15 giugno 2019

SABATO DI POESIA: TRIESTE E UNA DONNA













Ho attraversato tutta la città.

Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.



(Umberto Saba - Canzoniere 1910-1912)



Pseudonimo del poeta Umberto Poli, tra i più importanti poeti italiani del Novecento, Saba è l'unico a non aver vissuto le esperienze dell'avanguardia e del simbolismo. Nei suoi versi vuole rinnovare la tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il suo linguaggio è semplice e diretto, come la lingua parlata. I suoi primi versi risalgono al 1900 ma il primo libro, Poesie, è del 1911. Per lunghi anni fu, tra l'altro, direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. (MAREMAGNUM)

11 giugno 2019

TWEET DELLA SETTIMANA: #AMAILPROSSIMOTUO



@massimopatanè: ci hanno fracassato la minchia con le radici cristiane, la Fallaci, l'islamizzazione dell'Europa, poi passa un cristiano con un cartello con su scritto #amailprossimotuo che è la summa del Cristianesimo e viene massacrato di botte da gente che ha il crocifisso tatuato.

@ivomez: se baci il crocifisso ti eleggono, se esponi la scritta #amailprossimotuo ti pestano. Il mondo leghista.

@satiraptus: Gesù rivolgendosi ai suoi discepoli disse: #amailprossimotuo e non finì la frase che le guardie padane lo corcarono di botte e lo crocifissero.

@ivancervoni: Durante l'aggressione #salvini: lasciatelo solo poverino, un applauso a un comunista.
Caro ducetto, #amailprossimotuo non l'ha detto nessun comunista, ma un certo Gesù di Nazareth.
Coerenza zero.


Gli scettici li rimando ad uno dei  video postati ieri su Twitter.




09 giugno 2019

I VINILI DELLA DOMENICA: ZEROFOBIA - RENATO ZERO



Ci sono autori destinati ad entrare nella leggenda della musica anche e solo per una canzone.
Altri invece, sono destinati ad essere accolti nel nostro cuore per averci fatto  sentire al centro di tutto sia per merito   delle loro parole  della loro musica sia per essere sempre stati se stessi a qualunque costo.
Non limitandosi così, ad essere solo amati, ma, come spesso succede, anche ad essere odiati.
E' il caso dell'artista di cui voglio parlarvi oggi, tra i più grandi musicisti italiani, partendo da quello che credo sia uno degli album più iconici di sempre.

C'è un filo visibile che lega David Bowie, di cui vi ho parlato qualche post fa, a lui.Cercherò di metterlo bene a fuoco parlandone oggi.


Nello stesso anno in cui Bowie pubblicava HEROES, Renato Zero faceva lo stesso con ZEROFOBIA.
Anche quella di Renato Fiacchini in arte Zero, era stata una lunga ricerca nata sui palcoscenici di tutta Italia dove si era esibito prima come ballerino e poi, come musicista. Talentuoso, irriverente, provocatorio, disturbante, alternativo, profondamente intelligente, il giovane artista romano, aveva dalla sua il desiderio indiscutibile di arrivare al pubblico partendo da un'idea di musica innovativa, poco retorica, assolutamente geniale. Sul suo palco immaginario che poi, subito dopo il successo di ZEROFOBIA, divenne un vero tour itinerante, piantò le radici la sua idea di spettacolo circense, luminoso e colorato, in cui la vita veniva rappresentata nelle sue forme più eccessive e forti, arrivando ad essere quella che è spesso, surreale e amara.
Ed è tutto scritto nei pezzi dell'album, a tinte forti, passando dall'avvento del circo mediatico (come non interpretare così MI VENDO? un precursore) alla violenza sessuale, agli abusi di psicofarmaci descritti nelle canzoni successive SGUALDRINA  (cover di una canzone dei Supertramp) e MAGICO SAMBA. Fino a temi più pesanti come la droga con L'AMBULANZA e la misoginia con MORIRE QUI. C'è un filo conduttore nei brani che è il rapporto mai definito con una donna con la quale doveva avere un conto in sospeso, chissà. Del resto Renato non ha mai svelato chi fosse anche se un dubbio ce l'ho. Attraverso MANICHINI, la metafora dell'uomo che si muove come un pupazzo incapace di liberarsi perché impaurito, si arriva alla splendida IL CIELO, un trionfo di spiritualità ma anche un'accesa condanna all'aborto,  che divenne poi, il suo manifesto.
Che sia chiaro, non mi interessa porre l'accento sui temi trattati nell'album, lungi da me. 
Ma vorrei dire che l'uomo e l'autore sono molto più vicini alla ragione comune rispetto a quello che verrebbe da pensare guardando il suo percorso artistico e la sua immagine eclettica, almeno per quel che riguarda la prima parte della sua storia musicale. Perché attraverso le parole che ha scritto, si rivela come un uomo molto più attento a tutti i grandi temi del nostro tempo di quanto si possa pensare se lo si osserva dando un peso solo ai lustrini che lo avvolgono.  Ha raccontato e racconta il nostro paese senza remore e senza peli sulla lingua. Aizzando su  di sé le ire delle femministe, dei politici, di tutti quelli che pensavano di averlo circoscritto ad un contesto ben preciso ed invece non avevano capito nulla.

