Non amo scrivere di feste e festeggiamenti sul mio blog.
Per cui, sarò breve anche adesso.
Ti stringo la mano, forte eh, forte. Non la lascio come non la lasciavo da bambina. Non te la lascio adesso perché adesso più che mai c'è bisogno. Sono lontana eppur vicina. Si sta lottando insieme, in questi giorni duri. Per proteggere, per riparare, per curare, un'anima cara. Che soffre, che lotta, che risolleva la testa ogni tanto, ma è tanto stanca. E tu, sei lì. Con le spalle fiaccate, dalla stessa cura che abbatte, che colpisce. La cura. Ogni giorno, un passo avanti. Ogni giorno, le carezziamo la guancia, le teniamo forte il viso, le attutiamo i colpi. Ogni giorno, ci siamo. Tu un po' di più. Tu papà. Grazie. (@Mariellaesseci - tutti i diritti riservati)
Come i migliori ladri che si rispettino, torno sul luogo del delitto.
Ci ho preso gusto a considerare gli eventi degli ultimi tempi e a trarne delle conclusioni.
Non mi piace che il decreto Cirinnà sia stato stravolto per passare al Senato. Subendo il ricatto di una debole fronda che riesce a tenere per le palle un governo che, come quelli passati, non si decide a sdoganarsi dall'ingerenza della chiesa cattolica. Certo gli fa comodo.
Allo stesso tempo non mi piace il "doversi accontentare perché è già un piccolo passo e il resto lo farà la magistratura".
Non mi piace la rassegnazione che colgo nei discorsi dei miei amici, secondo me, ed è una critica che ho mosso a loro, non stanno facendo abbastanza per affermare i loro diritti. Gli stessi che ho io.
Non mi piace che si allunghi la lista degli italiani rapiti e uccisi all'estero. Che come al solito, non si DEBBA conoscere il perché, cosa ha fatto il nostro governo (nulla) per riportarli sani e salvi a casa.
E se almeno ci ha provato...
Non mi piace il dolore e la rabbia che colgo nelle parole e negli sguardi dei familiari e il dover sentire le solite parole sull'assenza, sulla negligenza e sull'abbandono da parte dello stato.
Non mi piace il "solito" Salvini. Ma mi piace da morire non perdere l'occasione per dargli addosso sul mio blog. Prima o poi faccio un post intero tutto dedicato a lui!
Non mi piace che due ragazzi decidano di punto in bianco di ammazzare un loro coetaneo per il gusto di capire cosa si prova. E che poi provino a giustificare l'orrendo delitto con un astio immotivato nei confronti dei padri. Direi di smetterla di giustificare la propria bruttura riconducendola al vissuto e alla famiglia. Siete vermi, assassini, sostenete da soli il peso dello squallore.
Trovo terrificante, il disprezzo assoluto nei confronti della vita e la mancanza totale di principi. E ancor di più NON MI PIACE che i genitori di chi ha ucciso, perdano tempo e parole a sprecarsi in giustificazioni, ad apparire in televisione, a pronunciare proclami a destra e a manca. Quando l'unica cosa giusta, per rispetto nei confronti di chi è morto, sarebbe il silenzio.
Mi piace avere trovato più tempo per me.
Riservandomi pomeriggi e serate nel piacevole ascolto di Mariella, che legge un libro, ascolta musica, pensa.
Mi piace che si avvicini una nuova primavera; certo non abbiamo avuto un inverno tradizionale ma sono speranzosa per il prossimo futuro.
Mi piace che si avvicini il mio compleanno. Mi piace la data, mi piace il rotondo e dieci anni fa non avrei potuto nemmeno immaginare che l'avrei presa così bene.
Mi piace che ci siano ancora dei ragazzi pronti a mettere in discussione la civiltà
Mi piace la nuova iniziativa del comune di Milano. Che riscopre l'arte del baratto in campo amministrativo. Mi piace che si possa utilizzare per saldare dei debiti lavorando. Voi cosa ne pensate?
Mi piace che ci siano dei mi piace. Ho spesso la folle paura di vederli diminuire drasticamente.
Su di un'altra piattaforma ho discusso assieme ad altri amici blogger, sull'utilità o meno della sincerità a tutti i costi.
Su quanto, spesso e volentieri, in ambito lavorativo o in ambito personale, siamo costretti ad avere e a mantenere un profilo basso per convenienza o per necessità. E a tenerci dentro tutta la verità che altrimenti verrebbe fuori.
