Visualizzazione post con etichetta Campania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Campania. Mostra tutti i post

24 agosto 2021

[VACANZE] GIORNO PER GIORNO

Non sono un granché come fotografa eppure, da anni, mi intestardisco nel cercare di ritrarre posti belli (almeno per me) da un punto di vista non usuale. I miei viaggi sono raccontati da immagini che in primis raccontano le emozioni che mi hanno regalato luoghi e persone. 

Fori Imperiali al tramonto


Roma ad esempio, la trovo splendida al tramonto o di notte. Ha una luce calda, tutta sua, che nasconde quel che di giorno sarebbe inevitabile osservare. Ovvero quanta di quella bellezza vive in pieno abbandono. Alla luce calda della sera, la magia ritorna e tutto il resto scompare.


Mi piace il mare durante le ore notturne. È un incanto mi avvicina a quel senso di infinito che da sempre amo immaginare.


Mare Adriatico
Benevento Rocca dei Rettori




Benevento Giardini della Rocca

Mare Tirreno





La mia città di origine invece, risplende in modo veramente significativo alla luce del sole. Il bianco riflette la sontuosità dei monumenti mentre il suo ordine e la sua pulizia idealmente la rendono quasi una città Svizzera. Ogni luogo ha un suo fascino evidente.


Quale preferite  e se vi piace fotografare, meglio  la luce diurna o notturna? 













13 dicembre 2020

[RICETTE TRADIZIONALI] GATEAU DI PATATE (GATTÒ)



Foto privata
Altra ricetta della tradizione napoletana che amo fare spesso e volentieri perché è un piatto unico nutriente che non ha grosse difficoltà nel procedimento. Si mangia volentieri anche freddo e ben coperto in frigo dura qualche giorno.

La passione dei napoletani per questo piatto è antica. Loro addirittura lo chiamano gatò piegando il francese al "francesismo" napoletano😎 Pare che ne fosse ghiotta la regina Maria Carolina d'Asburgo, moglie di Ferdinando  di Borbone re di Napoli.  I cuochi di corte  trasformarono  lo sformato di patate francese nella prelibatezza che è arrivata fino a noi.

Ed ecco a voi:

Ingredienti: dosi per  4/6 persone

Un chilogrammo di patate;

300 grammi di mozzarella (fiordilatte)/ provola bianca;

150 grammi di salame Napoli/ prosciutto cotto;

2 uova;

burro;

latte;

parmigiano;

sale/pepe;

noce moscata;

rosmarino;

Procedimento

Lessare le patate in abbondante acqua. Toglierle appena cotte e spellarle ancora calde. Passare nel passapatate almeno due volte così il composto resterà più compatto e morbido. In una terrina unire alle uova, la mozzarella tagliata a dadini, il salame o il prosciutto cotto, il parmigiano, il latte, il burro, sale, pepe e un pizzico di noce moscata. 

Foto privata

A parte imburrare  bene una tortiera soprattutto  attorno ai bordi. Spolverare con pane grattugiato e unire il composto livellando bene. Un altra spolverata di pane grattugiato sopra e qualche ricciolo di burro. Decorare con un rametto di rosmarino.

Infornare a 180°  in forno caldo preriscaldato. Far cuocere per circa 30/45 minuti. A cottura ultimata lasciare raffreddare fuori dal forno per circa un'ora. Mai mangiare il gatau caldo, perde di gusto e di fragranza. 


Foto privata


Una meraviglia di piatto unico. Io la preferisco nella versione più leggera con il prosciutto cotto. Ma la tradizione partenopea impone più carattere al gusto,  per cui salame Napoli e provola!  Uso abbinare con un vino bianco frizzante: un prosecchino Valdobbiadene andrà benissimo.

Voi lo conoscete? Lo avete mai cucinato?


BUON APPETITO!

23 novembre 2020

CRONACA: IL TERREMOTO DEL 23 NOVEMBRE 1980

 

Sono passati quarant'anni esatti da quella orribile sera del 23 novembre 1980.Una tragedia che sconvolse tutto il sud e in particolare la terra di mio padre: L'IRPINIA. Ogni volta che torno con il pensiero a quell'attimo lunghissimo (poco più di un minuto) che cambiò in maniera irreparabile anche la mia vita, il dolore ritorna come un boomerang. E il pensiero va a quei morti, più di tremila, tra i quali cugini, zii, amici d'infanzia. Novemila feriti,  oltre 280.000 sfollati. Tanti ritardi nei soccorsi.