Dicono di lui:

"Zero da sempre rivendica il primato di aver raccontato nelle sue canzoni (titoli come Il Carrozzone, I migliori anni della nostra vita, Mi vendo, Vecchio, Marciapiedi) «l’uomo, le sue maschere, la differenza, gli ultimi, sdoganando temi difficili come la droga, il controllo delle menti, l’identità di genere o la depressione, il degrado delle periferie urbane», restando sempre e comunque libero «da tessere politiche e schieramenti identitari, sessuali, culturali». 
Demetrio Paparoni (teorico e curatore d’arte contemporanea per Skira) conferma questa sua capacità.

«L’identità italiana è quella di Fellini, di Schifano, di Jacovitti e di Zero, il primo vero front man del nostro Paese, la dimostrazione vivente che la musica è l’arte più astratta, ma la corporalità del musicista, di Zero come di David Bowie, è più eclatante e evidente di quella di un pittore o di uno scultore).
(Stefano Bucci - Corriere della Sera)

Track list:

Mi vendo


Formazione album: Renato Zero e Ruggero Cini
Anno di pubblicazione: 1977

06 giugno 2019

COME MI IMMAGINATE?



Mi è presa la solita ansia da prestazioni. Rileggendo alcuni post che ho in bozza, sono indecisa su quale pubblicare.
C'è il nuovo post della rubrica "tanto di me" in cui racconto, nel mio solito modo intimistico, le emozioni e le sensazioni che mi ha regalato un episodio appena accaduto.
Ci sono diversi post di altre rubriche che attendono solo di essere letti.
Un paio di recensioni di libri che mi hanno particolarmente colpito.
C'è poesia.
C'è la musica.
Ci sono i viaggi.
Un paio di ricette.

Ecco, io sono una blogger di tutto un po'. A dire il vero la mia casa ha un paio di caratteristiche principali: parlare di  libri e musica. O almeno era così al principio.
In realtà da tempo (tanto tempo) è un diario personale. Ci sono determinate cose di cui non parlo mai, come la salute, perché odio i pietismi che potrebbe scatenare. 

Mi piace quel che faccio e cosa scrivo, come ho impostato il mio blog e la maniera in cui interagisco con tutti voi e i bei riscontri. Dal mio punto di vista insomma, dopo nove anni, POSSO RITENERMI SODDISFATTA. E' anche vero però, che non conosco il vostro, di punto di vista.




  •  Come appare la mia scrittura? Vi piace, è scorrevole, divertente, noiosa, inconcludente, niente di che? 
  • Come mi immaginate? Come pensate che sia nella realtà? Sarò stata in grado di trasmettervi una parte di quello che sono nel quotidiano?


Ho somma stima di voi, siate sinceri.

Se faccio cagare come blogger e come persona, abbiate il CORAGGIO di dirmelo!
Ahahahahah




03 giugno 2019

GUEST POST: L'EQUILIBRIO




Hai presente quegli aggeggi che si usano in palestra?
Si muovono a destra e a sinistra a tu per tu con i piedi e, con i muscoli delle gambe, devi cercare di tenerti in equilibrio per non cadere in avanti. Ecco io non ci son mai riuscita benissimo, ma in qualche modo, attaccandomi alla sbarra, non sono mai cascata.
Il primo marzo dell'anno scorso invece, sono precipitata.
Non ci sono state sbarre a tenermi.
Con la morte di mia mamma una quotidianità che durava da più di quarant'anni fatta di gesti, parole dette e non dette, abbracci, precipizi, salite e discese, una quotidianità fatta di cambiamenti sempre al limite ma in cui nessuno è mai caduto perché ci si sorreggeva a vicenda, ecco, tutta sta roba è letteralmente crollata con me.
Sentirsi persa e pensare che nulla sarà più possibile.
Ricostruire un nuovo IO perché ormai non c'è più traccia di quello che ti aveva accompagnato fino quel momento.
Affrontare le vie della tua città che hai sempre amato, che percorrevi con lei, il bar, il tabaccaio, l'edicola e non riconoscerle più o meglio, odiarle profondamente.
Dare un senso ad un'esistenza che fino a quel momento aveva un senso perché c'era lei.
Smettere di essere figlia per restare donna e madre.
Da quel giorno è una ricerca continua, utilizzo ogni mia energia per riappropriarmi di un po' di equilibrio.
Raccolgo i cocci di quello che è rimasto di me.
Lo devo a lei, lo devo a mia figlia, lo devo a me.

