse perché la più timida, cercavo di attirare l'attenzione nel modo meno opportuno.

Chiaro che volevamo fare tutto quello che facevano loro. Per cui, che si trattasse di spedizioni in campagna, di andare a pesca o semplicemente di farsi i fatti loro, avevano le"piattole" alle calcagna.
Nonna ogni tanto, doveva rimetterci a posto. Gli uni e le altre. E lo faceva col polso che aveva, senza sconti.

Tutte le settimane venivano i nostri genitori, mio padre o mio zio Agostino, a controllare la situazione.
Arrivavano in "servizio".
Li sentivamo perché la casa era poco distante dalla stazione e loro chiedevano al macchinista del treno di far "fischiare" la Littorina mentre si avvicinava.

La strada ferrata sull'Ofanto era una linea storica che ora, purtroppo, non esiste più. Ne ho già parlato, lo sapete che sono una malinconica.
Al loro arrivo, sia zio che papà, si facevano raccontare cosa avevamo combinato in quei giorni e se il livello di "brigantaggio" era stato eccessivo, scattavano le punizioni.
In linea di massima andava sempre bene. Meno quella volta che volli salire sull'albero di ciliegie della nonna e caddi.  Mi rovinai la vacanza. I nervi del braccio sinistro si accavallarono facendomi vedere le stelle e passò qualche giorno prima che la nonna si decidesse ad accompagnarmi da un "santone" del luogo che, senza tanto indugiare, con uno strappo veloce, me li rimise a posto.

Zio Agostino era quello più dolce con le nipoti. Forse perché avrebbe tanto desiderato avere una figlia femmina e la vita gli aveva donato ben tre figli maschi. 
Ero una delle sue preferite  ed io ricambiavo il suo affetto.

Una estate, nonna era disperata perché mangiavo poco. Ero una bimba esile, dal non grande appetito. Poi crescendo sono migliorata.
È lui s'inventò una gara tra me e mio cugino Davide. Ci mandò nell'orto della nonna a raccogliere dei pomodori. Lei coltivava i famosi pomodori insalatari, succosi lunghi e carichi di sole.
Al ritorno ci mise a sedere attorno al tavolo di legno della cucina. 
Prese un piatto e li tagliò ognuno in quattro pezzi e poi li condì con del sale. La gara fu uno spettacolo, li mangiammo tutti. A onor del vero non ricordo chi la vinse, penso mio cugino. Non è che io amassi in maniera particolare i pomodori, ma sicuro la competizione mi coinvolse.
Ricordo lo sguardo di zio: brillava. Era orgoglioso di essere riuscito a convincere la sua nipotina a mangiare qualcosa di sano e buono. Io da allora, li adoro i pomodori. E quando posso lì mangio così: caldi di sole e con un pizzico di sale.

Ed è esattamente così che voglio ricordarti: alto e fiero, con lo sguardo brillante e un sorriso appena accennato che il tempo e la vita non hanno mai spento. In compagnia dei tuoi cani adorati. Quelli che ti accompagnavano in ogni battuta di caccia, anche se io ogni volta ti auguravo buona caccia. Questa volta non lo farò. Divertiti.


Ciao zio.







13 novembre 2013

La luce e l'onda.