Vi ripropongo su questa pagina, un mio racconto che fu pubblicato su Vanity Fair Italia e che nacque su ispirazione di un Insieme raccontiamo di Patricia Moll.



"Seduta ai margini del bosco sotto alla vecchia quercia spoglia rimuginava. Un peso le gravava sulla coscienza. Forse era giunta l’ora di liberarsene ma con chi parlarne? A chi rivolgersi? Chi avrebbe capito?
D’un tratto il tappeto di foglie ingiallite dall’autunno scricchiolò vicino a lei. Si voltò..."

Il mio seguito:

"Suo padre, con i capelli imbiancati dalla calce, le mani sporche e piene di graffi, il fisico provato ed un sorriso stanco, la stava osservando.
Erano stati giorni infernali, notti lunghissime e insonni. Da quella domenica sera che nel giro di un minuto scarso, le aveva portato via tutta l’infanzia.  Nulla del paese amato, culla delle vacanze estive, era rimasto al suo posto.




Conza della Campania  ante terremoto - immagine presa dal web 



La bella chiesa antica, nel mezzo della piazza, dove aveva passato “interminabili” ore con la nonna e le zie a dire il rosario. 

Le care case del centro storico, costruite con i risparmi e i sacrifici di chi era andato via giovanissimo per lavorare all’estero. Pietra su pietra, spesso con le proprie mani, mettendoci anni. E un giorno a tutta quella fatica avrebbe fatto sponda la soddisfazione di possedere un posto dove tornare, che fosse sicuro, che fosse casa. Dove invecchiare, vedere crescere i propri nipoti e la vita continuare lì dove era iniziata. Sostanza per le generazioni future. Famiglia.

Le stradine e i vicoletti che si arrampicavano a fatica fin lassù, alla cima del paese.

La cisterna dell’acqua, dominava la collina e la valle. Circondata da un giardino profumatissimo, che dalla primavera all’estate rimandava odore intenso di rose e di fiori dai colori sfarzosi, coltivati con cura dalle donne di tutto il paese.

Gli anziani del paese, che avevano visto due guerre, insegnavano a figli e nipoti i giochi di un tempo. Avevano istituito una piccola bocciofila. E d’estate, quando le famiglie si ritrovavano, dal pomeriggio fino alla sera, era un rincorrersi di gare, tra giovani e vecchi. Teste canute e teste scure si chinavano a misurare i centimetri tra il pallino centrale e le bocce, tra urla di gioia e “lievi” minacce. Poco distante, i tavolini di chi giocava a carte. Anche lì, giovani e meno giovani,  si scambiavano regole e poesia.

Ricordi e profumi che tornavano intensi, mentre lei sollevava lo sguardo verso l’alto non riconoscendo più nulla in quell’ammasso informe di pietre crollate. La cisterna muta dominava ancora la valle, ultimo baluardo doloroso di rimembranza. Sotto, l'istantanea della tragedia.



Conza della Campania - dopo il terremoto del 23 novembre 1980


Le lacrime scivolavano silenziose, mentre un pensiero fisso continuava a martellarle dentro.Poteva sembrare una cosa piccola ma per lei, in quel momento, assumeva un valore immenso.

Non ho fatto in tempo papà, avevo promesso ad Angela che le avrei  portato la mia Barbie Malibù, la mia preferita, per ringraziarla di tutte le estati in cui ho giocato con le sue. Assieme ai miei libri e ai quaderni per inventare  nuove storie.

Con un abbraccio lungo e intenso e un bacio sulla testa, il  padre la consolò. Stringendola forte raccontò del dolore, della rabbia della gente, della tristezza, della paura, del senso di impotenza di chi aveva perso tutto ed era rimasto solo. Di quanta gente era venuta da tutta Italia e aveva scavato a mani nude per salvare le persone rimaste sotto le macerie. Degli zii, degli amici che non c’erano più. Di quel minuto interminabile che aveva calpestato gli uomini.




Conza Scalo - il regno della mia infanzia,  dopo il terremoto


Del nonno, rimasto per quasi tre giorni vivo, sotto le macerie della casa di famiglia. Della gioia  provata dal padre e lo zio  nell'istante in cui erano riusciti a tirarlo fuori sano e salvo. Dei bambini, delle donne. Dello sgomento, dei ritardi nei soccorsi. Dell’incapacità dello stato di essere tempestivo. Della sofferenza. Di  quel nulla che aveva inghiottito tutto. Di questa Italia, piena di ferite, rassegnata a curarsi da sola. 