Sul lavoro capita di fare buon viso a cattivo gioco.
Nonostante (nel mio caso) la mia espressione riveli fin troppo, cosa penso veramente.
Le parole che vorrei dire mi si bloccano sulla punta della lingua quando, ragionandoci un pelino, mi rendo conto che non farebbe bene né a me né agli altri, dire tutto, ma proprio tutto, quello che penso.
E mi trovo, A VOLTE, costretta a tacere.
Non sempre eh, ci sono stati e conoscendomi ci saranno, momenti in cui non sono riuscita a frenarmi.
Perché più che convinta delle mie ragioni, perché era troppo grossa quella pietra che volevano mandassi giù.
Il non essermi trattenuta mi ha dato a volte vantaggi e a volte disagi.
Ma non me ne sono mai pentita.
Nella vita personale invece il registro è diverso.
Solitamente non esito a dire quello che penso.
Una volta ero più diplomatica nel dubbio che le mie parole potessero essere fraintese.
Ora, se mi chiedono un parere oppure se c'è qualcosa nel comportamento o in una situazione che mi sfiora che non va, di solito vado giù piatta. La mia non è la verità assoluta ma è quello che penso e mi sento in dovere di esprimere dubbi e perplessità e se sono o meno d'accordo.
Me ne assumo la responsabilità.
Poi ci sono casi limite. Situazioni e occasioni che in cui ci troviamo che non sono semplici. Verità che farebbero troppo male. Che si tratti di problemi di cuore o di salute. Il bivio. Sarà capitato a tutti voi. Il momento in cui ci rendiamo conto che non possiamo, non dobbiamo superare il limite. Perché faremmo troppo male, perché è meglio una piccola bugia che la cruda realtà. Perché non è il momento giusto. Ad esempio.
Mi ricordo di quella volta che venni a sapere che il ragazzo di una mia amica la tradiva.
Eravamo spesso insieme e non riuscivo ad essere naturale né con lei né con lui. Ma come fare a dirle una cosa del genere senza rischiare di farla soffrire e allo stesso tempo correre il rischio di perdere pure la sua amicizia?
Non sapevo quale sarebbe stata la sua reazione alla notizia.
Ed io stessa che mi prendevo la briga di aprirle gli occhi alla fine non sarei apparsa come una che in nome dell'amicizia distruggeva la sua vita?
Non sarebbe stato meglio farmi gli affari miei?
Poi una sera mi trovai a tu per tu con lui e non riuscii a trattenermi. Gli dissi che sapevo di una sua sbandata con una conoscenza comune (bella roba) e gli chiesi cosa aveva intenzione di fare con la sua ragazza. Che pur combattuta, avevo intenzione di parlarne con la mia amica e che sarebbe stato meglio se avesse affrontato lui per primo il problema. Da uomo.
Lui mi disse che lei sapeva. Che la situazione stava causando a tutti e due molta sofferenza ma allo stesso tempo, con dolore e fatica stavano tentando di andare avanti. Di dargli del tempo. Non mentì, non pianse, non si dichiarò un vigliacco. Non accampò scuse ridicole.
Il danno era fatto. Magari pensarci prima eh.
Ma da quella sera fu lei a staccarsi da me. Di sicuro lui le disse della nostra conversazione. E penso che lei non abbia preso bene il semplice fatto che io sapessi. Che ne avessi parlato o meno con lei non aveva importanza. Non riuscii a chiarire, proprio con lei. Mi allontanava, evitava di trovarsi sola con me. Ci vedemmo sempre meno.
Io sapevo e questo le creava disagio. Le rendeva insopportabile la mia presenza.
E l'amicizia finì.
E' comprensibile come ognuno di noi reagisca al suo dolore in maniera diversa. E che a volte anche la condivisione con gli amici può diventare insostenibile soprattutto se non si riescono a giustificare le nostre debolezze.O il nostro trascinarci in una situazione perché non abbiamo il coraggio di porvi fine. Almeno è quello che supponiamo pensi la gente dall'esterno. Noi percepiamo il fallimento, le umiliazioni e ci sembra di scorgerle anche negli occhi degli altri. Per cui non tolleriamo il giudizio altrui. Spesso è una percezione alterata della realtà. Ma rifuggiamo il confronto. Preferiamo nasconderci, evitarlo.