Immagine presa dal web



La piccola testa bionda sembra cercare qualcosa tra i sassolini e i ciottoli  piatti lungo la riva.
In mano un rametto con il bordo appuntito. Lo ha lavorato da solo durante la notte di nascosto dal babbo. Senza fare rumore, lo ha tagliato e con il coltellino svizzero lo ha rifinito fino ad ottenere una punta simile a quella delle frecce.
La mattina è arrivata troppo presto e lui non aveva dormito per nulla. Era rimasto sveglio dopo avere finito il lavoro.  Guardava il vento leggero spostare il pizzo delle tende alla sua finestra. Ad ogni tiro di brezza riusciva ad intravedere la luna piena. Era grande e sembrava sempre più vicina. Dove saranno i crateri e i mari raccontati così bene dagli astronauti? Quelli tornati dopo avere lasciato l'impronta su quel terreno lontano, fatto di polvere bianca e misteriosa. Non riesce a vederli nonostante si sia stropicciato gli occhi a lungo. 
Fa colazione con il pane fresco e il latte appena munto. E poi scappa via facendosi inseguire da Attila che gli abbaia contro tutta la rabbia che ha, perchè questa volta non lo porterà con sè.
Raggiunge la banda. Gianni, Maurizio, Oscar e Matteo. Hanno tutti la medesima età e sono pronti. Dieci anni e stecchini al posto delle gambe. Graffi e lividi ovunque. Le magliette a righe stinte dai troppi lavaggi e dal sole preso mentre asciugano all'aperto. Un taglio dei capelli violento quasi a zero. Colpa dei pidocchi che a fine primavera sono piombati addosso a loro come una calamità biblica.
Un cenno della testa e un ringhio come risposta. Si allontanano. Ognuno di loro ha tra le mani un rametto uguale al suo e un secchio rubato alla famiglia; di quelli che servono a raccogliere il latte dalle loro mucche.
L'aria della mattina è ancora fresca in quell'inizio di giugno.
Attraversano il bosco fatto di salici leggeri che con le loro lunghe fronde, si abbassano fino ad inchinarsi verso il letto del fiume che si intravede ai loro piedi. Tra di loro è un susseguirsi di bisbigli e poi di frasi che man mano si acutiscono. Poi diventano risate e alla vista del fiume e del suo luccichio si trasformano in urla stridule.
Ci sono. Eccoli soli, lì davanti. Il letto del fiume e loro. Che impresa è stata raggiungerlo. Hanno eluso la sorveglianza dei grandi e sono fuggiti. E' la loro prima volta. Lasciano tutto sulla riva. Una corsa a chi si immerge per primo. Le magliette ed i calzoni estivi, alcuni stretti e corti perchè dell'estate passata, vengono abbandonati senza alcun riguardo. I rami appuntiti stretti nelle loro mani. I secchi che restano sulla riva.
Passano alcuni minuti, il tempo di riprendersi dalla sferzata che li ha percorsi dopo essersi buttati nell'acqua gelida. Chi spavaldo, chi più timoroso, ora sono dentro. E ci sono ancora risate e corse in acqua e scherzi. Poi ecco, un balenio d'argento. Alcuni lucci si intravedono. Nonostante l'acqua quasi ribolla per la loro presenza e per il frastuono, si sono avvicinati. Il corpo lungo e affusolato dei più grandi, riflette in contemporanea la luce del sole e lo specchio d'acqua.
Fanno silenzio all'improvviso.
Si dispongono a cerchio come il vecchio Pietro ha loro raccomandato. Al segnale di Gianni, il loro capo, ognuno con il suo ramo, si buttano su quelli che meno timorosi si sono avvicinati.
E' una zuffa in piena regola. Cascano tutti dentro contemporaneamente e con gran rumore. Si ostacolano tra di loro e ben presto non vedono più alcun pesce. Ritirano tutti il ramo e tornano a fatica in posizione eretta.
All'improvviso lo guardano tutti, immobili. Attaccato al suo ramo un luccio ben grosso si dibatte con tutta la forza che gli resta. Gianni gli fa cenno di uscire. E come in processione avanza con  tutti gli altri dietro.
Raggiunge il suo secchio e lo butta all'interno. Lascia un po' d'acqua e poi si gira verso gli altri.
E' ancora stupito si guarda attorno. La piccola testa bionda illuminata dalla luce del sole e dalla leggerissima onda del fiume.



(Mariella S.)

Questo racconto l'ho scritto di getto durante la notte. Lo dedico ad un caro amico di blog che è lontano ma è nel mio cuore. Ciao Vincenzo.

26 gennaio 2013

Pane e pomodoro


Conza della Campania  - immagine dal web

"Dov'è Pia?"
Nonna Maria mi guarda attenta mentre io, sono tranquilla davanti il camino spento, a finire il vestito colorato per la mia barbie.
Sono tutta presa con l'uncinetto e cerco di contare i giri che mancano prima di arrivare al bordo, non sento.
"Dov'è Pia?" mi chiede di nuovo nonna, alzando la voce e anche il sopracciglio destro chiarissimo, come i suoi occhi.
"Nonna, non lo so, mica posso stare a guardare tutto il tempo cosa fa, miss testa tra le nuvole!"
"Tua sorella è piccola e dovresti sempre sapere cosa sta facendo, se le succede qualcosa è solo colpa tua, alzati e vai a cercarla."
Mi alzo, furiosa. Siamo alle solite, lei in giro chissà dove, io a cercarla.
Potrebbe essere ovunque, fuori in giardino, a guardare le galline mentre covano (le piace molto), nell'orto, a perdersi tra i pomodori e le fave fresche.
E se avesse deciso di attraversare il rigagnolo che ci divide dalla ferrovia e con incoscienza si fosse avventurata fino alla stazione? E' piccola, solo otto anni, potrebbe succederle di tutto.
Corro, con un salto attraverso il ponticello di legno, passo sulla  stradina che dalla casa di nonna porta fino alla ferrovia e poi alla stazione.

