AVEVO SAPUTO QUEL GIORNO CHE LA SCRITTURA ERA CAMPO APERTO, VIA D'USCITA.
(ERRI DE LUCA - IL PIU' E IL MENO)

19 marzo 2017

UNA FOTO E...DAL BLOG DI OFELIA DEVILLE.









Partecipo ad un'iniziativa di Ofelia Deville del blog Pride che lei spiega molto bene nel suo post che vi lindo qui sotto.




Pubblico una foto che mi sta particolarmente a cuore e ci abbino una canzone, una frase, una poesia, una breve storia.
Mi pare un meme semplice e bellissimo che può spiegare tanto di noi. A partire da questo fine settimana sarà un post che volendo potremo ripetere ogni  secondo mercoledì del mese.
La mia passione per la fotografia è cosa nota (e chi mi segue su Instagram lo sa bene) quindi coglierò l'occasione per raccontarvi di volta in volta qualcosa di me.
Ringrazio la cara Ofelia per l'idea. E speriamo vi piaccia ciò che scriverò ispirandomi alla foto.








Il mondo intorno a Mariella (foto privata di Mariellaesseci)



La foto proposta l'ho fatta a casa di ritorno dal mio ultimo viaggio negli Stati Uniti. E con chi potevo partire se non con Audrey Hepburn? Colleziono libri, immagini, film, di tutto un po'riguardo lei. Cerco di attingere dal suo stile piccole gocce di bellezza e di eleganza. Non le somiglio neppure alla lontana ma non importa, è sintonia di cuore.
Per quel che riguarda poi le scarpe,  sono un altro paragrafo irrinunciabile della mia vita. Le amo, le colleziono, le uso. Sono iconiche, dicono tutto o la maggior parte delle persone che le indossano. Amo parecchio pure quelle da uomo e non ho mai sbagliato a "catalogare" un uomo partendo dalle sue scarpe. Quella della foto è un po' un simbolo al quale per me era impossibile rinunciare.
"Tapestry" è uno dei miei vinili feticcio. Come raccontavo alla mia amica Nella sul suo blog, l'originale di quel disco che avevo in casa in cassetta, l'ho trovato rovistando in un negozio di vecchi vinili nell'East Village di NYC qualche anno fa. Un gran colpo di culo per una come me che conosce a memoria ogni singolo dell'album.
Il libro. Ho trovato questa versione del romanzo di Anne Bronte nella celeberrima libreria Strand. Quella grande come un intero isolato. Vi immaginate quanto tempo ci sono stata dentro e cosa non mi sono portata via?
Alla base di tutto la cartina. La mia città del cuore. Nessuno al mondo può contenderle il diritto di essere l'inizio e la fine di ogni cosa. Il tempo che scorre la sorprende sempre diversa. La città che non dorme mai, con il continuo rumore di sottofondo di chi sarà sempre più avanti di tutti.

Alla prossima foto.


14 marzo 2017

LA FAMIGLIA AI TEMPI DELLE CORTI DI APPELLO.


Bene, ho il dente avvelenato e so già che quello che sto per scrivere non piacerà a molti. Pazienza.