Non chiedetemi com'è andata a finire. Non ve lo dirò.
Io però ho imparato che in alcune situazioni è meglio, molto meglio tacere. Se si è assolutamente consapevoli che la verità potrebbe fare male, molto male.
E risponderei: sì, io preferisco il peso di una piccola bugia.
Ce la faccio. No dico,ce la faccio tranquillamente ad aspettare l'uscita del nuovo film su Tarzan, previsto per l'estate prossima.
Un'epopea piena di effetti speciali dedicata alla leggenda dell'uomo della giungla.
L'ennesima trasposizione cinematografica dell'eroe creato da Edgar Rice Burroughs.
Negli anni, fin dal secolo scorso, ha fatto la fortuna di attori modesti e non. Dal più famoso Johnny Weissmuller a Lex Barker, fino all'Immortale Christopher Lambert.
E ora la palla passa a Alexander Skarsgard, attore svedese, figlio d'arte. Suo padre è l'attore feticcio di quasi tutti i film di Lars Von Trier.
Ma lasciatemi dire, soprattutto a chi non lo conosce, che Alex farà il botto.
So quello che dico, visto che per lui mi sono sorbita quasi tutte le stagioni di True Blood.
Sopportando con stoicità, l'insulsa Anna Paquin (Sookie) e il suo compagno vampiro dei miei stivali, Stephen Moyer (Bill).
Tutto solo per lui, Alex, alias Eric. Il vero pilastro del serial tv americano.
Tutto sangue e torso nudo. Talmente anemico nel film, che più volte durante le puntate, mi sono chiesta se ce la poteva fare a sopravvivere. Disposta a dare pure il mio sangue per una più che giusta causa.
I protagonisti di True Blood: Anna Paquin, Stephen Moyer, Alexander Skarsgard
Le immagini che sto postando penso siano eloquenti.
In primo piano: Alex Skarsgard
Bando ai sofismi, diciamo che un post così impegnato, culturalmente e cinematograficamente parlando, credo di non averlo mai scritto.
C'è sempre una prima volta.
Evviva Tarzan, evviva Alex.
Data di uscita del film in Italia: 14 luglio 2016.
Alexander Skarsgard e Margot Robbie: Tarzan e Jane
Non parlo di scavare nel nostro animo per cercare di pescare il ricordo d'infanzia, il raggio di sole che ci brucia sul filo del passato recente, il sorriso che ci manca ogni giorno (chiaro, quest'ultimo ci viene facile). Almeno non solo.
Potrebbe essere, molto più semplicemente, l'ultima fetta di torta di mele che abbiamo mangiato da soli spaparanzati sul nostro divano.
La coccola appena fatta al nostro cane.
Insomma, non è che dobbiamo sfrantumarci il cervello per la fotografia più bella, per la serata indimenticabile. Troppo.
Io vorrei parlare del peso che a volte a causa loro sopportiamo.
A causa loro e della memoria.
La memoria del resto, ha questa "simpatica" particolarità:
ci becca all'improvviso quando meno ce lo aspettiamo.
Noi siamo lì beati, col cervello in pappa, seduti (per fortuna) in metropolitana, sfiancati dalla giornata di merda che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle e non vorremmo pensare proprio a niente, nulla, nada.
Cervello in corto si chiama. Meraviglioso diritto all'oblio, fantastica catalessi.
E poi vediamo un gesto, come può essere ad esempio il passaggio di una mano tra i capelli.
Lo colleghiamo ad un altro gesto simile, noto e amato.
Ed è tutto un ritornare, lo spazio e il tempo si dilatano, ci inghiottono.
E ci ritroviamo sorridenti come ebeti o tristi, incuranti della gente, della puzza, della stanchezza.
Ci vediamo, un mese prima, una settimana prima, ieri.
Seduti ad un tavolino di un bar, una tazzina di caffè al lato e una brioche zuccherosa dall'altra parte.
Un mano passata tra i capelli, per tenere in sospeso un concetto da finire, una pausa. O per un pensiero da cercare. Un istante piccolo.Che all'improvviso ci sospende.
L'inizio di una nuova giornata, un momento condiviso. Nulla di eclatante.
Eppure è stato un momento felice. Allora. Brevissimo, presto dimenticato.
Salvo tornare a galla come un ospite inatteso mentre galleggiavamo dentro il grigio nel quale eravamo fino a quel momento. Ma lo volevamo, era necessario?