(Veruska Curnis)


Veru è una delle mie amiche preziose.
La nostra amicizia è cominciata sulle pagine di un blog che ora non esiste più, quello del direttore di Vanity Fair, una decina di anni fa.  Ed è poi continuato qui da me e altrove per molto tempo.
Ci siamo annusate, piaciute, riconosciute. Pur diversissime, abbiamo saputo comprendere, l'una dell'altra, ogni difetto e ogni pregio, accogliendoli con simpatia e ironia. 
In tutti questi anni, l'affetto è passato dalle pagine scritte, alla vita vera. Si è consolidato e rafforzato.
Un anno fa, ha perso una delle persone che amava di più al mondo, sua madre. Questo scritto è la sua catarsi, il suo modo di provare a ripercorrere "le strade familiari" pur sapendo che da quel momento in poi sono cambiate per sempre. Così difficile eppur necessario.
Ho accolto le sue parole a casa mia perché l'equilibrio di ognuno di noi si basa su fondamenta fragili. Ma la cosa bella è saperlo riconoscere alla fine, e andare avanti.



01 giugno 2019

SABATO DI POESIA: L'INFINITO






Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete,
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. 
E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa Immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.


(Giacomo Leopardi - I CANTI XXII)


Quest'anno ricorrono i duecento anni dalla pubblicazione di una delle poesie più belle al mondo, nata il 28 maggio del 1819.
Qualche anno fa visitai Recanati, e rimasi sospesa per qualche minuto a "mirar" dal colle tutto quello spazio evocativo in cui perdersi pensando al futuro e al senso della vita.
Lo sapete che sono pazza per cui non potevo non lasciarvi copia del manoscritto originale.
Qualche giorno fa, è partito un flash mob dalla piazza del Sabato del villaggio, che ha coinvolto gli studenti di tutta Italia. In oltre 2000 hanno riposto all'hastag #200infinito e hanno letto la poesia, oltre che a Recanati, in molti istituti scolastici e in strade e piazze. 

Io ricordo che imparai a memoria quei versi in pochissimo tempo ed ancora oggi amo ripeterli.
A voi invece, che ricordi suscita?



29 maggio 2019

CHI HA PAURA NON FACCIA POLITICA



"Se hanno paura di qualcosa, qualunque cosa, allora che non facciano politica. La paura è tutta per noi, quelli che stanno sotto. Loro, se sono arrivati dove stanno, è perché non conoscono la paura."



Sto leggendo l'ultimo romanzo di Claudia Pineiro, Le Maledizioni, ambientato in Argentina, dove è nata la nota scrittrice, di cui ho letto quasi tutto. Il  suo libro, molto bello e avvincente e magari ve ne parlerò prossimamente in maniera più approfondita, è una critica feroce alla politica contemporanea, veloce e ritmata dai social e dai tweet, ormai simile ad ogni latitudine. Immagini perfette che nascondono opportunismo, mancanza di regole e ideali, corruzione e criminalità  oltre ad ambizioni sfrenate.

La frase in apertura di post mi ha colpito particolarmente. Ritengo che comprenda una verità di fondo dalla quale non è possibile affrancarsi.

E mi domando: noi che abbiamo paura (e direi una coscienza non ancora assopita) siamo condannati  senza riscossa?




26 maggio 2019

IERI, OGGI, DOMANI.





Ieri mattina sono uscita presto.
Ho attraversato la strada sotto casa mia, raggiunto la macchina e sono partita.
La meta era il centro di Monza, distante solo una manciata di chilometri. Ho comprato dei fiori, come l'ortensia che vi mostro in foto, preso un caffè nel mio bar preferito, acquistato delle riviste  e "annusato" aria nuova.
È una bella città, vitale, sorridente, di cui mi innamorai oltre 20 anni fa, decidendo di andarci a vivere.
Mi piacevano i sorrisi delle persone, la simpatia di cui ti circondavano, la briosità e la curiosità che sprigionavano.
Tutto ciò mi attirava e seduceva.
È anche una città elegante, artistica.  Il suo Duomo una meraviglia, la regina Teodolinda il suo mito e il suo tesoro.Mi somiglia, è un vestito perfetto addosso a me. Ho scattato di lei, migliaia di foto, con il bel tempo e quello cattivo.Ho passeggiato consumando scarpe e stivali, perdendomi tra le stradine e le rose del suo incantevole roseto, uno dei più belli d'Italia, accanto alla Villa Reale, spettacolare esempio di arte e cultura.Mi sono seduta sulle panchine accanto al fiume Lambro, oltre il Ponte dei Leoni, a riflettere di vita e di sogni.