Sono giorni che sento parlare della sentenza di Corte d'Appello di Torino che ha condannato i due coniugi di Alessandria a non poter riavere la figlia naturale. Il tribunale dopo sette anni dall'inizio della vicenda,  ha ribadito che la bambina è affidabile e che i due genitori se la possono "scordare".
Ora, di questa storia ne ho fin sopra i capelli, perché ritengo che tutto questo clamore attorno all'età anagrafica dei due protagonisti, sia una vera e propria presa per i fondelli. 
Ma andiamo  con ordine e partiamo dall'inizio:
Una famiglia è una famiglia anche quando non si hanno bambini eh, solo che in Italia questo sembra ancora un'eresia. ok, apro e chiudo parentesi che qui c'è materia per altri 200 post.
Bene, dopo avere passato la cinquantina, la signora decide assieme al marito (claro)  di provare nuovamente ad avere un figlio. Motivi plurimi sono alla base della decisione, in sostanza però, affaracci loro.
Riesce a rimanere incinta (fecondazione assistita all'estero) e nasce Viola, nel "lontano" 2010.
Non mi pare niente di diverso da ciò che accade  quotidianamente altrove.
Pochi giorni  dopo la nascita però,  i due vengono accusati di "abbandono" di minore perché per qualche minuto avevano lasciato da sola la bimba in auto mentre le preparavano il biberon. Quindi non stiamo parlando di un genitore che lascia suo figlio per ore chiuso in macchina mentre se ne va a ballare. Però li si accusa subito di inadeguatezza, dovuta alla non tenera età dei due. I servizi sociali intervengono immediatamente e tolgono loro la figlia. Che solerzia, pensando a tutti quei bambini che soffrono in famiglie disagiate tra violenze di ogni genere, dimenticati per mesi.
Certo all'epoca  lui aveva 69 anni, non proprio un giovincello. Avesse avuto una moglie giovane e procace ,gli avrebbero fatto tutti i complimenti per la nascita, altro che togliergli la figlia accusandolo di senilità incombente.
In conclusione, famiglia nuova per Viola e inizio di anni di processi.
I due non si arrendono e ci mancherebbe; una sentenza della Cassazione nello scorso luglio ridà loro una speranza. Sono intanto passati già sei anni.
Arriviamo ad oggi,  con il ribaltamento in Appello di cui parlavo ad inizio post che toglie (almeno per ora) ogni speranza alla coppia e ribadisce il concetto dell'adottabilità della piccola.
Orbene, intanto gli anni sono passati e di sicuro i due non sono ringiovaniti. Diciamo che stiamo parlando del sesso degli angeli.
Secondo la legge italiana, non ci sono limiti all'età anagrafica per avere figli. Altrimenti dovrei fare la lista di tutte quelle coppie e mamme famose che hanno avuto figli ben oltre l'età della signora in questione.
Facciamo qualche nome?
Gianna Nannini, ad esempio. E per di più lei è anche sola, la figlia l'ha avuta da un donatore anonimo e vive serena e beata in Toscana crescendo sua figlia  con gran battiti di mani e apprezzamenti da ogni dove.
Oppure: tutto il clamore per papà ultracinquantenni gay che giustamente, hanno visto riconosciuti tutti i loro diritti e vivono finalmente sereni la loro vita. E qui mi sembra sacrosanto.
Allora devo dedurne questo: una famiglia che ha avuto un figlio non in giovane età, non è in grado di far fronte alla crescita e all'educazione dello stesso figlio?
Perché io tra qualche anno, non essendo più giovane, avrò il cervello in pappa e non sarò più in grado di intendere e di volere e di poter gestire la mia vita come meglio credo fino agli  '80,  se ci arrivo?
Cos'è questa discriminazione? Dobbiamo aspettarci nuovi campi di "internamento" in cui far vegetare le persone che hanno superato una certo limite? Dopo i 65 anni tutti a riposo forzato, in questo mondo dove sempre più spesso chi non è FOREVER YOUNG, è destinato ad un oblio veloce?
E chi non è ricco e famoso e non appare sulle riviste platinate di tutto il mondo, non potrà avere gli stessi diritti degli altri?
E soprattutto, sarà così facile togliere un figlio ad una coppia "colpevole" solo di essere diversa da quello che la nostra società sempre più superficiale impone come standard?
Ma i "diversi" non dovrebbero essere quelli da proteggere dalle discriminazioni e dai pregiudizi come il politicamente corretto stabilisce?
Eccerto, in Italia in realtà c'è solo una legge: quella dei pesi specifici diversi.
E questa storia ne è un esempio lampante.
Io tifo per Viola e pure per la sua famiglia naturale.
Che poi è in sostanza ciò che chi sta decidendo per loro dovrebbe fare, senza far passare secoli tra una sentenza e l'altra e ridando ad una famiglia il sorriso.
Facendo in modo che tra un'aula di tribunale e l'altra vincesse il cuore, l'amore e soprattutto il buon senso.
Lo so che preferite la "fanciulla" (seeeeeee)  che vi parla di libri e vi posta poesie di Alda Merini.  Ma stasera vi beccate "scorrettissima me" con annessi e connessi.





07 marzo 2017

LE DONNE NON HANNO BISOGNO DI MIMOSE.