O avremmo preferito il silenzio, la tabula rasa, per ricompattarci, per avere tempo solo per le cose necessarie.Che è tutto troppo oggi, eccessivo, ingombrante, pure inutile. Anche il ricordo a volte. Che sia felice o meno.
Posso ancora fidarmi della mia memoria, certo. Con l'età è diventata più selettiva. Ma c'è, mi da spunti importanti, mi restituisce il passato con gli arretrati. Allo stesso tempo non è che impazzisco al pensiero di avere dimenticato qualcosa.
Tutto bene alla fine, è bastato ricordarmi di non ricordare e in un attimo è tutto di nuovo a tavola, bello e apparecchiato. Le caselline al posto giusto.
Io però con i ricordi a volte ci faccio a pugni, vorrei avere giusto il tempo per poterli dimenticare.
Elisa ha anticipato con un tweet la notizia dell'uscita di un nuovo album tutto in inglese prevista per il prossimo marzo.
Il singolo che anticipa l'evento si intitola NO HERO.
Lei lo ha annunciato con queste parole:
"avere il coraggio di inseguire i sogni e continuare a farlo, a 40 come a 20 anni, è un atto di ribellione e di fede. ho scritto questo pezzo per la mia migliore amica, ma era rivolto anche a me. E a tutti quelli che hanno preso più di qualche botta, ma che vogliono continuare a sognare e cercare la loro strada. Perché anche quando ci cammini dentro, devi continuare a trovarla per ogni passo in avanti che fai."
il quaderno su cui ha scritto in riferimento ai sogni
Non mi delude mai. Quasi vent'anni di musica e ancora ricorda a tutti l'importanza di credere ai propri sogni e di cercare di realizzarli. In perfetta sintonia con quello che penso. Del resto se è la mia cantautrice italiana preferita ci sarà un perché. Avete visto il video? Suscita una marea di emozioni, e origina tante domande. Avete letto il testo? Vi posto la traduzione, perché lei torna a scrivere in inglese. Quella che definisce la sua lingua di pensiero e di creatività.
Non chiudere gli occhi e non nascondere il tuo cuore dietro un’ombra perché puoi contare su di me fin quando riuscirò a respirare dovresti saperlo e ti porterò oltre la notte attraverso la tempesta ti darò solo amore, amore in cambio
non posso saltare sui palazzi non sono un’eroe ma l’amore può fare miracoli non posso far scattare un proiettile non sono un’eroe ma ne prenderei una per te di sicuro lo farei
sono caduta dalla grazia ho meno da dire di un peccatore no, non sono un super-umano perché è solo nei film, lo so ma ti porterò attraverso la notte attraverso la tempesta ti darò solo amore, sempre amore in cambio
non posso saltare sui palazzi non sono un’eroe ma l’amore può fare miracoli non posso far scattare un proiettile non sono un’eroe ma ne prenderei una per te non posso saltare sui palazzi non sono un’eroe ma l’amore può fare miracoli non posso far scattare un proiettile non sono un’eroe ma perderei il sangue per te se hai bisogno che lo faccia
Non dire che è finita alla ricerca di giorni migliori oh non dire che finita non ci sono perdenti guarda i giorni migliori solo questo conta
non posso saltare sui palazzi non sono un’eroe ma l’amore può fare miracoli non posso far scattare un proiettile non sono un’eroe ma ne prenderei una per te non posso saltare sui palazzi non sono un’eroe ma l’amore può fare miracoli non posso far scattare un proiettile non sono un’eroe ma perderei il sangue per te se hai bisogno che lo faccia sarò lì
"Crediamo che la vita non finisca mai e dietro l'angolo ci sia sempre la novità che cambierà tutto. E' una specie di raggiro che facciamo a noi stessi, così da non prendercela troppo dopo un fallimento, un'opportunità svanita, un treno perso."
Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal fatto che subito, dopo appena quattro righe, già amavo quel cinico, burbero, ostico, misogino protagonista. Ovvero Cesare Annunziata. E la sua vita, condotta con assoluta caparbietà ed apparente egoismo, ruota tutta attorno alla sua casa, ai suoi ricordi, al suoi "scarni" affetti e alla sua più grande "certezza": quella di comprendere all'istante chi ha di fronte. Che sia la nuova vicina di casa, che siano i figli o la sua amante generosa. E di tenerli a debita distanza. Invece non ha capito un cazzo. Soprattutto di se stesso e di come nella realtà lo vede il suo "mondo". Il libro è un viaggio che compie il protagonista alla ricerca del vero Cesare. Gratta gratta, lui per primo arriverà a scoprire un'umanità che pensava di non possedere. Passando attraverso tragedie, e crolli di fondamenta. Ritrovandosi negli sguardi dei figli e nella consapevolezza che sì, a volte nella vita è necessario ricredersi e abbandonare tutte le certezze che pensiamo inossidabili, per riuscire a riscriverla. E farlo, di sicuro, non è questione di età ma semplicemente di volontà. Mi è piaciuta la scrittura di Lorenzo Marone, assolutamente scevra da virilismi, dinamica, schietta, drammatica ma non patetica. Ci consegna la figura di un uomo senza età e senza tempo, capace di comprendere che non è mai troppo tardi per il riscatto. "Quando sono uscito dallo studio di mia figlia, era furente, mi sentivo umiliato e tradito, e su quell'ira ho cercato di costruire le mie giornate, il dopo schiaffo in faccia. Solo che ad un certo punto anche lei, l'ira, mi ha girato le spalle, stanca di passare il tempo con un vecchio che ciondolava dal divano alla cucina, e se n'è volata via appena ho aperto la finestra. Perciò sono rimasto solo, senza nemmeno un gatto ipocrita a farmi compagnia."
LA VITA DAVANTI A SE'
Autore: Romain Gary
Titolo: La vita davanti a sé
Edizioni: Biblioteca Neri Pozza Traduzione: Giovanni Bogliolo Pagine: 214
Prezzo: 11,50 euro
"Signor Hamil, si può vivere senza amore?"
Mi sono avvicinata a Romain Gary per la prima volta qualche anno fa, seguendo il consiglio del mio amico Nicola Pezzoli. Che non smetterò mai di ringraziare. Come in un libro pop-up, il mondo di Momo, ragazzino algerino di 10 anni, mi si è aperto davanti. Pieno di energia. E così mi sono trovata catapultata nella sua vita, all'interno di una banlieu parigina. Momo è un orfano che vive con una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa.Non conosce nulla delle sue origini. Lei lo ha cresciuto donandogli quasi inconsapevolmente una famiglia e affetto sincero.Strabiliante direi. E la famiglia di Momo è composta dalla gente che vive in quell'angolo squallido di Parigi. Prostitute,alcolizzati, persone che vivono al limite della legalità. Persone che noi per primi rifuggiremmo. Ma il protagonista, con il suo sguardo semplice e sincero, ce lo descrive colmo di amore. Amore per una vecchia invalida che è così grassa da non riuscire più a salire le scale di casa, ma che ha cresciuto e salvato dalla strada tanti bambini facendone uomini migliori. Amore per gli anziani, che sono, e Momo lo sa, il biglietto da staccare per il futuro se si impara dal loro percorso di vita, assieme al rispetto e alla stima. Amore per la vita, nonostante i disagi, le incertezze e il fragile equilibrio. Oltre a dirvi che è un libro bellissimo, scritto in maniera strepitosa, dolcissimo e crudele allo stesso tempo, non so. Ah sì, potrei dirvi che la vita dell'autore è ancora più rocambolesca dei suoi stessi libri. Bella e crudele e che termina con un colpo di pistola. Ho da poco letto un altro suo romanzo "Biglietto scaduto" e continuerò. La sua prosa amara e disincantata, è trascinante. Pure quando fa parlare il suo protagonista da bambino qual è, regalandoci emozioni vivide, palpabili. Da leggere, assolutamente.
"Non so mica perché Madame Rosa avesse sempre paura che l'ammazzassero nel sonno, come se questo le potesse impedire di dormire. Il dottor Katz si è arrabbiato e le ha urlato dietro che ero dolce come un agnello e che si doveva vergognare di parlare così. Le ha prescritto dei tranquillanti che aveva nel cassetto e siamo tornati a casa dandoci la mano, ed io mi sentivo che era un po scocciata di avermi accusato per niente. Ma bisogna capirla, perché la vita era l'unica cosa che le restava. La gente tiene alla vita più che a tutto il resto, è anche buffo se si pensa a tutte le belle cose che ci sono al mondo."