Allora e oggi.

Dedicato a tutti quelli che ho amato e che non ci sono più. Ai miei amici d’infanzia e alle corse nei campi di grano che non dimenticherò mai. Ai giochi lungo la ferrovia, tra i binari e sui treni in disuso. Alle migliaia di “campagne” e di avventure tra i boschi. Ai bagni nel fiume Ofanto, dalle acque limpide come cristallo. Ai miei nonni amatissimi. A mio zio. Alle mie estati.
A Conza della Campania.
All’Irpinia.



Alla terra che trema ancora lungo tutta la dorsale appennina. Alle Marche, all’Umbria, a tutta l'Italia centrale, ai  piccoli e meravigliosi paesi che fanno parte della nostra storia, della nostra vita. A chi non dormirà mai più a cuore libero. E ogni volta che la terra tremerà ancora, ripiomberà nell’abisso. Vicino o lontano che sia. 
Ad oggi che ho trovato la forza di raccontare. 



Voi cosa ricordate  di quel giorno? Ne avete mai sentito parlare?

22 novembre 2020

[RICETTE TRADIZIONALI] IL RAGÙ DI NONNA CARMELA


Immagine presa dal web


Oggi riprendo una delle mie rubriche più gettonate.  Le ricette della tradizione culinaria campana. La variabile è che si tratta di ricette di famiglia, tramandate da  quasi un secolo.

L'idea è scaturita da QUESTO POST, tra i miei più letti dell'anno, in cui parlavo di amore e cibo. Per me imprescindibili, perché, non si cucina se non c'è passione. E non c'è passione che la cucina non riesca a celebrare. 

La prima richiesta ricevuta, con l'imperativo URGENTE, è stata quella di Cristiana Marzocchi  del blog LILLADORO, che mi ha chiesto di "iniziarla" al RAGÙ napoletano, nella versione di nonna Carmela. Le ore di cottura sono circa sei. Mia nonna lo preparava il giorno prima per non essere troppo stanca e affaticata la domenica. Vi assicuro che il riposo notturno fa benissimo al suo sapore, provare per credere.

RAGU NAPOLETANO


Ingredienti: dosi per 6/8 persone

1 chilo e mezzo di lacerto; (taglio magro di spalla di bovino indispensabile per il ragù)

1 chilo di puntine di maiale; (da noi si chiamano tracchiulelle)

400 gr di concentrato di pomodoro; (io uso il concentrato Mutti)

200 gr di olio extravergine d'oliva;

200 gr di cipolla bianca tritata;

1 costa di sedano, solo la parte bianca;

300 cl di vino bianco; naturalmente io uso la falanghina delle mie parti.

2 litri di passata di pomodoro; sempre Mutti.

basilico e carote.


Procedimento

mettere in una pentola ovale la carne assieme all'olio, la cipolla e il sedano tritato. Coprire e far cuocere a fuoco bassissimo in modo da rosolare delicatamente la carne. Bisogna stare molto attenti a che la carne non si bruci e che si rosoli da tutti i lati. Dopo un'ora togliere il coperchio e alzare la fiamma. È il momento di aggiungere il vino bianco molto lentamente, in modo che si assorba bene e insaporisca la carne, evaporando piano piano. Subito dopo, va versato qualche cucchiaio di concentrato di pomodoro diluito con un po' d'acqua continuando a girare sugo e carne. Anche questo procedimento è molto lento, di circa un'ora,  in modo che il concentrato si assorba bene. Arriva il momento di versare la passata di pomodoro, una carota tagliata a pezzi e il basilico. Si porta a bollore tutto e poi si abbassa il fuoco al minimo. Ho ereditato da mia nonna e da mia mamma,  l'abitudine di girare il sugo con il cucchiaio di legno (cucchiarella). Per cui bisogna tenere l'attrezzatura a portata di mano, accanto al fuoco. E qui vi svelo un piccolo segreto, io l'appoggio  a parziale apertura del coperchio in modo tale che il vapore fuoriesca dalla pentola e  non si trasformi in acqua aumentando di volume il condimento. Inizia il lento pippiare (sobbollire) del ragù. Fuoco bassissimo per evitare che si attacchi al fondo. Bisogna tenere tutto sotto controllo, mai abbandonarlo, una piccola svista e va tutto perso. Poi dopo un'ora si tolgono le puntine, mentre la carne va lasciata cuocere ancora per altrettanto tempo.  Il sugo andrà lasciato sul fuoco per l'ora successiva. Poi si spegne tutto e si lascia riposare.