Ci sono donne…
E poi ci sono le Donne Donne…
E quelle non devi provare a capirle,
perchè sarebbe una battaglia persa in partenza.
Le devi prendere e basta.
Devi prenderle e baciarle, e non devi dare loro il tempo il tempo di pensare.
Devi spazzare via con un abbraccio
che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola, una soltanto.
a bassa, bassissima voce. Perchè si vergognano delle proprie debolezze e, dopo
averle raccontate si tormentano – in una agonia
lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e
bisognose per un piccolo fottutissimo attimo,
vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi
allontanarsi.
Perciò prendile e amale. Amale vestite, che a
spogliarsi son brave tutte.
Amale indifese e senza trucco, perchè non sai
quanto gli occhi di una donna possono trovare
scudo dietro un velo di mascara.
Amale addormentate, un po’ ammaccate quando il sonno le stropiccia.
Amale sapendo che non ne hanno bisogno: sanno bastare a se stesse.
Ma appunto per questo, sapranno amare te come nessuna prima di loro.
(Alda Merini)



Magari sarebbe meglio rispettarle tutti i giorni, le donne
Che di feste e di celebrazioni una volta all'anno, non sappiamo cosa farcene.
Cominciamo da qui.
Dall'amore e dal rispetto.

01 marzo 2017

DI DEBOLEZZE E FACEZIE.



Immagino che tutti voi abbiate delle debolezze o dei piccoli "vizi" sottotraccia. Anche io e ve ne voglio parlare nel post "leggero" di questo inizio mese.

Sono così tante e palesi che non ho mai fatto nulla per nasconderle.
Mi piacciono tanto e mi fanno sentire bene, come quando indosso il mio maglione beige, sformato e comodissimo, ogni volta che ho bisogno di ritrovarmi.
Tipo, sdraiata come una broccola lì sul divano, a leggere un vecchio libro preso al volo dalla mia libreria, mentre ascolto uno dei miei vinili datatissimi.

Le debolezze, sono come l'onda morbida del ricordo. Mi avvolgono e travolgono in qualunque situazione o luogo mi trovi. Allora tanto per ridere ecco una lista meramente provvisoria.


1)il vasetto di Nutella che magari è lì in dispensa intonso da mesi, fino a quando non sento l'irrefrenabile voglia di mangiarne a cucchiaiate mentre guardo un film horror. Dolce e terrore io li abbino così.

2) la lavatrice che dovrei svuotare (o la lavastoviglie tanto è uguale) dopo che ha finito il ciclo, ma ho voglia zero di alzarmi per farlo. E allora apro semplicemente l'oblò e aspetto che "un'anima buona"  lo faccia al posto mio.

3) aprire l'armadio e riconoscere che ormai c'è una tale baraonda tra indumenti e colori sapendo benissimo che rimanderò il riordino ancora una volta all' indomani (quale giorno sia è tutto da stabilire).

4) la fissa di fare attività fisica, iscrizione in palestra compresa. E regolarmente circa un mese dopo, dimenticarmi nell'armadio  la borsa da ginnastica con tutto il contenuto.

5) la mia passione devastante per gli smalti. Ne ho un cestino pieno in bagno. La maggior parte non li uso mai.Visto che preferisco il rosso in tutte le sue sfumature. Perciò tutti i miei blu, neri, marroni, verdi, arancioni e gialli, con cadenza fissa li regalo alla sorella di una mia amica in attesa che le mie nipoti crescano.

6) le mie Barbie. Già sapete di questa mia insana passione, ma non sapete che niente può mettersi tra me e la bambola del momento se decido che sarà mia.

7)sono un'organizzatrice nata, ma fastidiosa e puntigliosa come una zanzara.
Se deciso di fare qualcosa, che sia evento, festa, riunione, gita o vacanza, non ho pace fino a quando non ho preparato tutto quello che ritengo sia necessario. Ma deve essere perfetto. Per ottenere la perfezione sfinisco me e tutti quelli che mi stanno intorno. Alla fine sono un successo, se sfianco il prossimo ci sarà un perché.


8) i cappelli. Ne ho di ogni forma e tessuto. Perfino un colbacco di volpe rossa e una coppola di pitone. Li amo e li accumulo come Paperone faceva con i suoi dollari.

9) t-shirt con paillettes e strass. L'ultimo acquisto da Haribo. Nera e fucsia con le mie caramelle preferite in rilievo all'altezza giusta.