Ho recuperato respiri, abbracciato vento e spazi, ho sospinto silenzi.Mi sono fermata per tutto il tempo che ritenevo necessario, durante questi ultimi giorni, per ritrovare le parole perdute.

Alcuni si sono accorti del mio sparire e sono accorsi ad abbracciarmi forte, privatamente, come piace a me.
Altri, che non potevano raggiungermi in alcun modo oltre che qui, mi hanno scritto con tenerezza e riguardo.
Altri ancora mi hanno ignorato. Forse, distratti come sono,  avevano bisogno di quei post in cui, alcuni, raccontano le loro personali difficoltà e disastri. O quelli di breve saluto, in cui ci si accomiata velocemente, con un "tornerò forse" scritto tra le righe. 
Ma io sono feroce. Non prego, non piango, non mi lamento. Aspetto che l'onda passi e poi torno, a dare ancora fastidio ad alcuni e affetto a molti altri. Senza avvisi o cartelli. 
Perché la vita fa lo stesso. Ed io ho imparato da lei, aggrappata a quella forza che mi sospinge oltre il buio, tutte le volte che mi sono trovata ad affrontarlo. 
Non vi racconterò quando e come, non mi dilungherò. Il gossip non mi appartiene, lo lascio ad altre vetrine e a Verissimo.
Sappiate che ci sono e ci sarò, perché non ho mai mollato, non è nella mia indole. Sono una guerriera e non smetto mai di combattere.

Ieri, oggi e domani.






18 maggio 2019

SABATO DI POESIA: IN UN MOMENTO








In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

(taccuini - abbozzi e carte varie - Dino Campana 1917)

15 maggio 2019

'O SURDATO 'NNAMMURATO



Staje luntana da stu core,
a te volo cu 'o penziero:
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempe a fianco a me!
Si' sicura 'e chist'ammore
comm'i' so' sicuro 'e te...

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si' stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!

Quanta notte nun te veco,
nun te sento 'int'a sti bbracce,
nun te vaso chesta faccia,
nun t'astregno forte 'mbraccio a me?!
Ma, scetánnome 'a sti suonne,
mme faje chiagnere pe' te...

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si' stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!

Scrive sempe e sta' cuntenta:
io nun penzo che a te sola...
Nu penziero mme cunzola,
ca tu pienze sulamente a me...
'A cchiù bella 'e tutt''e bbelle,
nun è maje cchiù bella 'e te!

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si' stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!



Sai, io mi ricordo tutto.
Mi ricordo i tuoi passi allegri e lo sguardo attento sulla porta della camera di nonna. Mi ricordo la chitarra che portavi come regalo, ogni volta nella speranza che le labbra di tua mamma si aprissero in un sorriso di rimembranza.
E mi ricordo di prima. Delle sere passate a cantare a squarciagola tutti insieme, figli, nonni e nipoti.
Quanto dell'amore che ho per la musica devo a te.
Mi ricordo le scampagnate, perché allora si chiamavano così. La pasta al forno e le cotolette per i bambini, le foto tra i prati, tutti insieme noi, la famiglia allargata. I pranzi di Natale quando per i bambini si apparecchiava accanto al tavolo dei grandi e a turno,venivate a sgridarci se non mangiavano o non eravamo seduti composti. E il mare di Torvajanica, quando d'estate venivamo a trovarvi.
Mi ricordo le discussioni con papà, voi che facevate lo stesso lavoro anche se tu rimanevi in stazione e lui viaggiava, punti di vista non sempre uguali, ma eravate amici.
Mi ricordo il tuo amore per mia mamma, che è stato sempre fortissimo. Avete condiviso tante cose, belle come la famiglia a cui appartenevate, brutte come le malattie che vi hanno accompagnato per così tanto tempo.
Mi ricordo quando mi vedevi e mi abbracciavi forte, chiamandomi "Mariè". Ed io ridevo. Ho sempre riso con te.  Ho sempre cantato con te. Avevi quel modo leggero e disincantato di vivere nonostante le traversie e dolori. La vita non ti ha risparmiato nulla, non lo fa con nessuno, è vero. Negli ultimi tempi eri stanco. Mamma mi raccontava il tuo allontanarti quasi a volere salutare piano piano, cercando di fare meno rumore possibile.
Invece io stasera voglio farne di rumore, ho messo su la canzone che più mi ricorda il tuo cuore.
E la canterò a squarciagola come facevo da bambina. Solo che farò fatica a sorridere. 
Perdonami per questo.
Ciao zio Benedetto. Chissà che belle "cantate" ti farai ora, lassù.