Stazione di Conza della Campania

Lo sapevo, lo sapevo, se le è successo qualcosa questa è la volta che le prendo di santa ragione.
Può essere caduta, oppure (la mia ansia sale a dismisura) qualcuno sulla strada può averla trascinata con sè.
Scenari apocalittici si formano nella mia mente, del resto l'abitudine che ho di leggere tutto, dal romanzo romantico al thriller sanguinolento, spalanca nel mio immaginario scenari apocalittici influenzati dalla recente scoperta dei racconti di Poe.
Arrivo in stazione, guardo in tutti gli uffici, passo dalla biglietteria, poi dal capostazione che è il papà delle mie amiche Alice e Monica, chiedo, ma nessuno l'ha vista.
Giro attorno all'edificio e salgo in casa dalle mie amiche;chiedo anche a loro, ma non l'hanno vista passare,richiedono la mia presenza per giocare insieme.
Certo, è il momento giusto, questo.
A dire il vero sono tentata, sebbene sia io la cittadina, loro possiedono più giochi di me e tutti bellissimi.
Anche il Dolce Forno, a cui sono dedicati i miei sogni più sfrenati, con il quale si dilettano in pericolosi esperimenti culinari, mentre io affogo nel dispiacere e nella consapevolezza che non sarà mai mio.
Mi scuoto perchè il tempo sta passando, corro fino al bar di zia Adelina.
Salgo le scale e entro, trovo mio cugino Angelo e chiedo se ha visto mia sorella.
Lui ghigna e mi dice " che l'hai persa di nuovo?" ti fa proprio dannare e secondo me lo fa apposta".
"Idiota, è piccola, stai molto attento che ti faccio nero."
Lui, abbassa lo sguardo colpevole, sa a cosa mi riferisco, e riprende ad asciugare i bicchieri dietro il bancone mordendosi un labbro.
Io esco furiosa, perchè il cuore ora batte quasi con ferocia, l'istinto di prenderlo a pugni è troppo violento e poi, chiaramente avrei la peggio.
Corro verso casa.
Giro e vado all'orto.
La trovo lì, tranquilla e serafica, mentre mangia un pomodoro caldo di sole, seduta su di un mattone.
Mi guarda,sorride e mi dice porgendomene un altro che stacca all'istante dalla pianta accanto a lei: "Vuoi?"
Io avrei miliardi di parole da vomitarle addosso, ma il suo viso dolcissimo e bello come una bambola Lenci dai capelli corvini, mi sorprende e spiazza.
Il sorriso di mia sorella è luminoso come una giornata di piena estate.
Per questo mi calmo, dimentico l'agitazione e le dico " raccogliamone altri e poi andiamo in casa a mangiarli, con il pane fresco di nonna, sicuramente sarà più buono."
Lei si alza e tende verso di me le braccia per stringermi forte.
Torniamo a casa con la gonna che trabocca di pomodori rosso vermiglio, mentre il profumo del pane ci viene incontro leggero.






Ricordando ora e sempre il piccolo mondo antico  della mia memoria che, un giorno tanto tempo fa, è stato spazzato via da un maledetto terremoto.


La memoria è importante.Va coltivata.Va aiutata.
Perchè ci aiuta a non dimenticare mai.

I momenti lievi e i momenti gravi della nostra vita, il nostro passato.
O il passato di altri che attraverso le parole scritte, è arrivato fino a noi col suo carico di verità a lungo nascoste:

"Stretti gli uni contro gli altri per tentare di resistere al freddo, la testa vuota e pesante allo stesso tempo, nel cervello un vortice di pensieri ammuffiti. L'indifferenza intorpidiva la mente. Qui o altrove cosa c'era di diverso? Crepare oggi o domani o più tardi? La notte si faceva lunga, lunga da non finire più."
(Elia Wiesel - La Notte)"


27 Gennaio 2013: il giorno della Memoria.



quello che ho scritto a tal proposito lo scorso anno, lo trovate cliccando qui.
Vi rimando poi alla pagina che ho creato sulle testimonianze.
Se poi cliccate sulla foto di Primo Levi che ho postato in alto troverete le varie iniziative in calendario.