10) le mie polaroid. Ho la mia vecchia macchina e appena posso scatto e scatto. Anni impressi su istantanee che mi accompagnano da tempo immemore. Quelle scattate da ragazzina alla mia famiglia sono le più evocative e rappresentative. Il tempo, in quel quadrato circondato da carta bianca, sembra non essere passato mai.

Ah, qualcuno penserà che in lista mancano le scarpe e le borse. Qui però si tratta delle mie virtù più grandi, visto che smuovo non poco l'economia italiana con i miei acquisti compulsivi!






23 febbraio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 18.








Siamo ad una nuova puntata dell'appuntamento con Insieme raccontiamo, ideato da Patricia Moll. 



Come di consueto partiamo dal suo incipit iniziale e dalla foto che ha scelto come tema.

La foto è questa:







L'incipit di Patricia Moll:

Battisti nelle cuffiette cantava “c’è un treno che parte alle 7,40...”

Forse non erano proprio le 7,40 però il treno era lì, fermo come un cannibale vorace pronto a inghiottire chiunque gli si avvicinasse troppo. Pauroso, eppure invitante.

Doveva smettere di guardarlo e prendere una decisione. Salire o no?

Il mio finale:


Salire, non c'era altra possibilità. E poi osservarsi, riflessa nel finestrino.

Il piumino azzurro in cui si era infagottata, quasi a volersi nascondere.
Il berretto  di lana pesante, lavorato a maglia da sua madre. 
I jeans color notte fonda con quella piccola etichetta rossa quasi indistinguibile, ormai.
E poi le vecchie scarpe da tennis bianche portate anche in pieno inverno.Erano ridotte ad un cencio ma lei non se ne separava mai, soprattutto quando doveva viaggiare.

Un panino ripieno al prosciutto, lasciato a metà sul sedile di velluto.Sul tavolino apribile, il suo walkman azzurro della Sony, con la vecchia cassetta arancione. Quello era il "periodo" Battisti, ascoltato fino allo sfinimento.
Era scesa di corsa dal treno dopo il piccolo incidente. Voleva aprire la bottiglia d'acqua appena comprata ma non aveva con sé l'apribottiglie. Allora aveva provato a stapparla come aveva visto fare a suo padre. Il collo di vetro era partito di colpo e si era procurata un taglio alla mano.
Il sangue fuoriusciva dalla ferita copiosamente, per cui si era precipitata giù per cercare di fermare il fiotto sotto il getto d'acqua della fontanella in stazione.
Il capotreno in servizio le era venuto in aiuto e dopo avere pulito la ferita le aveva fasciato la mano con un fazzoletto di cotone.
Aveva le lacrime agli occhi mentre lo ringraziava.
Sapeva che in realtà non era il dolore fisico quello che la faceva stare così male.
Era qualcosa di più profondo.
La ferita si sarebbe rimarginata col tempo, ma ciò che significava quella partenza invece, non sarebbe passato mai.
Era il 23 dicembre del 1985.
Quello che l'aspettava non era in grado di poterlo vedere chiaramente.
Sapeva che sarebbe stato difficile, con momenti di buio e dolore.
Ma la decisione era presa.
Lì alla fine di quella lunga strada ferrata, c'era il suo futuro.
Ad accoglierla, una città immersa nella nebbia del mattino appena travolta da una nevicata storica.
Avrebbe affondato i piedi in quel mondo nuovo e ovattato. 

Prima a tentoni poi sempre più sicura.

Tra le sue mani, tutta vita da vivere.

2017@Mariellaesseci 



PS: Il piccolo segno della ferita è ancora impresso nel palmo della mia mano; quel dolore sordo di fondo, come il fragore di un onda che si infrange sulla spiaggia, mi fa compagnia da oltre trent'anni.


19 febbraio 2017

LA STRADA DEL RITORNO È SEMPRE PIÙ CORTA.




Da quest'anno si cambia.

Scriverò di libri quando mi va, seguendo l'istinto. Potrebbe capitare più volte al mese o solo una. La vecchia rubrica non va in pensione, seguiterò  a selezionare un libro tra quelli letti, dedicandogli un mese.