Il giorno dopo, un'ora prima del pranzo, si rimette la carne nella pentola e si lascia riscaldare, sempre a fuoco bassissimo, in modo tale che tutto si insaporisca nuovamente. 

A questo punto il ragù è pronto per condire la pasta.

La nostra tradizione prevede i ziti spezzati, ma andrà bene tutto quello che vorrete.

Immagine presa dal web



Altro piccolo segreto. A volte è necessario legare la carne prima di iniziare la cottura, in modo che resti molto compatta. Lo spago andrà tolto a fine cottura. Io la servo tagliata a fette e circondata dalle puntine, con al centro della verdura cotta. Che siano peperoni al forno o friarielli (broccoli napoletani).

Mi piace accompagnare il cibo che metto in tavola con un ottimo vino. Per la pietanza di oggi suggerisco un Aglianico beneventano IGP, nettare profumato della mia terra.


Buon appetito e alla prossima ricetta, in attesa di nuove richieste.



19 febbraio 2012

QUATTRO PASSI NELLA MIA CITTA'









OGGI HO VOGLIA DI RACCONTARVI LA MIA CITTA'.
PARLERO' DELLA SUA STORIA E CI PASSEGGEREMO INSIEME.







L'Arco di Traiano l'ho messo all'inizio perchè da sempre è il simbolo della nostra città.
Fatto costruire dal Senato romano tra il 114 ed il 117 d.C., è certamente il più imponente e suggestivo tra gli archi della romanità costituendo, sia per le proporzioni armoniose che per la bellezza e varietà degli altorilievi distribuiti sulle due facciate, una delle opere più rappresentative della scultura romana nel mondo.La scelta di Benevento come luogo dell'erezione dell'Arco è data per indicare l'inizio della nuova via Traiana, che accorciava le distanze della vecchia via Appia da Roma a Brindisi.


Maleventum si chiamava così.
Florido centro della civiltà sannita e come tale la incontriamo nella storia, in occasione della memorabile sconfitta che i Sanniti inflissero alle Aquile Romane nella Battaglia delle Forche Caudine.
Quando però le Legioni Romane riportarono una vittoria grandiosa sull'esercito di Pirro, il nome fu trasformato in Beneventum a perenne ricordo del lieto evento.
Entrata in orbita romana, nel corso dei secoli si arricchirà e abbellirà di importanti edifici pubblici dei quali restano tracce cospicue, dal Monumentale Arco di Traiano in alto, al Teatro Romano.



Quante corse ho fatto tra questi archi e i gradini all'interno, quante volte ho bigiato rifugiandomi qui dove respiravo libertà e storia.
Alcuni dati ci dicono subito la grandiosità e l'importanza di questo monumento che, iniziato sotto l'imperatore Adriano e terminato sul finire del II secolo, ha un diametro di circa novanta metri e tre ordini di arcate.
Di queste, purtroppo, sono andate perdute quelle degli ordini superiori mentre in buono stato di conservazione si presentano la scena, oggi restaurata, la cavea e gran parte del primo ordine.

La caduta dell'Impero Romano segna un periodo di decadenza per la città che tuttavia assurge a nuova fortuna sotto la dominazione dei Longobardi;
questi ben comprendendo la posizione geograficamente strategica, vi si insediarono e ne fecero la capitale prima di un Ducato e poi nell'VIII secolo con Arechi, di un principato esteso a tutta l'Italia meridionale.
La città, di questo periodo conserva, quasi intatta la cinta muraria buona parte dell'impianto urbanistico, con importanti emergenze quali la Cripta del Duomo, la Chiesa di Sant'Ilario a Port'Aurea e la splendida Chiesa di Santa Sofia che, inaugurata nel 762, rappresenta l'unico esempio di fusione tra la cultura romana e quella barbarica.
Questa chiesa è Patrimonio dell'Unesco.







Questa chiesa rappresenta tutta la mia infanzia.
Era la mia parrocchia e il coro era il mio coro.
Il parroco il mio insegnante di religione.
Le catene della fontana davanti con l'obelisco luogo di gioco, di ritrovo e di risate.
Indimenticabile.