L'AGNESE VA A MORIRE
Autore: Renata Viganò Titolo: L'Agnese va a morire
Introduzione di: Sebastiano Vassalli
Edizioni: Corriere della Sera - Biblioteca della Resistenza
Pagine: 285
Prezzo: 7,90 euro
"Palita non torna. Palita muore. Palita è morto."
Su questo romanzo vorrei dire solo alcune parole, brevissime. Perché è assolutamente necessario leggerlo. Farlo proprio, ricordare, imparare. La storia di Agnese è quella di tante persone che durante la Resistenza hanno sacrificato sé stesse per una causa, che al giorno d'oggi, per ignoranza, viene sottovalutata, spesso derisa. Donne e uomini, certo. Che hanno sbagliato, commesso errori, omicidi, mi si obietterà. Ma nessuna democrazia, nessuna libertà, nasce nella pace e compiendo solo opere di bene. Tutto quello che gli uomini hanno conquistato nella loro storia, è in una strada lastricata di sbagli. Allo stesso tempo, ricordiamo che, se noi oggi in Italia, possiamo dire, fare e scrivere tutto quello che vogliamo senza che nessuno possa ledere alla nostra libertà e distruggerci, questo lo si deve alle persone che combatterono allora. Per cui ad Agnese e agli altri, io dirò sempre grazie.
"Tutto il giorno l'Agnese pensò <ho sbagliato. Questa volta ho sbagliato davvero> come quando aveva ammazzato il tedesco. Ma allora era ai primi passi della lotta clandestina. E la lotta clandestina se ne mangiò tante, di queste paure e incertezze. Da principio ci si trovava spesso ad un bivio e si rifletteva per imbroccare la strada giusta. Poi fu una landa senza strade, e bastava andare avanti, procedere insieme, un esercito sparso che si dirigeva da tutte le parti verso lo stesso punti; e ci arrivarono tutti, meno quelli che rimasero morti per via."
A volte mi capita di pensare ad un post nuovo mentre sono alla mia postazione in ufficio, durante la pausa. Allora prendo appunti sull'agenda e poi trasferisco in serata sulla bozza i "pensieri e parole" che mi sovvengono. Oggi ho dimenticato la mia favolosa agendina a casa, per cui sono qui che scrivo nella tranquillità del mondo-pausa. Rara eh, che qui non ci si ferma mai.
Pensavo (ebbene sì), ad un post leggero. Niente di trascendentale, giusto per sorridere. Di quelli "listosi":ci sarebbero tante "sane" abitudini che dovrei perdere visto che non servono a nulla e spesso mi complicano la vita. Sono inutili oppure deleterie e mi domando: why?
Esempi random:
Perché prendo il tram la sera per andare alla fermata della metro visto che in dieci minuti la raggiungo a piedi e senza sforzo? (Francesco sarai sicuramente d'accordo). Claro, niente corsa né al mattino né alla sera!
Perché a volte salto il pranzo per finire un lavoro urgente e poi passo il pomeriggio a mangiucchiare di tutto? Non sarebbe molto meglio per la mia salute e per la dieta, obbligare la me stessa disgraziata a fermarsi per almeno mezz'ora?
Perché mangiucchio i tappi delle penne? Non ho ancora perso questa consuetudine adolescenziale? C'è qualcosa che la parte inconscia di me sta cercando di farmi capire?
Perché continuo ad accumulare abbigliamento che compro e poi non uso? Mi ero riproposta di cambiare atteggiamento nei confronti di acquisti compulsivi dopo l'ultimo trasloco e invece sono al punto di partenza!
Perché lo faccio anche con le scarpe e le borse? La risposta c'è: non ce la faccio; è un amore troppo grande...
Perché la frutta invernale (mele,pere,arance) è qualcosa di immangiabile per me?
Perché non riprendo la palestra? Lo so, lo so...Ci sarà un motivo per cui non vi ho aggiornato in merito.
Perché non abbandono Whatsapp per qualche giorno? Se avete risoluzioni al problema contattatemi!!! Idem per IG. Con Twitter ci sono riuscita.
Perché mi ostino a non usare i guanti quando faccio le pulizie a casa? Che poi sarebbe già troppo tardi...
Perché non mi sto pesando da settimane? ( e questa me l'ha suggerita Magnoli@).
Sono curiosa di leggere le vostre. Su, non abbiate paura, vale tutto!