Gennaio si è aperto in maniera vorace. Sto continuando ad allargare il mio orizzonte su De Giovanni che mi intriga ogni giorno di più. Trasportata dalle due serie e dai protagonisti, il  commissario Ricciardi e l'ispettore Lo Iacono. Allo stesso tempo sono passata attraverso belle biografie come quella  di Vittorio Sabadin su Elisabetta l'ultima regina,  a libri di autori che sono tra i miei preferiti, come Nessuno come Noi di  Luca Bianchini ,che mi ha trasportato indietro nel tempo fino ai miei odiati/amati anni '80. Mi sono lasciata letteralmente affossare dall'ultimo di Philip Roth, Lasciar perdere.E il suo primo romanzo  e  lo si capisce bene, la lettura è stata lenta e noiosa. Ci sono stati momenti in cui ho riconosciuto il grande autore che amo, ma per la maggior parte del tempo mi sono arenata in una miriade di descrizioni farraginose e complessivamente inutili. In cui i dialoghi tra personaggi erano lunghissimi e onestamente superflui, senza riuscire ad individuare  che rarissimamente, la sua lucida e amara ironia. Un romanzo acerbo, che si fa fatica a finire.

Ho incontrato infine il libro di cui voglio parlarvi oggi, dedicato a Gennaio.L'autrice si chiama Valentina Farinaccio. Giornalista di origini molisane alle prese con il suo primo romanzo: La strada del ritorno è sempre più corta.



"Quando metti al mondo un figlio pensi soltanto ad una cosa, che farai in modo che le pene e le paure e le debolezze non lo tocchino mai. E poi scopri che anche i bambini hanno da portare in spalla la loro parte di sofferenza. Che a ciascuno spetta la sua dose di dolore: a una madre, quella sbagliata di perdere un figlio; a una moglie, quella eterna di veder morire un marito; a una figlia, quella ingiusta di crescere senza un padre. In tutti i casi la certezza, imprevista, di tornare soli.
Smisi di guardare e andai fuori.
Piansi."



Il romanzo è ambientato a Campobasso, città di origine dell'autrice. Racconta la vicenda di Vera e della sua famiglia su piani diversi, secondo il punto di vista di tutti i protagonisti. E come succede nel quotidiano, ci si domanda dove sia la verità e quale sia. Non è facile, non lo sarà nella storia e non lo è nella vita reale. A quale voce dare credito?  C'è una forte spinta dovuta alla curiosità di arrivare fino alla fine del romanzo attraverso la parola di tutti per scoprire cosa è successo, mentre il racconto si colora di giallo.

E' stato facile innamorarmi di Vera, dolcissima bambina di cinque anni, con la passione sfacciata per i Beatles e Ringo Starr (così simile alla "piccola yetterdey" della mia infanzia) alle prese con un dolore molto più grande di lei. Lo stesso è successo con Lia, sua madre, che ho visto letteralmente cristallizzarsi attorno alla sua tragedia. Ho amato Giordano, libraio meraviglioso con la passione della scrittura e un libro incompiuto lasciato in eredità.
E tutto intorno il mondo della provincia, così pieno di difetti e pregi da cui fuggire appena possibile per poi ritrovarcisi annegati in un mare d'amore; così grande da poter sopportare tutto: suocere aride ed egoiste, parenti indifferenti, fratelli distanti, sogni irriverenti.Oroscopi e bugie.

La sfida più grande resta la vita. Il quotidiano che ha un senso finché ragione c'è. Poi si comincia a fuggire, senza scrollarsi mai di dosso la felicità fatta di nulla che era lì, raccolta tra quattro mura e forse per questo, invisibile.
La scrittura di Valentina è ironica, luminosa. Ci racconta l'amore con brio a volte inceppandosi in un respiro che respiriamo. Attraverso notti interminabili perse dietro occhi da lasciare aperti perché vedano tutto quello che c'è per non perdersene nemmeno un secondo.
Tra canzoni e tavoli da cucina. Tra perdite e ricongiungimenti. Tra lacrime e rabbia. Tra libri presi uno alla volta e buttati via e altri riconquistati, pagina dopo pagina. 
Un inno all'amore, alla vita e alla letteratura. 
Che sono eterni, molto più di noi.




La strada del ritorno è sempre più corta
Valentina Farinaccio
Editore Mondadori
pagine 216
Euro 18,00