L'interno a sinistra è molto originale: al centro sei colonne forse prelevate dall'antico tempio di Iside ormai scomparso voluto dall'imperatore Domiziano, sono disposte ai vertici di un esagono e collegate con un arco alla cupola.
Ci sono dei giochi prospettici che lasciano senza fiato.
A destra invece, lo splendido chiostro del monastero di Suore benedettine che sorge a fianco.

Alla fine dell'XI secolo Benevento passa dal dominio longobardo alla Chiesa (Leone IX aveva ottenuto la città da Arrigo II in cambio di censi sulla città di Bamberga parliano di baratto insomma) il cui dominio, protrattosi per otto secoli dura fino al 1860.
La lunga dominazione pontificia fu interrotta da piccole parentesi temporali, vorrei solo ricordare la conquista della mia città da parte di Federico II e di Manfredi, suo figlio, che vi trovò la morte il 26 febbraio 1266 combattendo Carlo D'Angiò.
Questo episodio viene ricordato da Dante nella Divina Commedia.

Del periodo pontificio abbiamo il Duomo del XIII secolo, con la bellissima facciata romanica, conservata miracolosamente illesa dopo i bombardamenti del 1943, le porte di bronzo e la Rocca dei Rettori, sorta nel 1321 sui resti di un acquedotto romano e di una struttura militare longobarda.

Fu sede dei Rettori Pontifici e poi della delegazione apostolica.





La cattedrale a sinistra, fu ricostruita nel dopoguerra.
Con la facciata e le porte bronzee resta dell'opera originale il campanile, sul cui lato orientale si osserva il famoso bassorilievo che raffigura un cinghiale stolato e

nel quale viene dagli abitanti identificato il cinghiale di Caledonia tanto caro a Diomede, mitico fondatore di Benevento, facendone quindi lo stemma della città.
L'opera appassionata di ricostruzione voluta dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, poi divenuto papa Benedetto XIII, al quale si deve l'introduzione di notevoli modifiche nell'edificio fu vanificata dalla distruzione avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale.
L'atmosfera originale di grandezza si è un po' persa, ma resta uno dei miei luoghi del cuore perchè è proprio in questo posto che mi sono sposata vent'anni fa.




Il 25 ottobre 1860 dichiarato decaduto il governo Pontificio, entra nel nuovo Stato Italiano come capoluogo del Sannio.
Altro monumento di estrema importanza è il Museo del Sannio, classificato tra i "Grandi Musei D'Italia".




Una eccezionale serie di reperti e di opere databili dall'età preistorica ed interessanti di tutte le epoche storiche per quanti vogliono avere una idea compiuta, un quadro d'insieme della storia del Sannio.
Ricca e suggestiva, in particolare, è la raccolta di sculture dell'età romana tra cui spiccano le sculture delle divinità egizie che insieme ai due obelischi, uno nel Museo stesso, l'altro in Piazza Papiniano, testimoniamo l'esistenza di un culto di Iside con il tempio a lei dedicato.
Completa il Museo una pinacoteca ricca, tra l'altro, di preziose opere del '700 e dell'800 napoletano.

Potrei continuare all'infinito perchè quello che vi sto raccontando è solo una milionesima parte delle meraviglie archeologiche è storiche dalle quali sono stata circondata fin dalla nascita e che ho respirato.

C'è però una chicca su di una leggenda che da sempre è radicata profondamente, qui.
Sembra che debba le sue origini ad un fatto storico o meglio ad un rito legato alla propria religione, praticato dai longobardi, che usavano riunirsi intorno ad un noce consacrato al dio Wothan in una località vicina a Benevento.
Ecco dunque il noce di Benevento intorno al quale i Longobardi intrecciavano caroselli montando al contrario i loro cavalli e tentando di strappare dai rami le pelli di pecora che vi erano state votivamente appese.


Dopo la conversione dei Longobardi, qualche nostalgico continuava questi riti in alcune notti per non essere scoperto ed ecco che, nella fantasia popolare, il volteggiare dei cavalieri si trasforma nella ridda delle streghe.

Nasce così la leggenda di Benevento quale luogo di riunione delle streghe di tutto il mondo che, in determinati periodi dell'anno, si davano appuntamento per compiere i propri riti ed invocare il loro signore.
Direi che però un velo di magia non ci sta male e noi femmine beneventane amiamo molto lasciare che ci ricopra sempre un po'.

Oggi sarebbe più giusto dire "Benevento città dello Strega" come luogo di produzione del famoso liquore noto e diffuso in tutto il mondo.




Vi lascio con una canzone ed un artista che tanto mi ricordano la mia terra.